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I N T R O D U Z I O N E

Il genio di un popolo: INTRODUZIONE

         Tutti gli stati del mondo moderno sono fondati su due strutture fondamentali: la forma di governo parlamentare rappresentativo ( o struttura politica ), comune a tutte le società libere, e il sistema di produzione industriale ( o struttura economica ), nella sua duplice forma ** di capitalismo finanziario ( Aron, 1961: 16 ), nelle società occidentali, e di capitalismo di stato, nelle ormai decadute società del socialismo reale.

         La forma di governo parlamentare rappresentativo è un affare interno europeo, nel senso che essa è il prodotto originale ed esclusivo della civiltà europea. Infatti, nessun'altra civiltà del passato conobbe nulla di simile. Non la conobbero neppure i Greci che furono gli inventori della democrazia. Essa è il legato della formazione dei grandi stati nazionali e della conseguente necessità di far partecipare alla gestione del potere tutta la nazione, che non poteva più farlo direttamente, come nell'antica Grecia o nelle tribù germaniche, ma poteva farlo solo indirettamente, attraverso suoi rappresentanti eletti.

         Il sistema di produzione industriale è, invece, il legato della storia dell'uomo ( Garraty-Gay, 1973, II: 791-92 ): delle lotte e delle conquiste che egli fece dal momento in cui comparve nudo sulla terra al momento sublime ed appassionante in cui si emancipò dai falsi idoli che lo tenevano in uno stato di soggezione per librarsi libero, intellettualmente libero, sul mondo della natura per imbrigliarlo e dominarlo, dopo averne scoperto le leggi che lo regolavano.

         Entrambe queste strutture, che hanno rivoluzionato le condizioni di vita dell'uomo, furono il prodotto finale di un'unica nazione: l'Inghilterra. Perchè furono gli inglesi a dare al mondo moderno queste due strutture e non un altro popolo europeo a lei contemporaneo, che pur partecipava della stessa civiltà ?

         Che cosa aveva l'Europa del XVIII secolo, della cui civiltà l'Inghilterra era la punta avanzata, che la rese capace di riuscire dove nessun'altra civiltà del passato o contemporanea era riuscita ?

         Non basta dire, per rispondere alla prima domanda, che il parlamento era un istituto piuttosto diffuso nell'Europa medievale e che solo in Inghilterra trovò il terreno fertile per crescere e svilupparsi nella forma in cui lo conosciamo oggi ( Toynbee, 1957, I: 237 ). Bisogna dire perchè, al di là dei fattori fisici e politici, questo terreno fertile si trovasse solo in Inghilterra e non anche in Spagna, dove nacque il parlamento rappresentativo, o in Francia, dove nacque il moderno esecutivo.

         Non basta dire, per rispondere alla seconda domanda, che la rivoluzione industriale si verificò in Inghilterra perchè questa aveva un sistema politico favorevole, una favorevole posizione geografica, una grande esperienza nel commercio internazionale, una favorevole politica di libera circolazione dei beni all'interno, una accentuata crescita demografica e una relativa abbondanza di fonti di energie. Bisogna dire perchè queste condizioni, da sole, non dettero vita ad una società industriale in altre civiltà del passato remoto e recente e la crearono, invece, nell'Inghilterra del XVIII secolo **.

         Nel mondo greco-romano si avevano le stesse condizioni politiche, la stessa posizione geografica favorevole ( era al centro del mondo antico, dal ricco est al selvaggio ovest ), la stessa grande esperienza nel commercio internazionale, la stessa libero circolazione dei beni all'interno, la stessa crescita demografica favorevole e le fonti di energia ( De Martino, 1979: 735-36 ) potevano essere disponibili ( Sambursky, 1963: 230 ), eppure non si ebbe alcuna Rivoluzione Industriale. Perchè ? L'esistenza di una forma di economia schiavistica da sola non è una spiegazione sufficiente, come vedremo.

        Nell'Italia del Rinascimento troviamo le stesse condizioni che abbiamo trovato nella Grecia antica, ma neanche questa civiltà produsse una società industriale. Perchè ? Eppure questa civiltà era molto avanti sulla via di una produzione di massa. Aveva sviluppato al massimo il lavoro artigianale, aveva dato vita a tecniche di produzione avanzatissime ed aveva creato tutti gli strumenti del capitalismo finanziario.

         In sostanza, " alla fine del medioevo, l'Europa possedeva risorse tecnologiche sufficienti per una Rivoluzione Industriale. Ci si può, quindi, chiedere come mai il mondo abbia dovuto attendere così a lungo Watt e Arkwright " ( The Economist, 1967: 16 ).

         La forma di governo parlamentare rappresentativo è il punto di arrivo di un processo storico iniziato con le invasioni barbariche dell'Europa del V secolo ed è il frutto di una plurisecolare lotta per il potere all'interno dello stato tra corona, nobiltà e borghesia.  Questa lotta, in un primo tempo, era comune a tutti gli stati europei ( Felicetti, 1983 ), ma, nel XVI secolo, nell'' Europa continentale essa si risolse a favore della corona che si affermò come potere assoluto, che governa attraverso atti della propria volontà, mentre in Inghilterra essa si risolse, nel secolo successivo, a favore della borghesia e di quella parte della nobiltà che l'aveva seguita sui campi di battaglia nello scontro frontale che essa ebbe con la corona per l'affermazione dei poteri del parlamento.

         La Rivoluzione Industriale è il punto di arrivo di un processo storico iniziato con la civiltà sumerica ( Usher, 1921 ) e che, attraverso alterne vicende ed alterne fortune, con periodi bui - quando tutto sembrava ritornare al punto di partenza -  e con periodi luminosi - quando l'umanità ripercorreva a tappe forzate e frenetiche tutta la strada percorsa dalle generazioni precedenti - raggiunse la sua maturità in Europa e, precisamente, nell'Inghilterra del XVII-XVIII secolo.

         L'Europa è stato il crogiolo di tutte le idee, di tutte le tecniche e di tutte le invenzioni prodotte dalle civiltà precedenti e contemporanee e il suo prodotto finale fu superiore alle singole parti e qualitativamente diverso *: un uomo con abiti mentali più sofisticati e meglio strutturati che gli hanno consentito di raggiungere traguardi mai sognati prima. Non furono i fattori geografici e politici da soli che determinarono il sorgere della Rivoluzione Industriale e la forma di governo parlamentare rappresentativo. Essi furono il prodotto di quest'uomo nuovo europeo, pervaso da una grande sete di apprendere, desideroso di andare alla scuola del mondo per imparare tutto quello che si era prodotto nel passato recente e lontano e su di esso costruire il futuro, quello proprio e quello dell'umanità intera. E questo atteggiamento mentale, comune a tutti i popoli che hanno creato una civiltà ( Greci, Rinascimento, ecc.), era una prerogativa quasi esclusiva - come dimostreremo - dell'uomo inglese a partire dal XVI secolo, che - lottando sui campi di battaglia - seppe conservare, innalzandole a vette mai raggiunte prima, e le istituzioni parlamentari - scomparse nel resto d'Europa - e la libertà di autodeterminazione,del singolo individuo e dei gruppi,che quelle istituzioni garantivano. Solo in questo senso le condizioni geografiche e politiche giocarono un ruolo decisivo.

         Che l'Italia fosse esclusa dall'ulteriore sviluppo della sua civiltà dalla scoperta del continente americano, che spostò il baricentro delle attività economiche e commerciali, è una grande favola a cui si è creduto per troppo tempo ( Cipolla, 1974: 288 ). Nel XVII secolo, l'Italia perse i suoi tradizionali mercati a favore degli inglesi, dei francesi e degli olandesi, non perchè si era spostato il baricentro economico e commerciale, ma perchè le citate nazioni producevano, a prezzi inferiori, " un nuovo tipo di tessuto, più leggero, meno durevole, ma più vivace e più bello ( Cipolla, 1952: 182 ).

         I reali motivi dell'esclusione dell'Italia non furono i fatti geografici ( che d'altronde aveva sempre superato brillantemente nel passato, raggiungendo ogni angolo della terra con i suoi traffici ), ma fu il sistema politico, che non garantiva più all'individuo quel clima di libertà e di autorealizzazione, di cui aveva goduto nel periodo comunale, e che aveva promosso il suo spirito di iniziativa. Questo provocò un inaridimento delle sue capacità di intrapresa, che avevano perso quello slancio inventivo e creativo, che avevano avuto nella fase di crescita, e si limitarono a gestire il presente e l'esistente. I fatti veri sono che " l'Italia ... era ricca - ne era certo Braudel almeno per la prima parte del Seicento - ma non era più pronta a rischiare i suoi capitali e, per così dire, giocava in difesa " ( Pagano de Divitiis, 1986: 120 ). Non fu lo stretto di Gibilterra il vero ostacolo. In quello stesso periodo gli inglesi, e gli olandesi, si spingevano a Sud fino in Italia e il suo tradizionale mercato del Levante, oltrepassando lo stretto di Gibilterra ( Wilson, 1957: 4 ). L'ostacolo vero fu nella decadenza di quello spirito di intraprendenza e di apertura mentale che avevano fatto la sua fortuna. Già a partire dal XVI secolo, l'Italia aveva perduto la sua tradizionale apertura mentale ed aveva sviluppato quello spirito di arroganza che è stato, nella storia, una caratteristica di tutte le civiltà mature, per cui si sono sempre chiuse a qualsiasi contributo di idee e di conoscenze provenienti dal mondo esterno, ritenendolo inferiore ( barbaro ). Cioè, quando l'Italia divenne Maestra non seppe essere anche, e contemporaneamente, alunna ( come vedremo in seguito ) per conservare quella duttilità mentale che consente all'individuo, come alla nazione, di essere sempre aperto all'apprendimento di nuove idee, di nuove tecniche, che sono la premessa indispensabile per la continua crescita.

         Il cammino dell'uomo nella storia è sempre stato costellato da una molteplicità di stati o nazioni che, ad un certo punto della loro esistenza, hanno assunto, di fatto e di diritto, la leadership, molto spesso anche politica, del mondo conosciuto per guidarlo verso nuovi traguardi, che lo facevano avanzare nell'organizzazione sociale e politica della società. Questa leadership, nel XVIII secolo, fu assunta dall'Inghilterra ( Barone-Ricossa, 1974: 111 ) nell'ambito della civiltà europea, dopo essere passata per altre nazioni della stessa civiltà ( Kroeber, 1963 ).

         La storia del mondo, a partire dall'XI secolo e fino all'inizio del secolo XX, è la storia d'Europa, che ha saputo creare una civiltà che ha permeato di sè tutti i nuovi continenti ( Bagby, 1963 ) e  si è imposta pacificamente, in virtù della sua riconosciuta superiorità ( Boas, 1962: 5 * ), in tutti gli angoli del vecchio mondo. E, nell'ambito di questa civiltà, l'Inghilterra rappresenta la fase finale e culminante, dopo di che la leadership verrà assunta da un'altra nazione di una civiltà più ampia - quella Occidentale - che ingloba anche l'Europa, ma in una posizione subalterna e gregaria.

         A partire dal XVIII secolo , quando si sono incominciate ad avere le prime grandi visioni sintetiche della storia ( Diltey, 1967: 45 ), si è sempre sentita l'esigenza di dare una spiegazione globale alla storia dell'uomo e delle sue civiltà per cercarne il senso ultimo, non su basi meramente intuitive e trascendentali, come avevano fatto S. Agostino ( De Civitate Dei ) e Bossuet ( Histoire Universelle ), ma su basi scientifiche, che dessero validità universale alla spiegazione, proprio come il metodo scientifico, inventato nel XVII secolo, aveva dato validità universale alla spiegazione fisica.

         Filosofi, sociologi, storici e, di recente, antropologi hanno cercato di determinare le leggi dello svolgimento della storia dell'uomo e delle sue civiltà. I filosofi hanno visto nella storia un disegno generale che andava al di là delle capacità umane ( Croce, 1973: 108-112 ). Per i filosofi,l'uomo, nel suo agire, attuava inconsciamente un disegno che era al di fuori e al di sopra della sua intelligenza. Il vero promotore della storia era, di volta in volta, la Provvidenza o lo Spirito del mondo che realizza se stesso, per citare solo i due più importanti filosofi che si sono occupati della storia: Vico *  e Hegel.

         Per Vico il processo storico, iniziato con gli uomini primitivi, si è svolto secondo delle linee di sviluppo identiche a quelle della mente umana. Come questa conosce tre fasi: quella dei sensi, quella della fantasia e quella della ragione **, così il divenire storico dell'uomo si è svolto secondo le tre età corrispondenti degli dei, degli eroi e degli uomini. Secondo Vico, gli uomini " prima sentono senza avvertire, dappoi avvertono con animo perturbato e commosso , finalmente riflettono con mente pura " ( Vico, 1976: 91 ).

        Nell'età degli dei, gli uomini erano completamente immersi nei sensi, soggiacevano alle passioni più violenti ed erano dediti esclusivamente al soddisfacimento dei bisogni del corpo. La natura, per gli uomini primitivi, era dotata di anima e intesa come viva e capace di usare la propria forza. I fenomeni naturali, quali tuoni e fulmini, creavano panico e terrore e furono la causa diretta della prima spiegazione fantastica, della " prima favola divina, la più grande di quanto mai se ne finsero appresso, cioè Giove, re e padre degli uomini e degli dei, in atto fulminante " ( Vico, 1976: 141 ).

         Il terrore  e il culto degli dei fecero sentire all'uomo l'esigenza di organizzare la propria vita e a darsi una prima struttura sociale che fosse gradita agli dei e contribuisse a placare la loro collera. Sorsero così gli istituti del matrimonio e della famiglia ad opera di uomini super dotati - gli eroi, appunto - che, con la loro forza bruta e l'aggressività, imposero la loro supremazia sugli elementi della propria comunità e su quegli individui estranei ( famoli ) che volontariamente si sottomettevano in cambio di protezione ***. L'unione di queste primitive strutture sociali e l'alleanza dei loro capi, o patres, dettero vita alle prime città e alla formazione di una classe aristocratica - i patres - che elesse nel proprio seno un re; così nacquero i primi governi aristocratici.

         La lotta, all'interno di questa società, dei famoli e degli altri clientes,  per la conquista di maggiori spazi e la partecipazione alla gestione della res publica, condusse alla istituzione del governo democratico, che rappresentava, per Vico, la forma di civiltà più avanzata raggiungibile nel corso storico.

         Per Vico, tuttavia, il corso storico non si esauriva con l'istituzione del governo democratico. Quest'ultimo conteneva, irrimediabilmente, i germi della sua decadenza, per cui si creavano le condizioni per l'inizio di un ricorso storico, fatto - come il precedente - di barbarie, società eroiche e governi democratici, che Vico aveva individuato, rispettivamente, nelle invasioni barbariche del V secolo, nel feudalesimo e nell'età moderna.  Il ricorso storico, anche se simile al corso storico, non era identico ad esso. Corso e ricorso si svolgevano secondo un movimento ciclico a spirale.

