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C A P I T O L O    VI

IL  GENIO  DI   UN   POPOLO

      L'Inghilterra della seconda metà del XVII secolo fu l'erede naturale di tutto il movimento scientifico che si era sviluppato in Europa a partire dal XVI secolo e a cui ella stessa aveva partecipato anche se con contributi di scarsa entità.

      Se " fino alla metà del XVII secolo il centro di tutti gli studi scientifici era l'Italia,...nella seconda metà...tale centro si era spostato e tutti coloro che si interessavano di scienza scrivevano e parlavano della situazione favorevole esistente in Inghilterra " ( Ben-David, 1975: 30 ). Per un quarantennio, durante l'età augustea a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, l'Inghilterra " assunse incontrastata la leadership intellettuale del mondo " ( Randall, 1940: 58 ).

      La rivoluzione scientifica, che aveva fatto fare un balzo in avanti alla struttura mentale dell'uomo, conquistando il pensiero astratto formale, il più alto finora raggiunto dall'uomo, trovò, nell'isola di Newton e con Newton, la sua sanzione definitiva, il suo compimento ( Hill, 1976: 26 ). Newton fu l'ultimo, ma non il minore, dei grandi intelletti della Rivoluzione Scientifica; l'ultimo della triade che fondò la scienza moderna: Galileo, Cartesio, Newton. Egli aveva raggiunto un completo decentramento del pensiero e, seguendo Bacone, secondo il quale le conoscenze di base sono limitate come le lettere dell'alfabeto e sapendole correlare, associare, si sarebbero ricavate un'infinità di altre conoscenze, proprio come dalle lettere dell'alfabeto si ricavano un'infinità di parole, seppe associare e correlare le conoscenze che altri avevano prodotto per dare a tutto il movimento scientifico il suo quadro d'insieme, la sua cornice: la teoria della gravitazione universale, che dava una spiegazione scientificamente valida e dimostrabile delle leggi della causalità fisica. Dopo di lui tutto il movimento scientifico prenderà un altro indirizzo. Il continente rimarrà attaccato alla scienza del " perchè ", alla scienza che va alla ricerca " delle leggi dei fenomeni, della spiegazione della causalità " ( Bairoch, 1967:8 ), alla scienza dei Copernico, dei Keplero, dei Galileo, dei Cartesio e dello stesso Newton, per intenderci ." Le scoperte scientifiche di Gilbert, Harvey, Galileo e Keplero, come la nuova matematica di Cartesio, Desargues, Fermat e Pascal non avevano un'utilità pratica ed immediata. La forza propulsiva della Rivoluzione Scientifica non fu la necessità, ma la libertà " (Nef, 1953: 258). L'Inghilterra,  invece si indirizzerà, unica eccezione Newton, verso la scienza del " come ", verso la ricerca di un " meccanismo in grado di risolvere un'operazione di cui scopi e finalità sono ben definiti " ( Bairoch, 1967: 8 ), cioè, si indirizzerà verso l'invenzione tecnica. Non verso la scienza, ma verso lo scientismo: una strada che porterà alla Rivoluzione Industriale.


        Per il breve periodo di un quarantennio, l'Inghilterra fu l'erede dell'Europa continentale, come l'Europa era stata, ad un diverso livello, l'erede del mondo greco-romano e di quello islamico. In questa grande cornice ebbe inizio quella che più tardi sarà chiamata la Rivoluzione Industriale, la seconda grande rottura della continuità storica, quella che ha cambiato , ancora una volta, dopo la scoperta dell'agricoltura nel neolitico, i destini dell'uomo. La Rivoluzione Industriale sarà il prodotto inconscio del popolo inglese, che, dalla seconda metà del XVI secolo, darà libero corso al suo genio, percorrendo strade tutt'affatto diverse da quelle percorse dalle altre nazioni europee, senza interrompere la continuità nella storia dell'uomo. Anzi costituendo essa stessa una tappa importantissima di questo luminoso cammino.


      L'Inghilterra, con la Rivoluzione Industriale, darà all'uomo una nuova dimensione e gli farà fare un salto qualitativo nel suo antico rapporto con la natura: da dominato ( civiltà dell'Antico Oriente e classiche ) diventò suo fruitore ( civiltà classiche e civiltà cristiana ); da fruitore diventerà , con la filosofia che sorreggerà la Rivoluzione Industriale, suo dominatore. Non sarà più il ciclo naturale che dominerà il mondo produttivo ( Wrigley, 1988: 6 ),ma sarà un nuovo ciclo imposto dall'uomo: il ciclo della macchina. La macchina sarà il simbolo di quella potenza che il suo progenitore Adamo aveva prima della Caduta, quando ancora aveva il dominio sulle cose create. " L' uomo, infatti, con il peccato originale decadde sia dal suo stato di innocenza sia dal suo dominio sulle cose create " ( Bacone, 1976: 139 ). L'uomo del neolitico, anche se profondamente diverso da quello del paleolitico, aveva soltanto imparato a sfruttare la natura. Per imparare a dominarla, per ripristinare quella " sovranità e quel grado di potenza che erano stati propri dell'uomo all'atto della sua creazione " ( Bacone, 1976: 139 ), ci vollero ottomila anni. Ma, alla fine, il sogno di Bacone sarà realizzato. L'uomo diventerà il novello Adamo per realizzare quello che era il disegno originario di Dio: l'uomo al centro del creato.


      L'Inghilterra, come ogni grande nazione che ha fatto fare un balzo in avanti all'uomo, di suo ci metterà il carattere e il genio del suo popolo, che aveva i requisiti per prendere in mano la fiaccola del progresso, che languiva sul continente, dopo due secoli di brillanti conquiste nelle scienze e nella civiltà in generale, e portarla più vanti verso l'ultimo traguardo, in ordine di tempo, ma non quello definitivo: quello della società industriale in cui la vita dell'uomo, le sue abitudini, i suoi abiti mentali e la sua concezione del tempo ( da statico diventerà dinamico ) verranno completamente rivoluzionati e si romperà la continuità con il passato. Sarà un nuovo modo di vita che nascerà e   che non avrà nulla  a che fare col passato. Il passato era statico (Butterfield, 1962: 218)            perché statico era il modo di produzione agricolo e artigianale nella sua esasperante lentezza. Il mondo che nascerà con la Rivoluzione Industriale, invece, sarà fortemente dinamico, come dinamico sarà il suo modo di produzione. L'uomo della società industriale sarà un uomo nuovo che non ha riscontro nel passato, né sarà immaginabile, anche se nella fantasia di alcuni uomini di cultura del medioevo ( si pensi ad un Ruggero Bacone ) e del Rinascimento ( si pensi a un Leonardo da Vinci ) alcune conquiste della società industriale erano state anticipate.


      La fiaccola del progresso, nel XVII secolo, passò dall' Italia all'Olanda ( per un breve periodo ) e all'Inghilterra perché in questi due stati si erano create, in forma diversa, le stesse condizioni e lo stesso spirito dell'Italia dei Comuni e delle città-stato della Grecia classica, mentre gli altri stati europei avevano preso dall'Italia non lo spirito democratico del primo Rinascimento, come fecero l'Olanda e l'Inghilterra, ma avevano preso lo spirito autoritario* del secondo Rinascimento    ( Toynbee, 1957, I: 215 ).


        Le forme di governo hanno giocato un grande ruolo nell'evoluzione della civiltà. La Grecia classica e il primo Rinascimento italiano sono due fatti unici nella storia del mondo. Entrambi erano basati sulla forma di governo democratico in cui tutte le energie del popolo erano impegnate a rispondere alle sfide del loro tempo. In entrambi l'ambiente istituzionale e culturale era estremamente favorevole alla creazione e alla diffusione di un nuovo modo di vita. Il cittadino partecipava direttamente alla gestione della cosa pubblica ed era padrone del proprio destino, anzi, il suo destino si identificava con quello dello stato, in contrapposizione alle civiltà dell'Antico Oriente, che erano basate sul dispotismo e non conobbero mai un'evoluzione democratica.  Il modello di città-stato, su cui erano basati, anche se conobbe una certa diffusione nell'Europa del XV-XVI secolo - Lega anseatica, Svizzera, Paesi Bassi, ecc. - non era destinato a sopravvive nel modello originario, ma i suoi principi furono estesi a entità più vaste: furono estesi allo stato-nazione, di cui l'Inghilterra ne sarà il prototipo.