         Hegel, a differenza di Vico, che non si era interessato alle vicende di alcun popolo o nazione in particolare. prese in esame, anche se sommariamente e, alcune volte, erroneamente, tutto lo svolgimento storico delle varie civiltà che si erano succedute nel corso del tempo fino ai suoi giorni, che furono, perciò, visti come il punto di arrivo della storia del mondo.

         Se per Vico la storia del mondo si svolgeva secondo un processo di corsi e ricorsi, in cui l'idea di progresso era quasi* completamente assente, per Hegel essa si era svolta secondo una linea evolutiva dalla prima civiltà, che egli faceva corrispondere alla Cina, fino ai suoi giorni. Questa evoluzione era avvenuta secondo le legge dialettica ( Reichenbach, 1974: 77 ) della tesi, antitesi e sintesi. Il passato ( tesi ) veniva negato dal presente ( antitesi ) e, da questa negazione, nasceva la sintesi. In base a questo concetto, " ogni periodo storico, negando il periodo precedente, ' fa suo ' tutto ciò che di significativo vi era in esso e lo conserva come l'aspetto di una realtà sociale più ricca e più completa. Così, secondo Hegel, ogni generazione successiva può considerare se stessa, allo stesso tempo, come la negazione, la custode e la perfezionatrice della cultura che essa ha ereditato dalle generazioni precedenti. La nostra stessa cultura dell'Europa Occidentale è, in parte, qualcosa di nuovo al mondo. Ma tutto ciò che di vitale vi era nelle culture della Grecia, di Roma, della Giudea e del cristianesimo medievale, non è andato realmente perduto " ( Aiken, 1956: 76 ).

          La storia del mondo, per Hegel, è la storia della Spirito, la cui essenza è la libertà, che realizza se stesso attraverso varie tappe, analogamente a quanto avviene per l'uomo. Così esso ebbe un'infanzia, una gioventù, una maturità e una vecchiaia. Quest'ultima, per Hegel, non significa decadenza, ma rappresenta il culmine della propria vigoria fisica e psichica.

         Lo Spirito del mondo, per Hegel, conobbe la sua infanzia nell'antico oriente, ma senza prendere coscienza di sè. La civiltà cinese, con la quale iniziò la storia, e la civiltà indiana, con il suo panteismo dell'immaginazione, non seppero elevarsi dal mondo della materia per raggiungere il traguardo della Ragione e della Libertà*. Esse furono civiltà statiche, non soggette o mutamenti perchè " non hanno maturato quegli elementi, la cui interazione costituisce il progresso vitale " ( Hegel, 1956: 116 ). Esse rimangono, perciò, ora come allora, al di fuori della storia del mondo.

         E' con la civiltà persiana che lo Spirito del mondo prese coscienza di sè. Per Hegel, " con l'impero persiano entriamo, per la prima volta, nella continuità storica. I persiani sono il primo popolo storico; la Persia fu il primo Impero che scomparve " ( Hegel, 1956: 173 ). Il primo Impero dinamico, la cui storia conobbe grandi sconvolgimenti, grandi conquiste e, alla fine, la totale distruzione ad opera dei greci. " Qui troviamo, per la prima volta nella storia, un passaggio che non è rimasto in sè, ma che ha dato luogo all'abbattimento di un regno. Il regno cinese. il regno indiano, sono ancora quelli che sono sempre stati. Invece in Persia abbiamo col passaggio anche la distruzione; e questo è il segno dell'avvento dello spirito " ( de Ruggero, 1972: 192 ).

         Con i greci lo spirito entra nella sua gioventù e la Grecia è la terra della giovinezza. Essa iniziò la sua storia con " Achille, il giovane ideale della poesia e la chiuse con Alessandro, il giovane ideale della realtà ( Hegel, 1956: 223 ). La storia della Grecia abbraccia tre periodi: quello della crescita, in cui il contatto con l'Oriente fu molto importante; quello della maturità, fatto di vittorie e di prosperità, quando tutte le sue energie sono dirette verso l'esterno e si incominciano a tradire i valori originari all'interno, e quello del declino, quando entra in contatto con la nazione che è portatrice di uno spirito più maturo: Roma.

          Ma, pe Hegel, neanche Roma è la sede definitiva dello spirito. Essa rappresenta solo una maturità, il momento in cui si afferma la sua potenza universale e la sua supremazia sulla individualità ( Hegel, 1956: 278 ). La vera sede dello spirito è il mondo cristiano-germanico, nato dalla disgregazione dell'impero romano, dal sorgere ed affermarsi della religione cristiana e dai nuovi popoli che si affacciarono alle porte della storia: i popoli germanici.

         Qui lo spirito raggiunge la sua vecchiaia. non nel senso di decadenza, ma - come abbiamo visto - come il momento più alto e più completo della propria vigoria fisica e psichica. " Lo spirito tedesco è lo spirito del mondo moderno e, anche, il periodo finale della storia. In esso Dio realizza completamente la sua libertà nella storia " ( Bury, 1952: 255 ).

         Nel suo movimento di autorealizzazione, lo spirito del mondo raggiunge diversi gradi di libertà umana. Nel mondo orientale solo uno era libero, il despota, e la forma tipica di governo era il dispotismo. Nel mondo greco-romano, dove , accanto ad una forma di governo democratico, vigeva l'istituto della schiavitù, solo alcuni erano liberi ( il cittadino, non l'uomo in quanto tale ), e le forme tipiche di governo erano l'aristocrazia e la democrazia. Nel mondo cristiano-germanico, dove si è affermata il principio cristiano del valore infinito della coscienza soggettiva, tutti sono liberi e la forma di governo è la monarchia.

         Con i sociologi o, come sono più spesso definiti, gli evoluzionisti sociali ( Turgot, Condorcet, Comte ), si entra in un altro campo di azione. Quello che interessa a questi pensatori non è tanto il corso degli eventi storici, così come essi sono avvenuti, che è compito dello storico, ma la società, nel suo insieme, che essi fanno oggetto delle loro riflessioni e sviluppano delle generalizzazioni che definiscono leggi dello sviluppo sociale*.

         Ma, prima di occuparci di essi e del loro pensiero, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione ad alcuni pensatori che, pur non occupandosi di storia, ma di letteratura, formularono alcune idee che eserciteranno una certa influenza nei secoli successivi. In effetti, essi, senza averne coscienza, davano una sterzata di 180 gradi alle concezioni della storia dell'uomo che erano prevalse fino ad allora, da quella ebraica, che, con la caduta dell'uomo, aveva fissato per sempre l'ideale di perfezione da cui l'uomo si allontanava sempre più, a quella pagana dell'Età dell'oro, che sosteneva, più o meno, la stessa tesi; da quella greco-romana che, con i suoi cicli di crescita e di decadenza, aveva condannato l'uomo a ripercorrere sempre le stesse tappe, a quella cristiana, che aveva reso l'uomo uno strumento per la realizzazione della volontà di Dio, ed introdussero, coscientemente, quel concetto di progresso, che a Vico, mancava e che farà tanta strada nel secolo successivo.

         Ma, nel presente, essi ( Jean Desmaret de Saint Sarlin, 1595-1676, Charles e Pierre Perrault, 1628-1703, 1611-1680; Charles Irenee Cartel, abbé de Saint Pierre, 1658-1745; Bernard Le Rovier, de Fontanelle, 1657-1757 ) mossero una vibrata rivolta contro la tradizione umanistica dei Bacone, dei Pascal e dei Boyle, i quali sostenevano che gli autori antichi erano superiori ai moderni e che l'umanità aveva subito, nel corso del tempo, un processo di invecchiamento e, quindi, di decadenza.

         Per bacone i grandi geni appartenevano solo all'età giovane del mondo e questi geni si chiamavano Aristotele, Platone, ecc. L'uomo moderno, che aveva superato gli antichi nel metodo, poteva competere con gli antichi e superarli solo indirizzandosi verso campi limitati della ricerca e del sapere ( ed egli proponeva la compilazione di una storia naturale, a più mani, da cui dovevano essere inferiti, per induzione, gli assiomi fondamentali ). Solo così i moderni potevano vincere la superiorità intellettuale degli antichi. E, in effetti, Bacone fu il campione della modernità, ma egli faceva una netta distinzione: intellettualmente l'individuo singolo era meno dotato ( proprio a causa della teoria dell'invecchiamento della razza umana ) dei giganti dell'antichità, ma collettivamente i moderni erano superiori agli antichi.

         Contro questa tesi Fontanelle ( Digression sur les ancients e les modernes ) sostenne che è pericoloso spingere le analogie sino in fondo. Per Fontanelle, biologicamente, tra l'uomo del passato e quello del presente, non c'è alcuna differenza ( Aldridge, 1973: 79 ). Se è vero che l'uomo moderno non è altro che la sintesi delle generazioni passate, che coesistono in lui, è anche vero che i periodi ( infanzia, gioventù, maturità e vecchiaia ) non corrispondono. E' arbitrario affermare, egli sostenne, che l'uomo si trovi ora nella vecchiaia. In realtà, l'umanità non conoscerà mai la decadenza, ma diventerà sempre più esperta e più saggia e rimarrà per sempre nell'età della virilità, dopo aver attraversato la fase dell'infanzia, in cui ha lottato per soddisfare i suoi  bisogni naturali, e quella della giovinezza, in cui prevalse l'immaginazione e incominciò il pensiero razionale. Quest'ultima fase l'avrebbe raggiunta prima se non fosse stato distratto dalla guerra. Ma ora, solo ora, ha rifatto ritorno alla scienza. E, in questo campo, per Fontenelle, la superiorità dei moderni è indiscutibile, in quanto, a differenza delle belle arti, dove non c'è progresso nel tempo ( i moderni eguagliano gli antichi e viceversa ), essi, " a causa dell'accumulo delle conoscenze, posseggono una maggiore quantità di informazioni di almeno dieci volte rispetto a quella dei tempi di Augusto " ( Aldridge, 1973: 79 ).

         Anche per Saint Pierre ( Discours sur la polysynodie ) l'umanità è un'unica realtà psichica ( mente, pensiero ) che cresce nel tempo ( secoli, millenni ). Ma, a differenza dell'individuo, a cui può essere paragonata, che quando invecchia perde la ragione e la felicità a causa dell'indebolimento del corpo, essa sarà sempre in grado di crescere in saggezza e benessere fino alla fine dei tempi.

         Turgot ( Anne Robert Jacques, 1729-81 ) fu il primo degli evoluzionisti sociali. Egli  vide la storia universale come il procedere della razza umana verso traguardi sempre più avanzati. Questo cammino, tuttavia, non fu lineare, ma tortuoso, con periodi di pace e di sconvolgimenti, e non fu uniformemente diffuso. I componenti della razza umana, proprio come i singoli individui, sono dotati di capacità diverse: alcuni hanno un talento che ad altri manca; altri hanno acquisito, grazie al proprio sforzo e alla propria esperienza storica, delle abilità che altri non hanno. E sono proprio questi che ci fanno capire che la storia umana ha avuto un principio nel tempo, chè, altrimenti, nell'infinità dell'esistenza, tutti avrebbero raggiunto lo stesso livello di maturazione. Il meccanismo che provoca questo progresso è, in parte, biologico ( usando un termine che Turgot sconosceva ) e, in parte, sociale ( eredità sociale ). " Una felice disposizione delle fibre cerebrali, una maggiore o minore velocità del sangue, queste sono probabilmente le uniche differenze che la natura stabilisce tra gli uomini: i loro spiriti, o la potenza e la capacità della loro mente, mostrano una reale disuguaglianza, di cui non potremo mai conoscere e discutere le cause. Tutto il resto è effetto dell'educazione, e l'educazione è il risultato di tutta la nostra esperienza sensoriale, di tutte le idee che abbiamo potuto acquisire dalla culla in poi. Tutti gli oggetti che ci circondano contribuiscono a questa educazione; le istruzioni dei nostri genitori e dei nostri insegnanti ne sono solo una minima parte " ( Turgot, 1844: 645 ).

         Nella sua esperienza storica, comunque, per Turgot, l'uomo non è stato guidato dalla ragione, ma dalle passioni e dall'ambizione. E questo fu un bene. Perchè se fosse stato ragionevole non ci sarebbe stato alcun progresso. Per conservare il proprio stato di felicità, egli sarebbe rifuggito dalle guerre e si sarebbe chiuso in comunità sempre più ristrette. Questa mancanza di scambi lo avrebbe condotto alla stagnazione più totale in tutti i campi: delle scienze, delle arti e delle idee. La competizione con altri popoli, con altre società e con altri individui è essenziale al progresso della razza umana. Dove non c'è o non c'è stata, come in Cina, il progresso si arresta e la società entra in decadenza.

         Per Condorcet, M.J.A.N. Caritat marquis de Condorcet ( 1743-1794 ), matematico e filosofo, non furono gli eventi politici che determinarono l'evolversi della civiltà, ma il progresso delle conoscenze. La storia dell'uomo è la storia dell'intelletto umano e dell'affermarsi della ragione. Figlio del secolo dei lumi, Condorcet vide la storia universale come la progressiva conquista di sempre nuove conoscenze, che emancipavano l'uomo dalla superstizione e dall'ignoranza  e  sviluppavano le sue capacità razionali. Pe Comdorcet, tutta la storia dell'uomo si concludeva in dieci tappe o epoche. Nove, ai suoi giorni, erano già concluse. La decina era la storia del futuro, quella che veniva dopo la sua epoca.

         Condorcet è poco interessato ai primi tre stadi: quello tribale, quello pastorale e quello agricolo. Nella prima epoca,egli sostiene, gli uomini incominciarono a formare le prime comunità ( tribù ), formate da più famiglie, e si diedero la prima e rudimentale organizzazione sociale con la divisione del lavoro ( l'uomo cacciatore, guerriero e politico; la donna raccoglitrice e addetta al rudimentale orticello domestico ) ed istituirono la prima e fondamentale divisione di classe, " che ha avuto sul suo cammino le più opposte influenze, accelerando il progresso dei lumi nel mentre diffondeva l'errore, arricchendo le scienze con verità nuove, ma anche precipitando popoli nell'ignoranza e nella servitù religiosa, facendo acquisire qualche beneficio temporaneo con una lunga ed umiliante tirannia.

         " Mi riferisco qui alla formazione di una classe di uomini depositari dei principi delle scienze, o dei metodi delle arti, dei misteri e dei riti della religione, delle pratiche della superstizione; spesso dei segreti della legislazione della politica. Mi riferisco alla separazione del genere umano in due classi: l'una destinata ad insegnare, l'altra fatta per credere; l'una che nasconde orgogliosamente ciò che si vanta di sapere, l'altra che riceve con rispetto ciò che ci si degna di rivelarle; l'una che vuole elevarsi al di sopra della ragione e l'altra che rinuncia umilmente alla sua e si riduce al di sotto della umanità, riconoscendo agli altri uomini prerogative superiori alla loro comune natura " ( Condorcet, 1974: 58-59 ).

         Nella seconda epoca, quella pastorale, si incominciarono ad affermare le prime divisioni di censo e si introdusse il lavoro servile e la schiavitù fece la sua prima apparizione.