      L'Inghilterra rappresenta il momento culminante della Rivoluzione Scientifica ( Westfall,1958: 193 ). Il momento in cui si tirano le somme e si stabiliscono delle verità incontrovertibili e definitive ( almeno fino a quel momento ). Ma la scienza inglese prenderà una direzione diversa da quella dell' Europa continentale, la quale si preoccuperà solo della scienza pura, della scienza che va alla ricerca del sapere teorico, alla ricerca del " perchè ", anche se di un perché diverso da quello delle civiltà classiche, e non si preoccuperà mai di vedere se le sue conquiste, che pur furono tante e di notevole portata, potessero trovare un'applicazione pratica o fossero di qualche utilità al genere umano nell'immediato. La scienza continentale sarà una scienza neutra. Una scienza che piacerà ai governanti , tipo Luigi XIV, perché, per il suo carattere eminentemente intellettuale, non creerà problemi al potere politico. Quella inglese, invece, farà proprio l'insegnamento di Francesco Bacone, secondo  il quale la scienza era valida fintanto che era utile al progresso materiale dell'uomo. Per bacone " il fine vero e legittimo della scienza altro non è che questo: far si che l'esistenza umana sia provvista da nuove invenzioni e di nuove possibilità " (Bacone, 1967:138). In questo senso, Newton, il grande sintetizzatore della scienza,  sarà un'eccezione in Inghilterra. Ma egli " era un filosofo e uno studioso troppo serio per preoccuparsi se le idee da lui elargite al mondo fossero o no utili in via immediata; ma in gran parte da lui venne al secolo decimottavo la fiducia sulla possibilità di conseguire il progresso industriale col metodo dell'osservazione e dell'esperimento " ( Ashton,1972: 21 ).          


        Quella inglese sarà una scienza che andrà  alla ricerca del " come ", inteso nell'accezione di cui si parlava nelle pagine precedenti, per realizzare l'obiettivo del programma baconiano: migliorare le condizioni di vita del popolo attraverso il progresso tecnico-scientifico. Mentre per un Galileo o un Cartesio la scienza poteva avere una giustificazione in se stessa, per gli inglesi essa avrà  una giustificazione solo se sarà utile; solo se sarà veramente utile all'ulteriore progresso delle condizioni dell'uomo; solo se riuscirà veramente a stabilire quel dominio dell'uomo sulla natura, che Bacone aveva preconizzato e assegnato come compito alla scienza per cancellare il peccato originale e dare all'uomo il regno dell'abbondanza, di cui godeva prima della Caduta. Sarà il ciclo della storia dell'uomo che si chiuderà con un ritorno alle origini, un ritorno alla antica potenza delle origini.  Tuttavia, il programma baconiano avrà successo e si affermerà, in Inghilterra, solo quando i puritani lo faranno proprio e lo porranno alla base della loro visione del mondo. Nel primo quarantennio del XVII secolo, anche in Inghilterra predominerà la visione della scienza del "perchè"    continentale. E, in effetti, in questo periodo, sarà la scienza del "perchè" di Gilbert che dominerà il campo, anche se Gilbert stesso era strettamente legato al mondo degli affari.


      I greci avevano dato espressione alla loro vitalità e al loro genio in forma di pensiero speculativo e crearono l'impalcatura intellettuale del mondo moderno; gli italiani del Rinascimento avevano dato sfogo alla loro energia e al loro genio in senso artistico-scientifico e consegnarono al mondo un metodo scientifico fondato su una struttura mentale razionale e astratta; gli inglesi prenderanno la strada a loro più congeniale, quella economica, e condurranno l'umanità verso un nuovo traguardo, verso un nuovo tipo di società, verso un nuovo e rivoluzionario tipo di organizzazione produttiva e sociale. E lo faranno non per un motivo ideale, ma lo faranno per un motivo fortemente concreto: il profitto, l'avidità di guadagno. Anche se il motivo ideale verrà di lì a poco a giustificare il motivo terreno, gli inglesi saranno interessati alla scienza del " come " perché il loro scopo ultimo sarà sempre quello di risolvere i problemi pratici come essi si verificheranno nel mondo dell'economia. Nel mondo del commercio marittimo prima ( si pensi al magnetismo di Gilbert ( Zilsel, 1941: 15-19), alla cartografia, al solcometro, ecc.)  e nel mondo produttivo poi ( si pensi al " mulo ", alla navetta volante, alla macchina a vapore, ecc. ) La risoluzione di questi problemi pratici porterà sempre alla realizzazione di un maggiore profitto attraverso l' incremento della produzione e la diminuzione dei costi  . La molla che spingerà gli inglesi ad agire verso la direzione della Rivoluzione Industriale , anche se inconsciamente, sarà sempre la sete di guadagno.


         Il profitto non sarà mai la molla che spingerà il continente ad agire nella ricerca scientifica. Esso sarà mosso da valori intellettuali e , per questo motivo, le sue conoscenze teoriche non troveranno mai un'applicazione sul continente, ma la troveranno in Inghilterra, che se ne approprierà e ne farà qualcosa di originalmente suo, come la forza motrice del vapore, per esempio. Essa sarà scoperta da un francese, ma la macchina a vapore sarà un prodotto indiscutibilmente inglese.


      La Francia e l'Inghilterra si porranno su due campi diversi. La prima, anche se aveva giocato un grande ruolo nel movimento scientifico del XVII secolo, nel XVIII svilupperà quelle conquiste in un nuova visione del mondo, mettendo al suo centro il valore della ragione. Sarà questa l'eredità che essa valorizzerà più di tutto del movimento scientifico del XVII secolo. Le conquiste pratiche non le interesseranno. Sarà filosofa e scienziata. La seconda, invece, di tutto il movimento scientifico del XVII secolo, valorizzerà quello che le sembrava preminente per il reale progresso della civiltà e dell'uomo: l'aspetto pratico reale e concreto delle applicazioni del metodo scientifico sperimentale che avrebbe condotto, secondo la sua visione delle cose, alla realizzazione del programma baconiano. La prima produrrà, col secolo dei lumi, un movimento di idee che sconvolgerà l'assetto politico-istituzionale di tutto il continente. La seconda produrrà, sempre nello stesso secolo, un nuovo sistema di produzione che sconvolgerà l'assetto economico di tutta l'umanità. La Francia ricercherà le conoscenze nei libri, negli esperimenti e nella riflessione filosofica; l'Inghilterra le cercherà, in tutto il mondo, tra gli artigiani ( Zilsel, 1941:24 ) e tra gli uomini di scienza applicata. Tutt'e due le nazioni, comunque, faranno ricorso alla razionalità: nel campo culturale la prima, nel campo economico la seconda.


      Il genio degli inglesi consisterà principalmente nel fatto che essi sapranno unire, come nessun altro mai, dopo il Rinascimento italiano, le attività scientifiche con le attività pratiche per trarne un vantaggio di natura economica, che si risolverà in un miglioramento della società, grazie all'azione "della mano invisibile ", come dirà più tardi A. Smith ( Ben-David, 1975: 117-120 ).  Queste idee troveranno  un grande vettore nella religione protestante e dei puritani in particolare. E l'idea stessa di progresso uscirà dai circoli ristretti per diventare patrimonio della società allargata.

 

      Il clima di ricerca finalizzata, nell'ambito di una scienza applicata,  e l'idea baconiana, che ogni scoperta e ogni invenzione deve dimostrare di essere utile al progresso generale dell'uomo, si diffonderanno in tutti i settori della società. Ma esse si diffonderanno in particolar modo nel settore dell'artigiano-inventore, il quale sarà mosso da un interesse economico, di profitto per essere chiari, che la chiesa non condannerà più: " servi Dio e diventa ricco, servilo leggendo la bibbia non contaminata dal pensiero secolare e arricchisci seguendo la filosofia sperimentale che ti promette beni materiali" ( Santucci, 1980: 12 ). Questo sarà il pensiero predominante dei puritani. Il successo nel mondo degli affari sarà un mezzo di distinzione, un mezzo per dimostrare che si era un prescelto, quello che era destinato a salvarsi ( Mason, 1953: 67 ).