         Nella terza, quella agricola, le comunità si organizzarono in popolo, non più migratore, non più cacciatore, ma sedentario, grazie alla scoperta dell'agricoltura. L'organizzazione sociale diventò più complessa e si affermarono le caste o classi sociali, le quali divennero ben presto depositarie di conoscenze ed abilità che tennero gelosamente segrete e le sfruttarono per tenere soggiogato il popolo, il quale fu lasciato deliberatamente nella più profonda ignoranza. Tutte le nuove scoperte ( nell'astronomia, nell'aritmetica, ecc. ) e tutte le nuove invenzioni ( la scrittura, ecc, ) non vennero utilizzate per far progredire il popolo sulla via della conoscenza, ma vennero strumentalizzate a fini di potere. Erano esse che garantivano alle classi dominanti la perpetuazione del loro potere e,paghe di questo, esse non fecero nulla per portare avanti le loro osservazioni dei fenomeni naturali allo scopo di aumentare le loro conoscenze. Per questo motivo, queste società entrarono in uno lunghissimo periodo di stagnazione e di declino finchè non si affacciò sulla soglia della storia un nuovo popolo, che doveva fondare il cammino della civiltà su nuove basi: i greci.

         La quarta epoca è la storia dello spirito greco, che si dispiegò libero nella sua individualità. La ricerca della verità non era più appannaggio di caste o classi sociali. Politicamente, l'uomo greco non era sottomesso ad alcun dispotismo. Egli era libero e questa sua libertà aveva un nome: repubblica. Un sistema politico in cui " tutti gli uomini conservavano un uguale diritto alla conoscenza della verità. Tutti potevano cercare di scoprirla per comunicarla a tutti, e tutta intera... Tuttavia, i loro saggi, i loro sapienti, che assunsero ben presto il nome più modesto di filosofi e amici della scienza, della saggezza, si smarrirono nell'immensità del piano troppo vasto che avevano concepito. Essi vollero penetrare la natura dell'uomo e quella degli dei, l'origine del mondo e quella del genere umano. Essi provarono a ridurre l'intera natura in un unico principio, ed i fenomeni dell'universo ad una legge unica. Cercarono di racchiudere in una sola regola di condotta sia  i doveri della morale sia il segreto della felicità.

         " Così, invece di scoprire verità, formarono sistemi, trascurando l'osservazione dei fatti, per abbandonarsi alla loro immaginazione; e non potendo difendere le loro idee con prove, cercarono di difenderle con sottigliezze " ( Condorcet, 1974: 85 ).

         La quinta epoca, che inizia dopo la divisione della scienza nel secolo di Aristotele, vide il trasferimento del centro del sapere ad Alessandria d'Egitto ad opera dei Tolomei. Qui si verificò un grande progresso delle scienze, frutto non di osservazioni sistematiche, ma di risultanze occasionali,per cui non si potè sviluppare alcuna teoria scientifica.

         Con i romani le scienze non fecero alcun progresso: " le scienze, la filosofia, le arti figurative, furono sempre piante estranee al mondo di Roma ... La giurisprudenza è... la sola scienza che dobbiamo ai romani " ( Condorcet, 1974: 99 ). Il sorgere del cristianesimo, il suo affermarsi e il suo trionfo finale " fu il segno della completa decadenza, sia delle scienze che della filosofia " ( Condorcet, 1974: 105 ).

         La sesta è un'epoca di decadenza, che si manifesta più velocemente in Occidente che in Oriente. Ma è anche l'epoca in cui la ragione riprese il suo cammino per non arrestarsi più. E' l'epoca delle invasioni barbariche, in cui la società conobbe una nuova organizzazione politica e dove le guerre non furono più combattute per acquistare schiavi, ma per acquistare nuove terre e gli uomini per coltivarle. La schiavitù sparì come istituzione e si affermò il concetto cristiano di fratellanza. La chiesa si diede una propria struttura che rivaleggiava con quella dell'impero. Ma è anche l'epoca in cui gli arabi rinacquero come civiltà e conquistarono i tre quarti del mondo conosciuto. La loro cultura, figlia di quella greca, di cui avevano appreso tutto, è molto avanzata. " Durante quest'epoca disastrosa si assiste al rapido declino dell'intelletto umano, che perde tutte le conquiste che aveva fatto nel passato, e si assiste alla progressiva invadenza dell'ignoranza e, qualche volta, della crudeltà bestiale... Le sole conquiste dell'uomo furono l'aspettativa teologica e la superstizione, la sola moralità l'intolleranza. L'Europa, in lacrime e sangue, schiacciata dalla tirannia della chiesa e dal dispotismo militare, aspettava il momento in cui una nuova rinascita le avrebbe restituito la libertà e le avrebbe restituito il suo posto di erede dell'umanità e della virtù " ( Condorcet, 1974: 120 ).

         La settima epoca è l'epoca della rivolta contro l'autorità della chiesa e dell'affermazione dei diritti della ragione, che era stata mortificata per un lunghissimo periodo. Ma è anche l'epoca della diffusione della cultura attraverso l'invenzione della stampa e della rinascita della scienza, che non si era ancora liberata completamente del concetto di autorità: " una proposizione veniva accettata non perchè fosse vera, ma perchè era scritta in quel certo libro ed era stata riconosciuta in quel dato Paese... In questa modo l'autorità degli uomini aveva sostituito l'autorità della ragione. I libri venivano studiati più della natura stessa e le opinioni degli antichi erano anteposti ai fenomeni dell'universo " ( Condorcet, 1974: 140 ).

         Nell'ottava epoca lo spirito umano riconquista la sua piena libertà e la cultura si diffonde sempre di più grazie all'aumentata circolazione dei libri a stampa. " Il progresso nelle scienze fu rapido ed entusiasmante. Il linguaggio dell'algebra fu standardizzato, semplificato e perfezionato, anzi fu proprio in quest'epoca che esso divenne rigoroso. Si posero le fondamenta della teoria generale delle equazioni... e furono risolte le equazioni di terzo e quarto grado... Galileo scoprì la legge della caduta dei gravi... e quella dell'inerzia... Copernico riportò alla luce la teoria eliocentrica che era stata dimenticata ... Tre grandi uomini hanno aperto una nuova epoca nella storia dell'uomo: Bacone, Galileo e Cartesio " ( Condorcet, 1974: 152 ).

         La nona epoca è l'epoca in cui l'uomo lotta per conquistare le sue libertà politiche e civili. Solo l'Inghilterra garantisce al cittadino una certa libertà e la sua costituzione è stata per lungo tempo ammirata dai filosofi. Il grido di battaglia degli uomini più dotti di quest'epoca era: " Ragione, Tolleranza, Umanità ". Questa fu l'epoca delle grandi rivoluzioni, di quella americana e di quella francese, e del progresso scientifico con Newton, Huigins, Halley, ecc.

         La decima epoca, infine, quella del futuro, è l'epoca in cui, secondo le tendenze  che egli aveva scorto nella storia, si abbatteranno le ineguaglianze tra le nazioni e quelle tra le classi sociali, e si assisterà ad un miglioramento delle condizioni dell'individuo e quelle della stessa natura umana, sia intellettualmente che moralmente ed anche fisicamente.

         Auguste Comte ( 1798-1854 ), nel suo corso di filosofia positiva, traccia uno sviluppo storico dell'umanità senza tenere conto della storia dei singoli popoli o delle singole civiltà, sulla scia di quanto aveva fatto Condorcet, il quale aveva visto nella storia un'unica realtà: la società e non i singoli popoli, anche se questi , con la loro esperienza, con le loro vicissitudini ed i loro travagli, avevano contribuito al suo progresso. Per Comte, l'umanità aveva attraversato tre grandi periodi ( legge dei tre stadi ): il teologico o della fantasia, il metafisico o astratto e lo scientifico o positivo. Questi tre periodi corrispondevano alle tre età dell'uomo: l'infanzia, la gioventù e la maturità.

         I tre stadi, per Comte, ebbero una durata diseguale. Nel primo, quello teologico,  che va dalla prima società dell'uomo alla fine del medioevo, l'umanità, nella sua ricerca " della causa prima di tutti i fenomeni, nella sua ricerca della conoscenza assoluta " ( Comte, 1896. I: 2 ),attraversa tre età: quella del feticismo, quando la natura veniva considerata dotata di anima e quindi di vita cosciente; quella del politeismo, nella sua duplice forma di teocrazia, rappresentata dalla civiltà egiziana, e di militarismo, rappresentata da Roma, in cui si verifica la confusione dei poteri: quello spirituale e quello temporale, e si afferma la forma economica della schiavitù; quella del monoteismo, infine, che fu preparata dai Giudei, in cui si ha la separazione dei poteri: quello spirituale si dedica all'educazione e alla formazione dell'individuo e quello temporale si appropria dell'azione, nel più ampio significato del termine.

         Nel secondo stadio, quello metafisico o astratto, che rappresenta una brevissima tappa transitoria di fronte all'immensa durata del primo o all'infinità del terzo, l'umanità incomincia a darsi spiegazioni astratte della realtà che la circonda ed attribuisce tutti i fenomeni " a misteriose entità, che, nel principio, pensa siano emanazione dei fenomeni stessi, ma l'osservazione  quotidiana abitua la mente a riferirli sempre più esclusivamente all'evento prodotto " ( Comte, 1896, II: 324 ).

         Nel terzo, infine, quello scientifico o positivo, si era giunti alla nuova era, che stava appena incominciando ai tempi di Comte, al punto di arrivo del lungo cammino dell'umanità. Tuttavia esso era stato già raggiunto nelle scienze fisiche con l'invenzione del metodo scientifico. Comte riservava a sè il compito di farlo raggiungere anche alle scienze sociali e, in particolar modo, alla sociologia, l'ultima delle scienze, in ordine di tempo, ma la prima in ordine di importanza, in quanto ingloba e fa suo le conquiste delle altre che l'hanno preceduta, secondo la classificazione che egli ne fa nel primo volume del suo corso di filosofia positiva .

         Gli storici, che si occuparono di storia universale in modo sistematico e con una ricerca immensa, sono due: Osvald Spengler ( tedesco ) e Arnold Toynbee ( inglese ). Tutti e due appartengono al secolo XX e scrissero la loro opera a poco distanza l'uno dall'altro, ma le concepirono entrambi nello stesso periodo: gli anni precedenti la prima guerra mondiale. Fu questo primo grande conflitto mondiale, che già si preannunciava nell'aria, che fece loro sentire il bisogno di dare una risposta ai problemi del loro tempo ed entrambi si resero conto che questa risposta non poteva venire dall'esame della storia recente, ma doveva essere ricercata in un quadro più ampio.

          Osvald Spengler scrive: " nel 1911 avevo intenzione di desumere, dallo studio di alcuni fenomeni politici del tempo presente e da quel che da essi si poteva desumere per l'avvenire, qualcosa di proprio a più vasti orizzonti. La guerra mondiale, forma esteriore già divenuta inevitabile della crisi storica, era allora imminente e si trattava di comprenderla partendo dallo spirito non dei precedenti anni, ma dei precedenti secoli. Nel corso di quel lavoro, allora ristretto, dovetti convincermi che per comprendere davvero l'epoca occorreva una documentazione assai più ampia... E alla fine apparve ben chiaro che nessun frammento della storia può essere davvero chiarito se non si sia prima lumeggiato il segreto della storia mondiale in genere, più propriamente quella della storia dell'umanità superiore intesa come unità organica dalla struttura  periodica " ( Spengler, 1957: 82-83 ).

         Per Toynbee " lo scopo dichiarato dello Study ..., almeno come fu concepito all'inizio, era di mettere a confronto tutte le civiltà conosciute dall'uomo per scoprire le cause del loro sorgere e decadere. Toynbee ci dice che lo stimolo per una tale ricerca gli venne d'improvviso nel periodo immediatamente precedente la prima guerra mondiale, quando, insegnante di storia antica ad Oxford, si trovò a leggere la storia della guerra Peloponnesiaca di Tucidide con occhi nuovi, con gli occhi di uno che sta per subire la medesima esperienza. L'affinità che da allora sentì per i Greci del V secolo a.C. in contrasto con i suoi antenati europei del Medio Evo, lo portò ad intraprendere uno studio comparativo di vasta portata. Questo, egli sperava, avrebbe potuto giustificare una predizione del destino di una civiltà occidentale che stava già sperimentando un tempo di conflitti " ( Dray, 1969: 130-31 ).

         In apertura delle loro opere, entrambi mossero un attacco a fondo agli storici del tempo. Il primo affermò che gli storici non avevano saputo leggere la storia e, quando lo avevano fatto, " i mezzi per venire ad un serio risultato furono ignorati o inadeguatamente utilizzati " ( Spengler, 1957: 1 ). La storia, per Spengler, non può essere divisa in antica, medievale e moderna. Questo svolgimento lineare poteva essere frutto solo della miopia degli storici. In realtà, nella storia si è verificata una successione di " culture " o " civiltà ", ognuna  con la propria inconfondibile individualità, e quindi lo studio della storia deve essere lo studio comparato di queste " civiltà ".

         Il secondo accusò gli storici di avere una visuale limitata, incapaci di andare al di là della " storia  parrocchiale ", cioè nazionale, la quale non è intellegibile se non è inserita nell'ambito della civiltà a cui appartiene ( Toynbee, 1934-1954 ).

         La storia del mondo, per Spengler, non può essere confusa con la storia dell'umanità. Questa non esiste e, se esiste, è un " concetto zoologico e un nome vuoto " ( Spengler, 1957: 40 ). La storia del mondo non si è svolta in senso lineare e concatenato inseguendo un fantomatico " progresso " dell'umanità, ma si è svolta secondo " un eterno formarsi e disfarsi, un meraviglioso apparire e scomparire di forme organiche... una molteplicità di civiltà possenti, scaturite con una forza elementare dal grembo di un loro paesaggio materno, al quale ciascuna resta rigorosamente connessa in tutto il suo sviluppo: civiltà, che imprimono ciascuna una propria forma all'umanità, loro materia, e che hanno ciascuna una propria idea e delle proprie passioni, una  propria vita, un proprio volere e sentire, una propria morte... ogni civiltà ha proprie, originali possibilità di espressione che germinano, si maturano, declinano e poi immediatamente scompaiono " ( Spengler, 1957: 40-41 ). La storia del mondo, per Spengler, è la somma di queste civiltà. Nulla di più.

         Per Spengler, " il mezzo per conoscere le forme morte è la legge matematica ", mentre " il mezzo per conoscere le forme viventi è l'analogia " ( Spengler, 1957: 14 ). E le civiltà hanno un ciclo di vita analogo a quello dell'uomo. Esse hanno  un'infanzia, una gioventù, una maturità e una vecchiaia. Nello svolgimento di questo ciclo, esse diventano prima una cultura, poi una civiltà ed, infine, una civilizzazione. La " cultura nasce nel momento in cui si desta una grande anima " ( Spengler: 45 ) e in questa fase si è nel pieno " vigore creativo, nella feconda primavera " ( Braudel, 1973: 243 ). Le culture diventano una civiltà quando si pongono delle aspirazioni e le realizzano nel pieno della maturità, ma, quando tutti i fini sono raggiunti e non si hanno altre aspirazioni, le civiltà si trasformano in civilizzazione. " La civilizzazione è l'inevitabile  destino di una civiltà. Con ciò si può raggiungere un'altezza, dalla quale si può scorgere la soluzione dei problemi ultimi e più ardui. Le civilizzazioni sono gli stadi  più esteriori e più artificiali di cui una specie umana superiore è capace. Esse rappresentano una fine, sono il divenuto che succede al divenire, la morte che segue alla vita, la finità che segue all'evoluzione " ( Spengler: 57 ). E la civiltà Occidentale ha raggiunto questo stadio, quello della civilizzazione, sin dal XIX secolo.