 
         Tra la Rivoluzione Scientifica del XVII secolo e la Rivoluzione Industriale del XVIII secolo non c'è filiazione diretta ( Musson, 1972 ), tranne che nel metodo quantitativo, che sarà adottato, tra l'altro, anche nelle attività economiche.  Però, la Rivoluzione Scientifica creò le condizioni materiali e non materiali affinché quest'ultima si verificasse. La Rivoluzione Scientifica, in effetti, aveva cambiato indirizzo al pensiero dell'uomo. Lo aveva distolto dalle speculazioni sui massimi sistemi, quasi tutti di natura metafisica; gli aveva fatto acquisire un completo decentramento del pensiero per cui, adesso, era capace, come non mai,di associare, correlare, rielaborare più informazioni  e lo aveva indirizzato verso problemi pratici risolvibili col metodo quantitativo, che essa aveva elaborato. Insomma, la Rivoluzione Scientifica " gli diede gli strumenti intellettuali " (Cipolla, 1962: 49 ). E saranno questi  elementi che si incarneranno nello spirito inglese: uno spirito pragmatico ed utilitaristico. Questo spirito non saprà  legarsi o dedicarsi alle teorie. Sarà legato e si dedicherà alla scienza, non a quella teorica, ma a quella applicata, come egli la intenderà.

 

     " Quando la Rivoluzione Scientifica incominciò nel XVII secolo essa fu principalmente un movimento metropolitano incentrato nella Royal Society. Alla fine del XVIII secolo essa sarà un movimento provinciale, vigorosamente espresso dalle società filosofiche di Norwich, Northampton, Exeter, Bristol, Bath, Plymouth, Birmingham, Derby, Manchester e molte altre "     ( Musson-Robinson, 1960: 223) e saranno queste società provinciali che garantiranno il collegamento tra la scienza, come la intendevano gli inglesi, ed le attività produttive. In effetti,   " sembra... che all'inizio della Rivoluzione Industriale ci fosse uno stretto collegamento  tra la scienza e l'industria, più di quanto si sia pensato finora " (Musson-Robinson, 1960:238).


      Sul continente questa filiazione indiretta non si sarebbe mai verificata, come, in effetti, non si verificò mai e le Rivoluzione Industriale sarà  importata matura nel XIX secolo     ( Forbes,1956: 148 ). Ma sul continente lo scienziato viveva lontano del mondo economico-produttivo e non c'era una filosofia, come quella baconiana, che lo spingesse verso un fine utilitaristico delle conoscenze. Nè c'era il potente vettore della religione protestante che aveva fatta propria questa filosofia fino a farla diventare non il pensiero di una cerchia ristretta, ma una mentalità generale . Quando, sul continente, questa mentalità si affermerà nel seno di qualche gruppo ristretto, come sarà il caso degli ugonotti in Francia, esso lo scaccerà per motivi religiosi e questo contribuirà, ancora una volta, a fare le fortune dell'Inghilterra, che, accogliendolo nel suo seno, potrà avvalersi di tutto il kow how di cui era portatore Nell'isola questa nuova mentalità verrà accettata, protetta e promossa. E tutti coloro i quali non potranno professarla liberamente su tutto il continente troveranno rifugio nell'isola di Bacone. L'Inghilterra, in questo periodo, saprà porsi come la terra dove lo spirito protestante e lo spirito di iniziativa potranno crescere all'ombra di un potere che li aveva fatti suoi. Ed essa diventerà la meta di artigiani qualificati da tutte le parti d'Europa.

   
      Gli inglesi saranno il primo popolo, come massa e non come singoli individui, che farà proprio lo spirito faustiano ( Wright, 1935: 549 ) rinascimentale della sete di sapere e saranno il primo popolo, come massa, che avrà un completo decentramento del pensiero per cui sarà in grado di correlare, associare, sintetizzare più informazioni per ricavarne una conoscenza che sarà qualitativamente nuova e diversa.


      L'originalità, o - se vogliamo - la genialità del popolo inglese starà proprio in questa capacità di operare rielaborazioni e fare delle sintesi da tutte le conoscenze prodotte fino a quell'epoca. La genialità di uno Shakespeare l'aveva dimostrato. Egli prese da tutte le parti. A volte saccheggiò le opere altrui. Interi passi ed intere storie di altri si possono ravvisare nelle sue opere, ma nelle sue mani tutto si trasfigurò, tutto diventò diverso e acquistò un sapore ed un universalismo che prima non aveva: era un nuovo prodotto originalissimo che era venuto alla luce, che non poteva assolutamente essere paragonato alle opere da cui aveva attinto. Era qualcosa di originale e di unico perché aveva associato delle idee creando un messaggio che travalicava il mondo degli uomini per raggiungere quello dell'umanità. Così Newton. Egli non aggiungerà nulla alle conoscenze già prodotte    ( Schlagel,1985: 27 ), ma con quelle conoscenze saprà creare, associandole, una sintesi originalissima che costituirà la punta avanzata del pensiero matematico moderno. Egli unìrà il cielo e la terra, unificando i loro fenomeni in un'unica teoria. Ed egli sarà la massima espressione del pensiero astratto formale. Così sarà anche per Boyle. Egli non inventerà nulla di nuovo, ma saprà dare un ordine diverso alle cose che altri avevano inventato e questo ordine diverso produrrà una nuova conoscenza che prima non esisteva. Egli trasferirà nella chimica quello che era già stato accettato nella fisica: la natura corpuscolare della materia. Gli atomi di Democrito erano stati accettati ed utilizzati da Newton e Boyle li  accetterà anche nella chimica ( Westfall, 1980: 19 ). E così creerà una nuova scienza: la chimica.


      Questa, in fondo, era stata la storia dell'evoluzione intellettuale dell'uomo sin dai tempi dei Sumeri. Ogni nuovo popolo, ogni nuova società, che aveva qualcosa da dire, che aveva un proprio contributo originale da fornire, incominciava sempre con l'acquisire le conoscenze prodotte da altri ( fase di apprendimento ), ma, dopo averle assimilate attraverso l'imitazione ( fase di imitazione creatrice ), dava ad esse un nuovo ordine, ne faceva una nuova associazione, una nuova elaborazione, e quindi produceva una nuova sintesi ( fase di creazine originale ) che era qualitativamente diversa da quelle precedenti ed era originale, come sintesi, anche se i singoli addendi ( le singole conoscenze ) erano quelle prodotte da altri. Questa era stata la storia delle civiltà dell'Antico Oriente e della Grecia Classica. Le prime rappresentano il momento della produzione analitica; la seconda rappresenta quello della sintesi. In tutti i campi, ci deve essere una fase di produzione analitica delle conoscenze, come quella che si è prodotta nella prima parte di tutto il movimento scientifico. A questa deve seguire una fase di rielaborazione sintetica, che può essere prodotta dallo stesso popolo o dalla stessa civiltà che ha prodotto la conoscenza analitica, come è stato il caso dell'Europa nella Rivoluzione Scientifica, o può essere prodotta da un altro popolo che riesce a vedere quelle interconnessioni e quelle relazioni tra le conoscenze ( decentramento del pensiero ) che il primo popolo     ( quello che ha prodotte la conoscenza analitica ) non era riuscito a vedere, come è stato il caso delle civiltà dell'Antico Oriente e della Grecia classica. Ma la sintesi non è mai il punto di arrivo definitivo. Essa rappresenta solo una tappa nella grande scala della conoscenza. Essa rappresenta il massimo sforzo intellettuale di cui è capace l'uomo fino a quel momento storico. Ma rispetto alle future conquiste dell'intelligenza, essa rappresenta solo un momento analitico assieme a tutti gli altri momenti analitici prodotti nella storia dell'uomo. Ecco perché,   " se ci è permesso osare una comparazione...le conquiste di Newton [ rappresentano il decentramento del pensiero, il momento della sintesi ] se paragonate all'egocentrismo, [ al momento dell' analisi ], della fisica aristotelica, ma il concetto di tempo e di spazio assoluto newtoniano, [ che pur rappresenta il momento della massima sintesi rispetto al passato ], rimane egocentrico dal punto di vista della relatività di Einstein perché esso contempla una sola realtà nell'universo tra le molte che sono possibili e reali " ( Piaget, 1985: 13 ). Ecco perché un Boyle è il prodotto finale del pensiero precedente, ma egli sarà, a sua volta, il contenuto della forma successiva, in termini piagetiani. Cioè, egli rappresenta il momento sintetico rispetto al pensiero precedente, ma rappresenta il momento analitico rispetto al pensiero successivo. Egli rappresenta l'archeologia della chimica moderna. Anche lui sottostava alla legge dell'evoluzione del pensiero dell'uomo e non riuscì a vedere le interconnessioni o le nuove relazioni tra le conoscenze che egli stesso aveva prodotte o che aveva contribuito a produrre.