         Toynbee apre la sua monumentale " Studio della storia " affermando che la storia diventa intellegibile soltanto se si prendono in considerazione i grandi aggregati umani o grandi sistemi di interrelazioni tra individui ( cioè, la società ). Lo studio della storia di un singolo stato o di una singola nazione, contrariamente a quello che hanno sempre pensato gli storici, non è intellegibile se essi vengono staccati dalla civiltà a cui appartengono.

         La storia inglese, per esempio, non può essere compresa appieno se essa non viene inserita e studiata nell'ambito della cristianità occidentale.  Anche gli stessi elementi, quali il sistema di produzione industriale e il sistema di governo parlamentare rappresentativo, che più sembrano caratteristici ed esclusivi del popolo inglese, non possono essere spiegati al di fuori di questo quadro di riferimento.

         Attualmente i quadri di riferimento, o grandi civiltà. per Toynbee, sono cinque: quella occidentale, già citata, la cristiana ortodossa, la islamica, la indù e quella del lontano oriente. Dietro ognuna di esse stanno le civiltà originarie di cui esse sono affiliazioni.Dietro alla civiltà occidentale, per esempio, troviamo la civiltà ellenica e dietro questa, a sua volta, troviamo la civiltà minoica. In tutto le civiltà sono ventitré, sedici sono affiliazioni di civiltà precedenti e sei sorsero direttamente da società primitive.

         Le civiltà sorgono quando le società primitive devono rispondere ad una sfida che minaccia la loro esistenza. Questa sfida è di natura geografica-ambientale.

         La civiltà egiziana e quella sumerica, per esempio, dovettero rispondere alla sfida di una natura ostile che, con periodiche inondazioni dei fiume, rendeva paludoso ed inabitabile l'arido terreno circostante. Quella Maya dovette affrontare la foresta tropicale; quella  Andina il brullo altipiano costiero; la minoica la forza del mare; la Sinica, che sorse sulle rive del Fiume Giallo, dovette affrontare la stessa degli egizi e dei sumeri, anche se non lo sappiamo con certezza.

         Le civiltà affiliate sorsero dal crollo e dalla disintegrazione di queste prime sei civiltà. La sfida, a cui esse dovettero rispondere, non era più di carattere fisico-ambientale, ma era di carattere umano-storico.

           I Greci furono chiamati a risolvere il grave problema della sovrappopolazione. Ed essi fornirono tre risposte diverse. Corinti e Calchide fondarono delle colonie oltremare. le famose colonie della Magna Grecia. Sparta conquistò militarmente il territorio circostante, sottomettendo le popolazioni locali. Atene diede vita ad una classe di artigiani e di mercanti itineranti. Le conseguenze furono che Sparta dovette militarizzarsi, rendendo lo stato una caserma. Atene dovette dare maggiore spazio politico a queste classi, abolendo la forma di governo aristocratico ed inventando la democrazia ( repubblica ).

         Per Toynbee, mentre le società primitive sono statiche, le civiltà sono fortemente dinamiche. " Le società primitive, come le abbiamo conosciute attraverso l'osservazione diretta, possono essere paragonate a delle persone che giacciono addormentate sull'orlo di un precipizio sul fianco di una montagna; le civiltà possono essere paragonate a compagni di viaggio di queste persone addormentate, che, però, si sono svegliate e hanno iniziato a salire la montagna " ( Toynbee, 1934-54, II: 58 ). Questo, però, non esclude che le società primitive siano state dinamiche nella prima parte della loro storia, quando si sollevarono dalla loro condizione sub-umana. Anche le civiltà bloccate sono statiche. Quest'ultime sono quelle civiltà che per arrivare al grado di civiltà hanno dovuto affrontare una sfida al limite delle loro possibilità e, quindi, rimasero senza energie per poter proseguire la corsa.

         Altre società primitive, invece, non seppero fornire una risposta valida alla sfida, oppure quest'ultima era superiore alle loro forze, perciò esse furono delle  civiltà mancate.

         Lo sviluppo delle civiltà avviene attraverso l'azione di una minoranza creatrice, che, realizzando le proprie aspirazioni e progetti, si pone come modello per il resto della popolazione, alla quale sono riservate due alternative: ripercorrere la stessa strada della minoranza creatrice o imitarla esteriormente ( mimesis ).

        L'azione della minoranza creatrice, a livello individuale, si dispiega secondo un movimento di " ritiro e ritorno ". Ritiro  allo scopo di ricercare la propria illuminazione e ritorno per illuminare i propri simili. La vita di San Paolo, di San Benedetto, di San Gregorio Magno, di Budda, di Maometto, di Machiavelli e Dante ne sono una testimonianza. Anche a livello della società, il movimento avviene allo stesso modo. Le minoranze creatrici " contribuiscono allo sviluppo della società, a cui appartengono, ritirandosi per un certo periodo dalla vita attiva della società: ne sono esempi Atene, nel secondo capitolo dello sviluppo della società ellenica; l'Italia, nel secondo capitolo dello sviluppo della Società Occidentale; e l'Inghilterra nel terzo capitolo " ( Toynbee, II: 150 ).

         La decadenza subentra quando la minoranza creatrice, perdendo la sua creatività, si trasforma in minoranza dominante. Gli esclusi formano un proletariato interno, mentre alle frontiere preme un proletariato esterno ( gli esclusi dalla civiltà: i barbari ). Il segno tangibile della crisi è la costituzione di uno stato universale ( impero ), con il quale si pensa di aver dato una risposta alla sfida. Il proletariato interno dà vita ad una chiesa universale, la quale sarà chiamata, quando la civiltà crollerà, a salvare le conquiste più significative della civiltà stessa per trasmetterle alla nuova civiltà, che nascerà dalla forza congiunta del proletariato interno e da quello esterno.

         L'antropologia culturale è l'ultima arrivata nel campo della spiegazione storica a livello di civiltà o storia universale. E la sua baldanza è pari alla sua presunzione. Essa sostiene che nello studio delle società semplici, suo tradizionale campo di studio, " ha sviluppato una serie di concetti e di metodi che, con opportune modifiche e rifiniture, possono essere usati per studiare quelle società più complesse, il cui sviluppo costituisce la materia di ciò che chiamiamo storia " ( Bagby, 1958: 7 ). Ma questo non basta. L'antropologia, poichè si deve occupare di tutte le culture esistenti nel mondo, ha sviluppato alcune generalizzazioni che devono essere valide sia per la più piccola cultura come per la più complessa. In altri termini, devono avere una validità universale. " Per questa ragione, una futura scienza della storia deve, in un primo momento, contare molto sull'antropologia, sia per i concetti che per i metodi... Lo standard attuale degli antropologi ( e degli altri scienziati sociali ) sembra tanto superiore ai ragionamenti spiccioli degli storici quanto essi sono inferiori alla precisazione matematica degli scienziati della natura. Nonostante i suoi difetti, l'antropologia è già matura abbastanza per servire come guida a coloro i quali vogliono avere una comprensione razionale della storia " ( Bagby: 20 ).

         Per gli antropologi, Spengler, Toynbee, ecc., la storia non l'hanno capita. Le civiltà non si sono sviluppate secondo " un ciclo uniforme di nascita e morte, come sostenne Spengler, ma si sono sviluppate attraverso un ritmo pulsazionale, con vertici ) di crescita che tendono a raggrupparsi nel corso di periodi relativamente brevi nella vita di una civiltà " ( Kroeber, 1944: 762 ). Le civiltà non sono ventuno, come sostiene Toynbee: sono nove primarie ed hanno attorno a loro una serie di civilizzazioni secondarie o periferiche, le quali, pur avendo subito l'influenza delle civiltà primarie, hanno conservato le loro istituzioni fondamentali. Nel presente, comunque, tutte le civiltà stanno divenendo secondarie rispetto a quella Occidentale.

         " Nè Spengler, nè Toynbee sono riusciti a vedere che sei delle civiltà primarie costituiscono delle coppie, che sono vicine nello spazio e quasi contemporanee nel tempo. Esse sono l'Egiziana e la Babilonese, la cinese e l'indiana, la peruviana e la Centroamericana. Queste coppie, inoltre, presentano delle similarità non tanto nella cultura quanto nel carattere generale e nel livello di sviluppo. Quest'ordine, che potrebbe essere chiamato il gemellaggio delle civiltà, non è stato notato dai filosofi della storia " ( Bagby: 169 ).

         La civiltà classica e quella Occidentale hanno avuto uno sviluppo parallelo. Entrambe iniziarono la loro storia con l'invasione di popolazioni barbariche ( ionici e achei nella classica, teutonici nell'Occidente ). Queste popolazioni adottarono ( in larga misura ) gli usi ed i costumi delle civiltà esistenti e fondarono delle monarchie più o meno centralizzate ( Impero carolingio e regno Miceneo ). Poi si ricominciarono a sviluppare le città nelle zone confinanti con civiltà più antiche. " L'Italia nel primo caso e la Ionia nell'altro " ( Bagby: 206 ). In Entrambe, la cultura si estende a nuovi campi e le prime forme di espressione sono imitazioni di quelle più antiche ( classiche in Occidente, orientali nella classica ). Si passa da un'età della fede, pensiero irrazionale, ad un'età della ragione, " che raggiunge la sua maturità creativa nel XVII secolo in Francia ( l'età di Luigi XIV ) e nel quinto secolo in Atene ( l'età di Pericle ) " ( Bagby: 207 ).  Queste due età, che sono comuni a tutte le civiltà primarie, sono seguite dal " secolo di espansione ; ed ora entriamo in quello che Toynbee ha chiamato  tempo di crisi e Spengler l'era degli stati contendenti " ( Bagby: 207 ).

         Le civiltà non sono mai statiche ( Kroeber, 1963: 17 ). Esse seguono un movimento che va in una duplice direzione: verso l'alto, prima del raggiungimento del vertice ( climax ), e verso il basso, dopo il suo raggiungimento, quando " l'organizzazione tende a diventare sempre più ripetitiva e rigida " ( Singer, 1963: VI ).

    Tutte queste spiegazioni della storia restano  insoddisfacenti perchè non sono riuscite a delineare un modello o una legge che avesse una validità universale. Tranne che per i sociologi e per gli antropologi, che non sono interessati allo svolgimento del processo storico delle singole civiltà, ma sono interessati alla civiltà in se stessa, tutti i filosofi, che si sono occupati della storia, e tutti gli storici si son dovuti arrampicare sugli specchi per far rientrare nel loro modello un singolo popolo o una singola civiltà che, per la peculiarità della sua esperienza storica, ne rimaneva fuori. O sono ricorsi ad esclusioni di intere civiltà, o interi continenti, per non far crollare il loro edificio*.

         Hegel collocò intere aree geografiche, con le loro pur avanzatissime civiltà, al di fuori della storia ( i cosiddetti popoli senza storia ) e non li prese quindi in considerazione. Il suo spirito del mondo aveva vissuto per millenni senza prendere coscienza di sè nell'oriente e nell'estremo oriente. Ed egli non poteva occuparsi di ciò che non era ancora noto. Così lasciò fuori dalla sua spiegazione della storia universale non solo la Cina e l'India, ma anche le avanzatissime civiltà della Mesopotamia. La storia statica mal si conciliava col suo nodello di storia in movimento e allora pensò bene di non occuparsene. La storia cosciente per lui iniziò con i persiani, che furono i primi a creare un impero territorialmente non limitato, ma estendentesi su tutte le terre e su tutti i popoli allora conosciuti. Il Modello che egli costruì, per dimostrare la sua tesi ( l'autorealizzazione dello spirito del mondo ) non è scientifico, ma metafisico. Egli voleva dimostrare la superiorità del mondo cristiano-germanico, assunta come postulato, e diede allo svolgimento della storia universale un'interpretazione che dimostrasse l'assunto. Egli voleva dimostrare che la migliore forma di stato era quella prussiana, allora concluse che lo spirito del mondo realizza a pieno se stesso, nella libertà, solo sotto la monarchia. Ma questa monarchia non era costituzionale, dove il cittadino è veramente libero, ma era assoluta e allora dovette concludere, per far quadrare il tutto nel modello dello spirito-libertà, che la vera libertà del cittadino è quella di obbedire alle leggi. Forse, se avesse parlato della monarchia inglese della sua epoca, la prima monarchia costituzionale dell'epoca moderna, le cose gli sarebbero andate meglio.

         Spengler condannò l'uomo a ripetersi in un'incessante fase di nascita, crescita, maturità e decadenza. Con la sua visione pessimistica della storia, vide le civiltà come un mondo chiuso, che nulla apprende dall'esterno e nulla trasmette. Le culture nascono dal nulla e nel nulla ritornano non appena il loro ciclo si è concluso, senza uno scopo, nè un significato. La loro è una decadenza biologica, un annientamento di tutte le loro energie, è la fine di ogni cosa. Le culture si succedono senza comunicare tra di loro. Le successive non apprendono nulla dalle precedenti. Il ciclo non è, come quello di Vico, a spirale, in cui il ricorso avviene ad un livello più avanzato. Per Spengler, una nuova cultura non potrebbe accettare nulla dall'esterno, in quanto non sarebbe in grado di integrarlo. Essa può integrare solo ciò che ha prodotto di suo. In sostanza,quella di Spengler è una lettura della storia parziale, incompleta e fuorviante. Mentre è vero che tutta la storia umana si è svolta secondo delle fasi di nascita, crescita, maturità e decadenza, non è vero che le culture siano state incomunicabili tra di loro ( Borkman, 1981: 34-39 ). I fatti storici ci dimostrano, e noi cercheremo di darne una spiegazione scientifica nel corso di svolgimento di questo lavoro, che ogni cultura ha prodotto, creato, sviluppato idee e conoscenze tecniche e scientifiche che sono poi state utilizzate dalla civiltà successiva per raggiungere un livello di struttura mentale più avanzato, il quale sarebbe stato impossibile senza di quelle. Ma Spengler non credeva nel progresso. La storia del mondo non è la somma di queste culture, ma è la loro sintesi. Nell'uomo dei nostri giorni, noi troviamo l'uomo delle civiltà Mesopotamiche, dell'Egitto, del mondo classico (greco-romano ) e del Rinascimento. Tutte queste civiltà coesistono in lui che utilizza forme di pensiero e conoscenze tecniche e scientifiche che ognuna di queste civiltà ha maturato dopo anni, decenni e secoli di travagli e di passione. L'uomo, a qualsiasi civiltà egli sia appartenuto, non è stato mai un nuovo cominciamento, ma è stato la crescita, la sintesi di quello che lo ha preceduto ( Kline, 1954: X-XI ).

         Toynbee ha voluto far assurgere le sue generalizzazioni alla dignità di leggi storiche, ma esse non possono avere valore universale perchè troppe civiltà ( mancate, bloccate, pietrificate, ecc. ) non vi rientrano. Egli ha cercato di superare questo ostacolo introducendo delle varianti. Così sono venute alla ribalta le società mancate ( quelle che non hanno saputo rispondere alla sfida perchè era troppo difficile per le loro possibilità ), le bloccate ( quelle che hanno speso tutte le energie che avevano per rispondere alla prima sfida e poi " sono rimaste addormentate sul ciglio del precipizio " ), ecc.

         Le leggi della storia non esistono. Esistono interpretazioni e spiegazioni che possono essere valide per dare una risposta ai quesiti particolari di un'epoca particolare. Se esistessero le leggi della storia non ci sarebbe bisogno di riscriverla continuamente. Quelle che, erroneamente, si vogliono chiamare leggi, come fa Toynbee, sono delle intuizioni geniali che forniscono una chiave, una delle tante, per interpretare la storia. Una di questa è la generalizzazione della " sfida e risposta " della stesso Toynbee. Ma già quando si passa alla sua seconda generalizzazione, quella del " ritiro e ritorno ", le cose vanno meno bene. Ritiro e ritorno significano poco se si vuole indicare che nel frattempo non si sono avuti contatti con altri popoli. Il ritiro dell'Inghilterra*, per esempio, Toynbee lo fa coincidere con il periodo della sua massima espansione, e come nazione e come potenza mondiale. Il suo ritorno cade proprio quando in realtà incomincia il suo declino. Le stesse osservazioni valgono per il Rinascimento. Durante questo periodo, che Toynbee chiama ritiro, gli uomini che posero le basi per la grandezza delle successive conquiste, ebbero contatti con tutti i popoli del presente e del passato e ne saccheggiarono la cultura per assimilarla, imitarla creativamente, e porla come fondamenta alla loro creazione.

         L'errore fondamentale di Toynbee è stato quello di credere ( o di far credere, come alcuni sostengono ) che egli stava fornendo una spiegazione scientifica della storia e che, perciò, le sue leggi erano leggi oggettive, ossia erano state ricavate dalla studio della storia ( da qui il titolo della sua opera: Uno studio della storia ), mentre, in realtà, egli stava interpretando la storia secondo un  modello a priori ( Munz, 1977: 275 ).

        Toynbee ha costruito il suo modello su quello Ellenico-Occidentale, le cui civiltà secondo lui si somigliano, e poi ha adattato le altre società meno conosciute a questo modello. La decadenza non può essere spiegata, come fa Toynbee, con il crollo dell'eredità sociale, se per questa intendiamo la massa di conoscenze acquisite dalle generazioni precedenti, che viene assorbita attraverso il meccanismo della trasmissione e cioè " mediante l'esempio, l'insegnamento, mediante l'istruzione, la pubblicità e la propaganda " ( Childe, 1964: 185 ). La decadenza è determinata dal declino, prima, e la scomparsa, poi, della tensione ideale che aveva fatto sorgere  le energie  dei grandi costruttori della civiltà. Avere degli obiettivi da raggiungere, degli ideali da realizzare; avere coscienza di essere destinati a grandi cose ( grandezza della patria, la difesa della civiltà contro la barbaria, la conquista alla civiltà di popoli barbari, la costruzione di una civiltà migliore, ecc ), creano nell'individuo e nella massa una grande, immensa tensione ideale e morale e fanno spigionare le immense energie fisiche, intellettuali e morali, di cui è capace lo spirito umano. Un individuo o una massa così motivati possono raggiungere qualsiasi obiettivo e si crea in loro un'aureola di grandezza. Ma questa grandezza la si trova soltanto nella prima motivazione ( è quello che affermava Toynbee quando diceva che nessun individuo, nessun gruppo è capace di dare una risposta ad una seconda sfida ), cioè, solo quando l'individuo o la massa nasce per la prima volta ad una grande impresa. La decadenza arriva quando questa tensione ideale o morale declina e muore per una serie di motivi ( avere coscienza di aver raggiunto gli obiettivi prefissati, il mancato rinnovo degli ideali, ecc. ). L'individuo o la massa demotivata difficilmente rinascono a grandi imprese. Nella storia mai abbiamo trovato una civiltà che abbia raggiunto lo stesso splendore una seconda volta, a meno che non si riesca a trovare una nuova e diversa motivazione che faccia risorgere le energie che giacciono in letargo. Anche l'antico splendore può essere una motivazione valida: un popolo può rinascere, ma in forma diversa e con diversi obiettivi ( vedi il Rinascimento e l'Islam ).

         L'antropologia, infine, ha fallito il traguardo ambizioso che si era prefisso: quello di fornire il modello della futura scienza della storia. I modelli forniti da Bagby non sono storici. Le critiche mosse a Spengler e Toynbee sono ingiuste. Spengler , da storico o metastorico, se si preferisce, aveva visto le civiltà come unità e quindi aveva stabilito il suo ciclo, per quanto vero l'abbiamo già visto, di nascita, crescita, maturità e decadenza. Kroeber e Bagby, invece, da antropologi, vedono le civiltà come aggregati di culture e quindi devono, come fa Kroeber, parlare di ritmo pulsazionale, perchè, all'interno della civiltà Occidentale, la leadership è passata da una nazione all'altra, intervallata da un periodo di stasi ( ecco la pulsazione ). E " le fantasie religioso di Toynbee " ( Bagby: 6 ) costituiscono per Bagby un alibi per movere una serie di attacchi senza provare o dimostrare nulla. In fondo, se avesse esaminato  bene, la sua comparazione della civiltà classica ed occidentale somiglia molto alla descrizione di Toynbee.

         Tutte queste storie mancano di una spiegazione, che sia universalmente applicabile a tutte le civiltà, perchè hanno trascurato il  vero ed unico creatore di queste civiltà: l'uomo , per andare alla ricerca di qualcosa che lo trascendesse e lo includesse nella spiegazione. Nel mondo della spiegazione storica non c'è posto per entità che sono al di fuori dalla realtà concreta ed empirica. E questa realtà è l'uomo e la natura fisica. Questa eterna interazione, che ha visto, nel tempo, l'uomo identificarsi con la natura per poi percepirla come qualcosa di diverso da sè, finché raggiunse l'equilibrio di sentirsi parte della natura, ma dotato di uno strumento che era ed è capace di piegarla al proprio servizio: la sua intelligenza. " Ciò che io credo fermamente è che ciò che caratterizza l'uomo è l'estrema abbondanza della sua immaginazione*, che è così scarsa nelle altre specie; perciò credo che l'uomo sia una animale fantastico e che la storia universale sia lo sforzo continuo, gigantesco ed insistente di mettere, a poco a poco, un qualche ordine in questa meccanica fantasia. La storia dell'intelligenza è la storia delle tappe, attraverso le quali è avvenuta la razionalizzazione   della nostra disordinata immaginazione. Non c'è altra strada se non quella di capire come si sia prodotta, nel tempo, questo perfezionamento della mente dell'uomo " ( Gasset, 1973: 272-277 ).

         L'uomo è il prodotto dell'evoluzione delle forme viventi sul nostro pianeta. Egli viene da lontano, anzi da lontanissimo, e, nella sua forma attuale, è relativamente recente ( qualche milione di anni, dice la paleontologia ). Per quello che ne sappiamo, sembra che egli sia l'unico animale ad usare razionalmente la massa contenuta nel suo cranio: il cervello      ( Eccles, 1970 ). Questa massa o cervello, ci dice la biologia, è anch'essa frutto dell'evoluzione, per cui esso è composto da tre strati distinti: il paleocervello o cervello ferino ( dall'essere primitivo, il rettile ), da cui discendono gli impulsi dell'aggressività e degli istinti ( istintualità ), ed è dotato di memoria corta  ( Laborit, 1977 ); il cervello dei primi mammiferi ( sovrapposto al primo ), che è dotato di memoria lunga** , da cui discendono gli impulsi dell'affettività, del sentimento e della paura, e il neocervello o neocorteccia, dotata di capacità associativa, propria dell'essere umano, che trascende qualsiasi altra esperienza dei viventi ( Fromm, 1964 ) e ne fa un essere razionale ed intelligente, ma anche un essere debole.

         La biologia ci dice ancora che il cervello (neocorteccia) ha cessato di crescere ed è rimasto immutato dalla metà del pleistocene ( Brace-Montagu, 1965: 328 ). Questo spiega perchè biologicamente non c'è alcuna differenza tra le varie razze esistenti.

         L'evoluzione, come ha detto qualcuno, " aveva dotato l'uomo di un organo che egli non sapeva utilizzare correttamente " ( Koesler, 1959: 513 ). La natura aveva fatto fronte a tutte le necessità immediate degli altri animali. Aveva dotato le giraffe di colli lunghi per meglio raggiungere le foglie degli alberi; aveva fornito altri animali di zoccoli duri, altri ancora di denti aguzzi; aveva ridotto il cervello di altri, allargando, però, la loro corteccia visuale ( uccelli ). Solo con l'uomo era andata al di là delle sue immediate necessità e l'aveva dotato di un        " organo di lusso e complesso..., la cui corretta e completa utilizzazione richiedeva millenni, ammesso che la specie umana imparerà mai ad utilizzarlo tutto " ( Koesler, 1959: 514 ).

         A stretto rigor di termini, al suo apparire, l'uomo non aveva bisogno di un organo così complesso per risolvere i suoi problemi quotidiani , ma quest'organo gli si dimostrerà utilissimo quando diventerà cacciatore. Quello che è certo è che egli non sapeva e non poteva utilizzare quet'organo in tutte le sue possibilità e potenzialità. " In breve, sembra sempre più apparente che la mente e la ragione non facevano parte dell'equipaggiamento originario dell'uomo, come le sue braccia e le sue gambe, il suo cervello e la sua lingua, ma che le abbia acquisite lentamente e le abbia costruite co sforzi enormi "      ( Britannica, 1962, V: 735 )*.

         Il cervello dell'uomo è come il computer**: prima di incominciare a funzionare ha bisogno di dati ( Neisser, 1967 ) e l'uomo, che usciva dalla ferinità, non li aveva. Egli non aveva nemmeno la specializzazione della massa nervosa, che dovette acquisire per gradi e lentamente ( Gerard, 1959 ). In breve, era come il neonato che " non immagina niente perchè non ha memorizzato niente " ( Laborit, 1977: 42 ).

         Per dargli questi dati ci è voluto del tempo. Tempo materiale per accumularli attraverso l'esperienza***; tempo per organizzarli e codificarli ( Leinfellner, 1983: 162 ). Questa maggiore quantità di conoscenze organizzate disponibili provoca un processo di maggiore specializzazione del cervello. A sua volta, questa maggiore specializzazione consente l'elaborazione di una maggiore quantità di dati ( conoscenze ), la quale, a sua volta, provoca un ulteriore avanzamento nella specializzazione ( Morin, 1974 ) e così si andrà avanti finché il cervello non avrà utilizzato appieno tutte le sue potenzialità. Infatti, " il cervello umano... mentre produce software, e cioè mentre esplica tutte le sue funzioni, non rimane immutato. Cambia anche nella sua struttura. Il suo  hardware, che è costituito da trenta miliardi di cellule nervose, i neuroni, cambia a causa degli innumerevoli messaggi che determinate sostanze chimiche, i neurotrasmettitori, fanno rimbalzare da una cellula all'altra. Quella  rete mirabilis, come è stata chiamata, che lega tutte le cellule in conseguenza degli stimoli esterni, si modifica e si evolve " ( Costa, 1986 ).

         In altri termini, il cervello dell'uomo ha funzionato, attraverso le epoche storiche, come hanno funzionato i computers moderni, la cui capacità di dare risposte ( risolvere problemi ) è strettamente legata alla loro programmazione; l'input determina l'output. Più dati si forniscono alla macchina, più questa sarà in grado di dare risposte elaborate e complesse, proprio come il cervello dell'uomo, il quale, non lo si dimentichi, ha la fondamentale abilità di ordinare, catalogare, classificare, assimilare, confrontare, selezionare, associare; in breve, ha la capacità-abilità di elaborare i dati acquisiti per estrarre da essi le informazioni di cui sono depositari. In effetti,          "  l'intelligenza dell'uomo non può consistere solo nell'aumentare le proprie conoscenze, ma nel rielaborare, ricatalogare e quindi generalizzare l'informazione in modi nuovi e sorprendenti "       ( Rosenfeld, 1988: 168 ).

         La prima generazione dei computers moderni, o intelligenza artificiale, come a qualcuno piace chiamarli, era capace di elaborare un numero ristretto di dati. " Infatti, era capace di contenere solo venti numeri " (Campbell-Kelly,1978:57 ). Anche l'uomo, all'origine, aveva pochi dati a disposizione, ma anche se ne avesse avuto di più non sarebbe stato in grado di elaborarli perchè l'elaborazione richiede la specializzazione   della massa-organo e questa stava avvenendo lentamente.

         La seconda generazione dei computers ha ampliato le sue possibilità con l'invenzione della " core memory " ( Campbell-Kelly, 1970: 70 ), che permise  di aumentare enormemente e la capacità dell'input ( storage capacity ) e del numero di operazioni che poteva svolgere nell'unità di tempo ( più di diecimila al secondo ).  Anche l'uomo, quando ha avuto più dati a disposizione, ha dovuto avere più tempo per l'input, che è avvenuto attraverso la trasmissione organizzata del sistema educativo. Con la terza generazione*, la capacità di elaborazione dei computers è diventata praticamente infinita perchè la sua " storage capacity ( capacità di accumulazione ) supera il milione di caratteri e può svolgere le operazioni a velocità fenomenale " ( Stern-Stern, 1979: 89 ). E così per l'uomo, quando ha inventato il metodo scientifico e sperimentale.

         L'uomo primitivo e l'uomo moderno hanno avuto anatomicamente e biologicamente le stesse potenzialità. Solo che l'uomo primitivo non poteva sfruttarle perchè non aveva i dati    ( esperienze-conoscenze acquisite ). L'uomo, perciò, ha dovuto seguire questo cammino: aveva la macchina (il computer-cervello ), ma non aveva i dati. Allora, prima ha acquisito i dati ( lungo periodo storico di accumulazione e di codificazione ); poi ha imparato ad organizzarli e trasformarli; infine, ha imparato ad utilizzarli ( attraverso la trasmissione organizzata ), e solo allora ha incominciato a produrre a getto continuo ( epoca moderna, metodo scientifico ).

         " La trasmissione organizzata è incominciata con l'istituzionalizzazione del progresso scientifico. Il suo risultato si trova accumulato nelle nostre biblioteche scientifiche, tecniche e culturali. L'accumulazione delle conoscenze, specialmente della conoscenza scientifica nelle nostre biblioteche e nelle future banche della conoscenza computerizzate, è praticamente senza limiti. Ma questo processo di accumulazione, a tre stadi ( scientifico, tecnico e culturale ) è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la possibile continuazione dell'evoluzione biologica attraverso quella tecnologica-scientifica. Però è certamente una condizione sine qua non per l'ulteriore sviluppo dell'intelligenza " ( Leinfellner, 1983: 166).  Tuttavia, " i neurologisti hanno stimato che anche nella fase attuale... [ l'uomo ] usa solo il due o tre per cento delle potenzialità dei suoi [ circuiti ] interni " ( Koesler, 1959: 514).* E questo è molto importante ai fini del suo sviluppo futuro.

         Ma come è avvenuto questo processo ? Noi sappiamo che, biologicamente, l'uomo è rimasto immutato da almeno diecimila anni. Sappiamo anche qual è stata la sua evoluzione. Dalla primordiale forma di pesce che vive nelle acque tiepide e salmastre di un mare  primordiale, alla forma di un anfibio, per passare poi a quella di rettile, per raggiungere, infine, quella di mammifero.

         La storia di questa evoluzione ( filogenesi ) è inscritta dentro ognuno di noi esattamente così come si è svolta. Essa si ripete ogni qual volta un ovulo viene fecondato. Nella vita del feto si riproducono, secondo la " legge di ricapitolazione "      ( Hackel, 1879, I: 6** ), le tappe dell'evoluzione ( ontogenesi ). C'è uno stadio nello sviluppo del feto in cui si somiglia ad un pesce ( che vive nello stesso ambiente tiepido e salmastro del mare primordiale ), poi ad un anfibio e, infine, a un mammifero. Così, nell'ontogenesi, si ripercorre in nove mesi il cammino che nella filogenesi ha richiesta milioni di anni. Ricerche più recenti hanno dimostrato che l'ontogenesi dell'uomo si può scrivere anche per altre strade: quella del DNA o acido desossiribonucleico. Vincent Sarich e Allen Wilson, due genetisti dell'università californiana di Berkley, hanno dimostrato, attraverso l'esame del DNA, che l'uomo differisce dalle scimmie antropoidi, dal punto di vista genetico, soltanto dell'un per cento. Questo significa non solo che il ramo evolutivo dell'uomo si è staccato di recente ( non oltre i cinque milioni di anni, essi sostengono ) da quello delle cugine scimmie,  ma anche che l'uomo, con quell'un per cento, ha saputo costruire la sua evoluzione mentale e culturale*.

         L'evoluzione biologica è il prodotto del caso e della necessità ( Jacob, 1971 ) ed appartiene al regno della biogenetica; l'evoluzione mentale è, invece il prodotto, via via sempre più cosciente, dell'uomo ed appartiene alla psicologia genetica e alla epistemologia genetica. E questo " processo di sviluppo mentale... sembra svolgersi, con un notevole parallelismo, sul piano della storia della cultura e su quello della storia dell'individuo "    ( Petter, 1971: XXIX ).

         La storia ci dice che l'uomo è passato attraverso un'evoluzione di pensiero che lo ha portato da un grado di conoscenza del tutto inesistente ad uno di grande rilievo. La storia ci dice ancora che questa evoluzione è avvenuta in milioni di anni: dall'uomo che incominciò a levigare la prima pietra      ( Eccles, 1972: 219 ) all'uomo che muove alla conquista dello spazio nell'era dell'intelligenza artificiale. Questa evoluzione all'inizio fu lentissima, quasi impercettibile. Per milioni di anni, per avendo un cervello biologicamente identico a quello di oggi, l'uomo continuò a servirsi quasi esclusivamente del paleocervello e di quello sovrapposto dei primi mammiferi. La sua vita era fatta di istinti, di paure e di sentimenti allo stato primordiale. La neocorteccia, che doveva rivelarsi poi come la sede di tutto l'universo delle cose umane, era lì pronta per essere utilizzata, ma non lo era. Solo lentamente l'uomo ha imparato ad acquisire le sue conoscenze, ad organizzarle, a razionalizzarle e crescere, per ciò stesso, nella sua struttura mentale. Questa crescita, per quel che ne sappiamo, si è accelerato negli ultimi seimila anni, da quando è comparso quello che chiamiamo l'uomo civile, l'uomo della storia, il fondatore delle prime grandi civiltà.

         " Se è vero che l'individuo ancora ricapitola in miniatura la storia della razza " ( Cornford, 1932: 8 ), attraverso quale processo è avvenuta questa crescita               ( filogenesi)? Il meccanismo fondamentale è stato il seguente: una massa di informazioni, conoscenze e rappresentazioni, organizzate attorno ad una struttura mentale, crea una situazione di equilibrio. Ma ogni equilibrio è instabile. Una nuova massa di informazioni, conoscenze e rappresentazioni, che non è assimilabile dalla struttura mentale esistente, lo mette in crisi e provoca la formazione di un nuovo equilibrio e quindi di una nuova struttura mentale.

         Questo processo può teoricamente continuare all'infinito. Ma nell'uomo, come si è storicamente determinato, ne ha prodotto finora quattro ( sensomotoria, pre operativa, operativa concreta,  operativa formale ). Ma lasciamo la parola alla epistemologia genetica, che si è assunta il compito dichiarato di studiare " la formazione e il significato della conoscenza [ e di vedere ] per quali vie e quali mezzi la mente umana passa da un livello di conoscenze inferiore ad uno più avanzato... [ e ] di spiegare come avviene la trasmissione tra un livello di conoscenza inferiore a uno che è generalmente giudicato essere più avanzato... Questi passaggi sono di natura storica e psicologica e, qualche volta, persino di natura biologica " ( Piaget, 1970: 12-13 ).

        Questo studio, tuttavia,  diventa  possibile solo se si parte " dall'ipotesi fondamentale... che c'è un parallelismo tra l'organizzazione logica e razionale [ dei dati ] della conoscenza e i corrispondenti processi psicologici formativi [ dell'uomo ]...  Naturalmente il campo di studio più fruttuoso e più ovvio sarebbe la ricostruzione della storia umana - la storia del pensiero umano nell'uomo preistorico. Sfortunatamente, non siamo sufficientemente informati sulla psicologia dell'uomo di Neandertal o sulla psicologia dell'Homo siniensis di Teilhard de Chardin. Poichè questo campo della biogenetica ci è precluso, faremo come fanno i biologi e ci rivolgeremo all'ontogenesi. Niente potrebbe essere più accessibile dell'ontogenesi per lo studio di queste nozioni. Ci sono bambini attorno a noi. Ed è con i bambini che avremo la migliore possibilità di studiare lo sviluppo del pensiero logico, del pensiero matematico, del pensiero legato al mondo fisico e così via " ( Piaget, 1970: 13-14 ),

         L'individuo, da quando viene al mondo e fino al raggiungimento della maturità, attraversa quattro livelli evolutivi o psicologici. In ogni livello matura una struttura mentale legata ad una precisa forma di pensiero. Questo può essere figurativo o operativo. Il pensiero figurativo è percettivo, imitativo e fantastico; esso comprende la realtà nella sua staticità: l'essere delle cose. Il pensiero operativo non si ferma all'essere della cose, ma opera delle trasformazioni. La conoscenza delle cose è, per il pensiero operativo, l'inizio delle operazioni che su queste può operare. Il pensiero operativo, a sua volta, può essere concreto o astratto. E' concreto quando esso rimane legato all'esperienza. E' astratto quando esso trascende il dato dell'esperienza materiale. L'astrazione si realizza in due modi differenti. Nel primo modo si astrae dalla realtà quale essa è o si presenta ed è quindi collegata direttamente con l'esperienza. A questo tipo di astrazione sono collegate le conoscenze empiriche ( es., il bambino che ha due pesi in mano astrae che hanno pesi differenti, ecc. ). Nel secondo caso non si astrae direttamente dalla realtà, ma dalle operazioni compiute su di essa ( es., se prendo dieci sassolini e li metto in un certo ordine ottengo dieci, ma comunque cambio l'ordine ottengo sempre dieci; quindi compiendo queste varie operazioni sulla realtà - i sassolini - ho ottenuto una conoscenza che non è necessariamente legata ad essa, ma sulle  operazioni su di essa; in questo caso ho scoperto la proprietà commutativa; questa è un'operazione intellettuale che solo il soggetto poteva operare, anche se essa è insita nella realtà ). Piaget chiama astrazione semplice il primo tipo di astrazione e astrazione riflettente il secondo. A questa ultima definizione, tuttavia, attribuisce un doppio significato   ( Piaget, 1970: 17 ). Nel primo, che va attribuito ad un livello evolutivo ben preciso, ossia " al passaggio da un livello inferiore, dove la riflessione cosciente è assente o minima, a un livello superiore " ( Inhelder, 1982: 414 ), l'astrazione avviene operando sui dati reali della propria esperienza ( vedi il caso dei sassolini ). " Questo processo è chiamato riflettente "   (Inhelder, 1982: 414 ). Nel secondo, si è in grado di " coordinare ed organizzare le azioni con quelle che il soggetto già possiede a questo livello " ( Inhelder, 1982: 414 ). Con quest'ultimo livello, si raggiunge il pensiero formale, che è anche il più avanzato che l'uomo abbia mai raggiunto*: la realtà viene completamente trascesa per avanzare ipotesi, costruire modelli, stabilire teorie, ecc., anche in contrasto con i dati della propria esperienza.

         " E' chiaro che i processi mentali che entrano in azione nelle operazioni formali sono alquanto complessi e astratti... Essi sono, in  effetti,   alla  base  del  pensiero   scientifico ( Flavell, 1963 ) . Solo un quarto degli adolescenti e un terzo degli adulti sono in grado di raggiungere il livello delle operazioni formali ( Kuhn, Hanger, Kohlberg e Hoan, 1977 ) . Piaget ( 1972 ) ammette che ci siano degli individui che sono incapaci di raggiungere il livello delle operazioni formali, ma preferisce credere che, ciò nonostante, la gente raggiunge quel livello in modi che sono appropriati alle loro attitudini e al campo di specializzazione professionale... Neimark ( 1975 ) conclude che quel  ' livello non è universalmente raggiunto da tutti gli individui e, nello stesso tempo, si può non averlo raggiunto in via definitiva  '. In altre parole, può accadere che un adolescente, che ha raggiunto il livello delle operazioni formali quando, diciamo, frequenta un corso di lezioni di fisica e chimica ad alto livello, può, dopo pochi anni, dimenticare il processo logico di approccio che egli usava quando frequentava il suo corso di scienze e perciò si trova in difficoltà a ritrovarlo quando deve risolvere un problema quotidiano che richiede una attenta e meditata analisi logica "( Watron-Lindgen,1979: 128 )**.

         L'individuo, nel suo sviluppo, attraversa tre età fondamentali: quella in cui prevale l'intelligenza psicomotoria, quella in cui si afferma la forma di pensiero egocentrica e quella, infine, in cui si forma il pensiero razionale. All'interno di queste troviamo i quattro livelli psicologici o di struttura mentale, di cui abbiamo già parlato.

          Nel primo di questi livelli, quello sensomotorio, che va dalla nascita ai diciotto mesi, e che corrisponde alla prima età dell'uomo, si passa dai riflessi semplice alle semplici abitudini per arrivare, man mano, a comportamenti più complessi, quali il coordinamento della percezione e del movimento, l'invenzione del concetto fine-mezzo e il concetto della permanenza oggettiva.

         Nel secondo, che va dai due ai sei anni e che corrisponde alla seconda età dell'individuo, non si riesce a fare una distinzione tra il proprio io e la realtà esterna, che viene vista come animata di vita propria ( animismo ) e di una propria finalità ( finalismo ) ( Piaget, 1967: 34 ). In questo livello si sviluppano l'immaginazione, il linguaggio e le facoltà percettive. La forma di pensiero è egocentrica, irreversibile, e manca del concetto di conservazione.

         Il terzo, che va dai sette agli undici anni, supera le limitazioni della stadio precedente. Il pensiero diventa reversibile e ordinato; si sviluppano le capacità logiche concrete e si acquisisce il principio di causalità. Del quarto, che va dai dodici ai sedici anni* , non abbiamo bisogno di aggiungere altro a quanto già detto.

         Questi livelli di struttura mentale, o età psicologica, non sono fissi nel tempo. Essi sono quelli che l'individuo ha maturato nell'epoca moderna. Nelle epoche passate, e fino al XVI secolo, essi erano presenti solo fino al terzo livello, e quindi l'età cronologica corrispondente nell'individuo nei vari livelli era molto più alta di quella citata più sopra. " Non si dimentichi che quello che per Pitagora e Archimede o per Galileo e Newton era punta avanzata del progresso, col passare dei secoli è divenuto materia d'insegnamento nelle scuole medie, perfino per alunni non particolarmente dotati " ( Laeng, 1982: 385 ). Solo pochi individui di alcune civiltà, come vedremo, riuscirono a raggiungere il quarto livello, ma non completamente.

         La mente dell'uomo ha bisogno di tempo per svilupparsi. Questo tempo non è elastico, ma rigido. Nell'ontogenesi esso non può essere anticipato o posticipato, a meno che non si persegua volutamente questo scopo, falsando un pò quelli che che sono i ritmi di crescita naturali. Ogni età ha il suo sviluppo mentale. Questo sviluppo non è legato esclusivamente a fattori neurologici, ma vi giocano un grande ruolo la trasmissione sociale e l'ambiente. Se questi due fattori sono idonei, il periodo cronologico di maturazione dei livelli nell'individuo può essere più breve e " niente impedisce che, in un futuro più o meno distante, l'età media [ di maturazione dei livelli ] subisca un'ulteriore riduzione " ( Inhelder, 1958: 337 ). Questo è ancora più vero se si tiene conto che le attuali capacità dell'organo cervello ( neocorteccia ) sono utilizzate solo per il due-tre per cento*.

         La transizione tra un livello e l'altro " avviene per mezzo di due processi: l'organizzazione, che integra una struttura psicologica all'altra, e l'adattamento, che modifica le strutture psicologiche in risposta all'ambiente... L'adattamento comprende l'assimilazione e l'accomodamento , due processi complementari che sono presenti in ogni atto cognitivo. L'individuo assimila ogni nuova esperienza a ciò che già conosce, e, nello stesso tempo, accomoda ciò che conosce a ricevere la nuova esperienza.

         " L'assimilazione e l'adattamento sono le stesse in tutte le età... molti cambiamenti della nostra vita cognitiva avvengono lentamente... ed essi avvengono in alcune persone prima che in altre. Ciononostante, raggiungiamo alcune abilità in un tempo più o meno definito ( sebbene le abbiamo costruite lentissimamente ), e poi rimaniamo fermi in quello stadio finchè non siamo pronti per passare a quello successivo " ( Ambron, 1978: 85 ).

         Il processo di sviluppo della struttura mentale che abbiamo descritto non è cumulativo, ma evolutivo. Cioè, esso non si verifica per stadi obbligati attraverso un processo ineluttabile di crescita e trasformazione dal più semplice al più complesso, ma si realizza attraverso una serie di equilibri, come abbiamo già visto, in sè conchiusi e perfetti, che vengono messi in crisi in successione, e , quindi, superati da una nuova massa di dati ( informazioni ). " Questo significa che ogni livello superiore rappresenta qualcosa di nuovo rispetto a quello che lo precede, e non può essere compreso che nei suoi stessi termini. Il livello più primitivo non può essere derivato mediante sottrazioni di singole qualità da un livello superiore. Ogni livello, per quanto primitivo possa essere, rappresenta una totalità relativamente conchiusa, autosufficiente. Per contro, ogni livello superiore è fondamentalmente un'innovazione e non può essere ottenuto mediante semplice addizione di certe caratteristiche a quelle che contraddistinguono il livello precedente " ( Warner, 1970: 20-21 ).

         Nell'individuo le crisi vengono provocate, e risolte, o da un ambiente particolarmente favorevole o dal sistema educativo, o da entrambi. Ogni crisi è la premessa per raggiungere il livello successivo di struttura mentale , che comprende ed ingloba i livelli precedenti, ma è qualitativamente diverso, come abbiamo visto. I livelli precedenti sono preparatori dei livelli successivi ( Rey, 1930-48, I: VII ). Senza i primi non è possibile avere i secondi. " Ogni livello di struttura mentale, integrando quelli precedenti, riesce a liberare, in parte, l'individuo dal suo passato e ad inaugurare nuove attività " ( Piaget-Inhelder, 1969: 150 ).

         Ogni individuo può raggiungere, teoricamente, tutti i livelli di struttura mentale che l'uomo ha maturato nella filogenesi fino a quella particolare epoca storica. Teoricamente, perchè abbiamo visto che non tutti gli individui riescono a raggiungere gli stessi livelli. Alcuni si fermano ai livelli più bassi, altri - pur raggiungendo livelli più elevati - non vi riescono a permanere. Solo una minoranza li raggiunge stabilmente. E questo dipende da tanti fattori. Dall'ambiente socio-economico-culturale, dal sistema politico, dal sistema educativo, e, non ultime, dalle potenzialità neurologiche ( Imhelder-Piaget, 1958: 150 ).

         Il livello di struttura mentale  dipende dalle abilità acquisite. Ogni livello rappresenta il momento culminante di ciò che si è preparato nei livelli precedenti. Nei primi livelli si acquisiscono quelle abilità-capacità che rendono possibile una nuova, diversa e più completa organizzazione dei dati della conoscenza. E questo è stato il processo attraverso il quale si è realizzato lo sviluppo dei livelli di struttura mentale.

         Nella storia dell'uomo, il pensiero autistico ( Piaget, 1959: 43 ) delle popolazioni primitive era una condizione necessaria per raggiungere la struttura mentale transduttiva delle prime civiltà storiche, come quest'ultimo era indispensabile per raggiungere il livello operatorio concreto delle civiltà classiche e questo, a sua volta, pose le premesse per arrivare al livello operatorio  formale  dei nostri giorni.

         Ma nessuna popolazione , nessuna civiltà  è stata mai in grado  di aggiungere, a livello di filogenesi, più di un livello all'evoluzione della struttura mentale dell'uomo. Come nessuna popolazione, nessuna civiltà è stata mai in grado di saltare un livello. L'esperienza recente ha dimostrato che, quando l'uomo, che è in possesso di una struttura mentale logica formale, come quella dell'uomo contemporane, ha tentato di integrare al suo livello le popolazioni pre-logiche, che ha incontrato sul suo cammino, ne ha fatto dei disadattati e li ha distrutti psicologicamente, facendo loro perdere la propria identità. Lo sviluppo delle strutture mentali, a livello filogenetico, non può essere abbreviato. Esso è strettamente correlato alla massa di informazioni che l'organo cervello deve elaborare, e al suo grado di specializzazione. Al livello pre-logico, il suo grado di specializzazione è molto basso. La massa di informazioni che deve elaborare è esigua ( Lindberg, 1935 ), nè sarebbe in grado di elaborarne una maggiore. Per farlo avrebbe bisogno di una maggiore specializzazione, e questa si  può raggiungere solo gradatamente attraverso l'elaborazione di nuove e più avanzate conoscenze che derivino dall'esperienza( sua  e/o delle generazioni precedenti )- la sola ed unica fonte di acquisizione di conoscenze ( Newell-Shaw-Simon, 1958 ). E' questa progressiva specializzazione che condurrà l'uomo all'ultima tappa ( finora ) del suo sviluppo mentale: quella  di programmatore di conoscenze. Da qui le quattro epoche pedagogiche dell'uomo: quella della verità intuita, quella della verità rivelata, quella della verità scoperta e - ultima tappa al presente - quella della verità costruita.

         Ma anche all'interno dello stesso livello non sono possibili salti o abbreviazioni. Le capacità intuitive precedono quelle deduttive; queste, a loro volta, precedono quelle induttive e, quest'ultime, precedono quelle sperimentali. Invertire l'ordine dei fattori, in questo caso, il prodotto cambia. Così come cambia saltandone uno. L'uomo ha iniziato la sua storia ( fase sensomotoria ) acquisendo la capacità di organizzare le sue sensazioni percettive e coordinare i suoi movimenti(kohler,1957 ).

         L'acquisizione di queste sue abilità fondamentali, che lo hanno fatto staccare per sempre dal ramo delle sue cugine scimmie,  lo ha fatto entrare nella seconda fase ( quella pre-logica o pre-operativa ) del suo sviluppo mentale, in cui egli " attribuisce a se stesso l'onnipotenza " ( Freud, 1970: 130 ). In questa fase egli sa " come è fatto il mondo, [ lo sa ] al modo stesso in cui  [ percepisce ] sè medesimo " ( Freud, 1970: 134 ): dotato di vita e di intenzionalità. " Inizialmente è vivente qualsiasi oggetto che abbia un'attività, essendo questa essenzialmente relativa all'utilità dell'uomo... Poi la vita è riservata ai mobili e infine ai corpi che sembrano dotati di moto proprio, come gli astri e i venti. Alla vita è ricollegata, d'altra parte, la coscienza, non una coscienza identica a quella dell'uomo, ma il minimum di consapevolezza e intenzionalità necessarie alle cose per compiere le loro azioni e soprattutto per muoversi e dirigersi verso le mete loro assegnate ( finalismo )... L'animismo e il finalismo esprimono una confusione o mancanza di distinzione tra il mondo interiore e soggettivo e l'universo fisico, e non un prevalere della realtà psichica interna " ( Piaget, 1967: 34-35 ).

         E' stata questa necessità-bisogno di capire la realtà circostante, unitamente a quella di risolvere i problemi così come essi venivano ponendosi, senza sottovalutare la necessità-bisogno di soddisfare la propria curiosità, così caratteristica dell'uomo di tutte le epoche, che hanno creato quell'attività di pensiero, senza la quale non ci può essere sviluppo, che ha consentito l'accumularsi di una massa enorme di conoscenze che, innalzando costantemente il suo livello di struttura mentale, ha dato all'uomo, nell'epoca moderna, quella onnipotenza che si era attribuita confusamente nella fase pre-logica. E questa rivendicazione di onnipotenza cosciente avverrà in Inghilterra, a partire dal XVII secolo, ad opera di Francesco Bacone, anche se gli strumenti per ottenerla saranno messi a punto da altri.

         La confusione di pensiero tra il mondo interiore ed esteriore era la tappa obbligata per raggiungere l'abilità di dare ordine alla propria esperienza e fare una nuova sintesi che superasse la prima.

         Nella fase logica concreta, l'uomo rimane ancora attaccato al mondo della natura, non più per percepirlo come animato e dotato di intenzionalità, ma per percepirlo come realtà separata dal proprio io, su cui inizia a fare delle riflessioni per  trarne tutte quelle conoscenze che gli consentiranno di avanzare ulteriormente. Se nella fase precedente aveva sviluppato il pensiero intuitivo, in questa egli incomincia a sviluppare quello deduttivo. Con questo nuovo strumento ( capacità intuitiva-deduttiva ) interpreta il mondo del reale ed acquisisce il principio di causalità, che prima gli mancava. Anche la lingua subisce una maggiore specializzazione. Si formano strutture più complesse che lo mettono in grado di esprimere la nuova articolazione di pensiero logico-concreto.

         La capacità intuitiva-deduttiva è una " costruzione libera o almeno spontanea e diretta dell'intelligenza " ( Piaget, 1970: 43 ), che non richiede alcuna organizzazione. Essa, tuttavia, era una tappa obbligata per arrivare alla capacità-abilità induttiva, che richiede una organizzazione dei dati della conoscenza per arrivare dal particolare al generale, attraverso l'astrazione. Ma un'astrazione ancora legata al mondo del reale, quella che Piaget chiama astrazione riflettente. Il pensiero formale, l'astrazione formale, si avrà solo nella fase successiva, quando non si lavorerà più su un dato o una conoscenza che viene dalla realtà, ma su un ipotesi, una congettura, un'intuizione che ci viene dalla massa delle conoscenze che abbiamo acquisito nel corso della storia, pur non essendo legata ad essa direttamente e molto spesso in contrasto con essa.

         La massa di conoscenza, accumulata nei millenni, è servita all'uomo per far acquisire al cervello-computer quel grado di specializzazione che lo ha messo in grado di trascendere la realà concreta per costruire la sua verità.  In altre parole, egli è passato dallo stadio della verità-scoperta ( pensiero astratto legata alla realtà ) allo stadio odierno della verità-costruita (pensiero astratto formale). Senza quella massa di conoscenza non si sarebbe mai potuto raggiungere l'attuale livello di struttura mentale. Ecco perchè il metodo sperimentale è stato una conquista che si è ottenuta per ultima. Esso non segna solo l'inizio della rivoluzione scientifica, ma fu anche, e soprattutto, una rivoluzione del pensiero ( Butterfield, 1962: 187 ): moriva un modo di pensare legato alle cose concrete e ne nasceva un altro che si sentiva libero di trascendere la realtà per superarla. Questo fu il risultato di uno sforzo collettivo di tutte le generazioni che si sono succedute nella storia dell'uomo, le quali hanno sviluppato lentamente, ma progressivamente, nuovi abiti mentali che " sebbene vengono assunti dagli individui non sono creati da essi: solo i grandi uomini possono indossarli con grazia e naturalezza, ma nessuno di essi è in grado di costruirne uno. Essi sono il prodotto della società. Sono il lavoro di un'infinità oscura di uomini e donne, senza pretesa di conquistarsi un posto in quella che viene chiamata la storia del pensiero. Essi appartengono, in breve, a quelle rappresentazioni collettive che nessuno ha saputo descrivere meglio del sociologo francese Durkheim. Queste rappresentazioni collettive, che costituiscono tutte le conoscenze che l'uomo possiede, sono il frutto di un'immensa collaborazione collettiva, che si estende non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Per produrle, una moltitudine di intelligenze ha associato, unito, mescolato le sue idee ed i suoi sentimenti " ( Farrington, 1950: 4-5 ). E la Rivoluzione industriale è una di queste rappresentazioni collettive, anche se sarà materialmente realizzata, nell'ultima fase, dall'Inghilterra.

         Queste conquiste, tuttavia, non furono costanti nel tempo. Esse furono inframmezzate da lunghi periodi di stagnazione, di regressi a livelli inferiori  e di grandi balzi in avanti. Anche se finora abbiamo parlato dell'uomo, è chiaro che queste conquiste furono il prodotto finale di alcune popolazioni particolari che, per una serie di motivi, di cui parleremo più avanti, erano molto più avanzati nello sviluppo della struttura mentale. Basti pensare che l'età del ferro, tanto per fare un solo esempio, si ebbe nel 3000 a.C. in Mesopotamia, nel 500 a Roma e solo nel 50 d.C. nella Germania meridionale.  Ma, anche se avevano una velocità di circolazione piuttosto bassa, queste conquiste si propagavano dappertutto e diventavano il patrimonio di tutta l'umanità, man mano che tutti i popoli progredivano nel loro livello di struttura mentale.

        " Idealmente la tradizione sociale è una: l'uomo odierno è teoricamente erede di tutte le età ed eredita l'esperienza accumulata da tutti i suoi predecessori. Questo ideale, tuttavia, è lungi dalla realizzazione. Oggi l'umanità non forma una società, ma è divisa in molte società distinte; tutte le prove disponibili suggeriscono che questa divisione non era minore, anzi era più grande, nel passato, per quanto lontano possa penetrare l'archeologia " ( Childe, 1949: 21 ).

         E' nella storia che l'uomo ha realizzato se stesso. Ed è nella storia che egli ha maturato i suoi livelli di struttura mentale: dal più basso, quello delle scimmie antropoidi, al più elevato, quello dell'uomo moderno. Il raggiungimento di ogni livello ha richiesto secoli, anzi millenni di maturazione, come è stato il caso della civiltà egiziana e di quella mesopotamica, anche se più limitatamente. Il tempo di maturazione, comunque, si è andato progressivamente contraendo. Dai millenni delle prime civiltà, ai secoli dell'epoca moderna ed ai decenni dell'era contemporanea ( Aron, 1961 ). Il livello raggiunto dipendeva dal particolare popolo storico che lo realizzava, ma nessun popolo o civiltà è mai riuscito ad aggiungere più di un livello a quelli acquisiti ontogeneticamente.

         Il processo attraverso il quale si è realizzato lo sviluppo dei livelli di struttura mentale è il seguente: il popolo, che era dotato delle energie necessarie per diventare civiltà, si presentava sulla scena del mondo come alunno che apprende* tutte le conoscenze acquisite fino a quel momento, le fa sue, le imita (imitazione creatrice ) e, nel periodo della maturità, crea una nuova sintesi, dando vita ad una nuova civiltà, diversa e più matura di quella precedente. Dopo di che, sviluppata questa sintesi fino alla massima potenzialità (fase di crescita ),  non era in grado di svilupparne una nuova, pur avendo, nel frattempo, accumulato tutti gli elementi per farlo. Quindi,     l'organizzazione politico-sociale si irrigidiva e diventava ripetitiva ( ripeteva se stessa ) e sparivano sia le capacità assimilative sia la potenza creatrice e si consumava quello che si era prodotto nel passato senza nulla aggiungervi. Era come se le energie vitali, che avevano prodotto quella sintesi, si fossero interamente prosciugate ( Rostvtzeff, 1960: 318-19 ) e al loro posto fosse rimasto un vuoto orgoglio per l'alto grado di organizzazione raggiunto (alto grado di civiltà ). La crisi si palesava completamente quando si sviluppava una psicologia collettiva di superiorità rispetto al mondo esterno, che veniva definito barbaro, per cui non si era più aperti al contributo esterno e si entrava in un lungo periodo di stagnazione. Si consumavano le glorie del passato. Questo è stato il caso delle civiltà dell'Antico oriente, della civiltà classica, del Rinasciemto e dell'Inghilterra del mondo contemporaneo.

         Il sistema politico ha giocato un grande ruolo nella realizzazione di questo processo. Esso era favorito in quelle società che garantivano all'individuo la libertà di essere e di agire ( Popper, 1973: 19; Hume, 1963: 116 ); non sorgeva, o si inaridiva, in quelle società che comprimevano ( o negavano ) la sua libertà di autorealizzazione. Il ruolo della potenza politica, invece, sembra sia stata irrilevante. Infatti " la cultura greca fiorì prima e dopo che le piccole città-stato ebbero la loro breve era di gloria militare; gli italiani diedero il loro contributo quando le loro città erano lacerate dalla guerra civile ed erano in gran parte sotto il dominio di altre nazioni"(Muller,1952:70 ). L'Inghilterra lo diede quando ancora lottava per risolvere i suoi problemi istituzionali all'interno e cercava un proprio spazio all'esterno nella sua eterna lotta contro la potenza militare dominatrice dell'epoca: la Francia.

         Il passaggio da un livello all'altro era " molto più complesso di una pura e semplice identificazione " ( Piaget, 1967: 51 ). Il popolo, che aveva raggiunto l'ultimo livello, era incapace di raggiungere  il successivo. Per poterlo fare, esso avrebbe avuto bisogno di una maggiore capacità di rielaborazione delle conoscenze che esso stesso aveva prodotto. Questa incapacità lo rendeva non suscettibile di ulteriore sviluppo e lo faceva entrare in una fase di stagnazione indefinita*. Il processo si bloccava finchè non si iniziava di nuovo con un altro popolo o civiltà esterna, dotata di una grande capacità ricettiva e della duttilità mentale necessaria per compiere la nuova sintesi.

         Nel mondo classico, questo popolo era un popolo barbaro  ( il proletariato esterno di Toynbee ), che premeva sulle frontiere della civiltà. Nel mondo moderno, invece, era un popolo, che - pur partecipando della stessa civiltà - era rimasta indietro nello sviluppo, ma conservava intatte le sue potenzialità per fare un nuovo balzo in avanti (Kroeber,a Roaster of civilazation: 234), come è stato il caso dell'Inghilterra nell'ambito della civiltà europea.

         Nel mondo classico, questo processo avveniva a livello di psicologia collettiva ( civiltà, nazione, stato ). Nel mondo moderno, sotto i colpi incalzanti della nuova massa di conoscenze accumulate in tutti i campi  e la sua organizzazione attraverso il metodo scientifico, questo processo si verifica a livello di psicologia di gruppo (branca del sapere). Nel campo della scienza moderna, per fare un esempio, quando una teoria scientifica, o paradigma, non risponde più alle esigenze della ricerca, la scienza, a cui quella teoria si riferisce, entra in crisi finchè non viene fornito un nuovo paradigma. Tuttavia, questo nuovo paradigma, anche se anticipato da molto tempo, viene riconosciuto ed accettato solo quando il vecchio viene manifestamente ed universalmente dichiarato in crisi. Di solito, il nuovo non sorge fintanto che il vecchio è ancora valido in qualche modo. " Quale sia la natura dello stadio finale - come avvenga che un individuo inventi ( o trovi di aver inventato ) un modo nuovo di dare ordine ai dati ora raccolti tutti insieme - rimane per ora inscrutabile e può darsi che lo rimanga per sempre. Possiamo notare soltanto una cosa in proposito: coloro che riescono a fare questa fondamentale invenzione di un nuovo paradigma sono quasi sempre o molto giovani oppure sono nuovi arrivati nel campo governato da quel paradigma che essi modificano. Forse non c'era bisogno di rendere esplicito questo: è ovvio, infatti, che sono quelli gli uomini, i quali, proprio perchè sono solo scarsamente condizionati dalle regole tradizionali della scienza normale da parte della precedente attività, hanno una maggiore probabilità di vedere che quelle regole non servono più a definire problemi risolvibili e di concepire un altro insieme di regole che possano sostituirle "    ( Kuhn, 1969: 117 ).

         " Tutta la storia passata dell'uomo è un preludio alla sua capacità odierna di un pensiero logico [ formale ] "          ( Copeland, 1974: 35 ). Pensiero logico che, tuttavia, l'uomo ha incominciato ad acquisire con le prime civiltà urbane, ma a livello diverso, o - se vogliamo - ad una maturità diversa. La storia dell'uomo è stata una successione di stati di maturità. In ogni epoca, l'uomo storico ha raggiunto la sua maturità, ma ad un livello diverso, generalmente superiore a quello precedente, tranne nell'epoca medievale occidentale, quando si ebbe un regresso. In termini piagetiani, ogni maturità raggiunta (forma ), o massimo livello di struttura mentale per quell'epoca, costituiva il contenuto della forma successiva. E questo è il principio che ha guidato l'evoluzione mentale dell'uomo nella storia. Quando un popolo, una civiltà, o uno stato, aveva raggiunto la sua maturità ( forma ), aveva preparato, per ciò stesso, il contenuto per l'uomo della civiltà successiva. " Attraverso questo processo, gli stadi dello sviluppo cognitivo dimostrano un'essenziale relatività di forma e contenuto, poichè ciò che è forma ad un livello diventa contenuto al successivo. Così le strutture operative concrete sono forma rispetta al livello senso-motorio che esse soppiantano, ma sono contenuto rispetto all'operatività ipotetica-deduttiva che ancora deve venire " ( Rotman, 1977: 83 ). La forma delle civiltà dell'Antico Oriente ( pensiero transduttivo ) costituì il contenuto della forma della civiltà greca ( pensiero operatorio concreto ), come quest'ultima costituì il contenuto della forma della civiltà europea ( pensiero operatorio formale ).

         Per riassumere, il concetto di maturità è relativo, non assoluto. E questo è vero sia per l'uomo come specie, sia per l'individuo. La maturità assoluta, per l'uomo, se esiste, si avrà solo quando egli avrà imparato ad utilizzare tutte le capacità-possibilità del suo organo cervello, che ora, come abbiamo visto, utilizza solo al tre per cento. Ma anche allora, non è certo che non ci sarà un livello successivo. Se le capacità del cervello sono quelle di assimilare, organizzare, connettere, inventare, ecc., è probabile che egli troverà un modo nuovo di utilizzare questa capacità-abilità, per cui la fine potrebbe significare un nuovo cominciamento. Già altre volte, l'uomo ha dimostrato di avere questa possibilità. Quando si credeva che ormai avesse raggiunto il massimo delle sue possibilità nel campo della conoscenza, c'è stato sempre qualcuno, individuo, nazione o civiltà, che ha fornito un nuovo paradigma ed il cammino è ripreso, ma su un altro binario. Non sarà questo il caso prossimo venturo ?

       La civiltà europea, di cui l'Inghilterra fa parte, è figlia dell'eredità sociale dell'uomo che ha realizzato se stesso nella storia. Nel XVI secolo dell'era moderna, in Inghilterra si erano create le condizioni per la nascita di un uomo nuovo, ma vecchio quanto la storia, che era destinato a prendere in mano i destini dell'umanità per condurla verso un nuovo ed impensabile traguardo: quello del sovvertimento totale dell'organizzazione sociale e produttiva, che era esistita sin dalla notte dei tempi, e dell'instaurazione di un nuovo sistema di produzione che avrebbe cambiato il volto del mondo.

         In questo libro narreremo la storia di quest'uomo.

 



* In questo lavoro non siamo interessati alla definizione del capitalismo o alla sua nascita, ma allo stato industriale, che è suo figlio.

* La spiegazione fornita da J.L. Hammond e B. Hammond ( 1937 ), tanta lodata da A. Toynbee, non è convincente. La loro tesi non convince nè per quanto riguarda il mondo greco-romano e rinascimentale, nè per quanto riguarda direttamente l'Inghilterra.

 * L'uomo europeo ha fatto proprio il suggerimento di Montaigne; ha fatto come le api: ha succhiato il polline da una vastissima varietà di fiori e con esso ha dato vita a qualcosa di diverso    ( Laborit, 1967: 9 ).

* Altri hanno visto in questa superiorità una fonte di potere e quindi parlano di " età imperialistica dell'Europa, 1500-1950 "   ( Whyte, J., medieval religion: 219 ).

 

* Il concetto di Provvidenza nella storia era stato già introdotto da S. Agostino nella sua De Civitate Dei, ma la Provvidenza agostiniana è tutta trascendentale e miracolosa, mentre quella vichiana è la razionalità della storia.

** Queste tre fasi dello sviluppo mentale sono state comparate alle tre fasi dello sviluppo dell'intelligenza di Piaget: quella sensomotoria ( i sensi  vichiani ), quella pre-operativa ( la fantasia  vichiana ) e quella operativa ( la ragione vichiana ) ( Mora, 1976: 1/4; Tagliacozzo, 1980 ).

*** In questo Vico ha visto una sorta di feudalesimo primitivo.

* Era assente come concetto, ma presente come " realtà di fatto " ( Croce, 1973: 124 ).

* Per Hegel, lo Spirito del mondo è l'opposto del mondo della natura: è la razionalità della storia e la sua caratteristica fondamentale è l'automovimento o libertà.

 * Secondo Emil Durkheim, la differenza tra la storia e la sociologia sta proprio qui: la storia è interessata al particolare, mentre la sociologia ha per suo campo l'insieme, il generale, da cui trae leggi, tipi, strutture e teorie. Storia e sociologia, tuttavia, " non sono incompatibili. Tra di loro c'e solo una differenza di grado " ( Durkheim, 1903: 124 ).

* Vico, non essendosi interessato alla storia di alcun popolo, non entra in questo discorso, anche se la sua lettura della storia sarebbe criticabile in parecchi punti.

* Dalla sconfitta dell'Invincibile Armada ( 1588 ) alla formazione della moderna Germania ( 1870 circa ).

* L'immaginazione di cui parla Gasset va intesa come l'intende Laborit: " non semplicemente l'immaginazione che crea beni di consumo, ma l'immaginazione che crea nuove strutture per arricchire la  conoscenza del mondo in cui è immerso " ( Laborit, 1967: 207 ).

** Anche nell'uomo troviamo questi due tipi di memoria. " La memoria corta è quella dello stato presente della mente cosciente. La mente può adoperare simultaneamente solo sette parole circa o altri simboli. Essa impiega circa un secondo per trovarli e dimentica l'informazione in trenta secondi. La memoria lunga ha un tempo di acquisizione molto più lungo, ma ha  capacità quasi illimitata e una grande parte di essa viene conservata per tutta la vita. La mente cosciente richiama le informazioni dal deposito della memoria lunga e le ritiene per un breve periodo come memoria corta. In questo breve periodo, essa è capace di elaborare le informazioni per prendere decisioni alla velocità di un simbolo per milionesimo di secondo.

         " Gli psicologi hanno identificato due tipi di memoria lunga: quella della memoria episodica... e quella della memoria semantica " ( Lumsden-Wilson, 1983: 79 ).

* Per una più approfondita conoscenza della relazione mente-cervello, che divide gli scienziati in due campi, cfr. Nubbard, 1975.

** Questa analogia è utile, non per stabilire un'identità, ma per chiarire meglio i concetti del funzionamento del cervello. Per quanto riguarda la vexata quaestio mente-cervello, condividiamo il pensiero di Eccles ( 1970 ): il computer, anche nella sua forma più matura, non potrà mai essere come il cervello-mente dell'uomo, o, come ha detto Gerald Edelman, premio Nobel 1972 per la medicina, " si può essere indotti ad assimilare il cervello umano al computer, ma si tratta di un errore. Il cervello non funziona affatto come un computer, anche se l'apparenza sembra suggerirlo; dai neuroni escono filamenti che si collegano ad altri neuroni e che ricordano i cablaggi dell'elettronica: il cervello emette elettricità, come sappiamo dai tempi di Galvano e di Volta, e i nervi la scaricano, quindi, potrebbe definirsi una specie di 'semiconduttore liquido '. Se però ne approfondiamo l'anatomia, le caratteristiche risultano radicalmente diverse ". Cfr. anche: Sloman, 1978.

 *** L'esperienza va intesa come " informazioni memorizzate "     ( Laborit, 1977: 63 ). Tuttavia, l'esperienza ( conoscenza ) di cui parliamo non è derivata soltanto dall'esterno, come vogliono gli ambientalisti, nè  essa è derivata, esclusivamente, da fattori innati, come vogliono gli innatisti, ma crediamo sia un'interazione tra la realtà esterna e l'attività del soggetto che su quella realtà opera ( Piaget, 1974; Lumsden-Wilson, 1983 ).

* Alcuni parlano anche di una quarta generazione, ma non tutti sono d'accordo (Stern-Stern, 1979: 21-22 ).

* Cfr. anche Wilson, 1959.

** Per lo sviluppo, fino ai nostri giorni, e la validità di questa teoria, cfr. Oppenheimer, 1973.

* Per evoluzione culturale si intendono tutte le manifestazioni dell'uomo: politico-sociale-artistico-scientifico, ecc.; in sostanza il mondo 3 di Popper.

* Il discorso se questo è quello definitivo per l'uomo lo affronteremo più avanti.

** Cfr. anche Theron-Roodin-Gorman ( 1980 ).

* Il pensiero operatorio formale si divide in due stadi: uno che va dagli 11-12 ai 14-15 anni ( o pre-adolescenza ) e l'altro dai 14-15 alla maturità ( o adolescenza ).

* Secondo alcuni, livelli di struttura mentale più avanzati possono essere raggiunti precocemente. Glenn Doman ( 1988 ), neurofisiologo americano, fondatore e direttore di   due    scuole  ( per due fasce di età ) per il potenziamento dell'intelligenza del bambino, sostiene che " ogni bambino possiede, al momento della nascita, un'intelligenza potenziale superiore a quella mai usata da Leonardo da Vinci ". E questa intelligenza può essere potenziata precocemente, abbattendo il muro, per pochi ed eletti fortunati, dell'età media dei livelli di struttura mentale e creando dei supergeni in tenere età. Secondo Doman, " qualsiasi bambino può assorbire senza alcuna fatica, a partire dai 10-12 mesi di età, una quantità straordinaria di informazioni. Anzi, con termine preso in prestito dall'informatica, tanti diversi bit di intelligenza. Questi bit  devono pervenire al bambino seguendo tre criteri: devono essere precisi, discreti e non ambigui " ( Arosio, 1987 ).

* Naturalmente questo è vero solo per i popoli creatori di civiltà o che hanno assunto la leadership nell'ambito di una civiltà.

 * Quella egiziana è classica: quasi tremila anni, se si tiene conto che le più grandi conquiste questa civiltà le fece durante la terza dinastia. Frankfort ( 1951: 41 ) sostiene che questa stagnazione era dovuta, non ad incapacità, ma alla " convinzione di fondo ", nel pensiero egiziano, " che soltanto l'immutabile è veramente significativo ". E questo potrebbe essere vero se questo fenomeno fosse riscontrabile solo nell'Egitto classico. Ma non è così. Esso è caratteristico a tutte le civiltà antiche.  La civiltà dell'Indo presenta " una stupefacente identità " in tutti i periodi della sua storia millenaria ( Riley, 1969: 68 ).

 
 
Indice
Prefazione
Capitoli
1) Il cammino dell'uomo
2) La scoperta dell’individuo
3) La scoperta dell’uomo
4) Il ritorno dell’individuo
5) La nuova dimensione dell’uomo
6) Il genio di un popolo
 

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Contattando l'Autore, i manuali di storia potranno essere disponibili per farne testi per le scuole.

   
 

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