     L'umanità, per raggiungere questa capacità di rielaborazione e di sintesi, questo completo decentramento del pensiero, per cui era in grado di cogliere i nessi e le relazioni che intercorrevano tra le informazioni, era dovuta passare attraverso l'esperienza delle civiltà dell'Antico Oriente, che non furono mai capaci di cogliere nessi e relazioni o rielaborare le informazioni; era dovuta passare attraverso l'esperienza della civiltà classica, che ebbe, con i greci, una forte capacità rielaborativa ed era in grado di cogliere nessi e relazioni nell'ambito del pensiero operatorio concreto, ma i greci non erano interessati alla scienza o al mondo della produzione: essi erano interessati solo al fatto speculativo; i romani, a loro volta, vivevano l'esperienza non di una economia produttiva, ma quella di una economia di rapina; era dovuta passare attraverso l'esperienza della civiltà medievale, che subì una forte regressione nel livello di struttura mentale rispetto al mondo classico ed era dovuta passare, infine, attraverso la civiltà rinascimentale, che, con la sua rinata apertura mentale ed il suo attivismo economico, ha posto le premesse affinché questa capacità di rielaborazione e di sintesi fosse resa possibile.

 

      Gli inglesi della Rivoluzione Industriale rappresentano la fase finale di un processo storico che era iniziato con l'homo sapiens, della lenta evoluzione della sua struttura mentale. Imparando gradatamente a decentrare il proprio pensiero, quest' uomo produsse uno strumento irripetibile ( l'intelligenza, di cui non era dotato quando uscì dalla ferinità ) che lo ha reso in grado di rielaborare costantemente, e a livelli sempre diversi, tutte le informazioni che ha accumulato nelle epoche storiche. Nella Rivoluzione Industriale si era giunti alla fase finale ( ma non definitiva, come sta a dimostrare la nascente società post-industriale dei nostri giorni ) di questo processo per cui questa capacità era diventata il patrimonio,non più di singoli grandi intelletti, come nel mondo greco ( Vernant, 1988: 36 ), ma era diventata patrimonio di larghi strati di persone ( the man in the trade ) che avevano la capacità di associare, correlare più informazioni per risolvere i loro problemi, che, per avventura, erano prevalentemente di natura economica e produttiva. E questa capacità collettiva sarà espressa da Bacone, quando, riferendosi alla natura, affermerà " che le forme o leggi delle nature semplici o astratte fossero poche di numero, ma che si potessero combinare infinitamente fino a produrre la varietà infinità esistente in natura. Come le lettere dell'alfabeto, che, per quanto poche numerose, si possono combinare in diversi modi fino a formulare un numero infinito di parole. Se dunque si comprendono queste forme, si sarà in grado di combinarle a volontà per raggiungere qualsiasi risultato di cui è capace la natura e così comandarla " ( Foster Jones, 1980: 120 ).


      Molte invenzioni della Rivoluzione Industriale " sono il  risultato di due o più idee o processi prima indipendenti che, unendosi, [ associandosi ], nella mente dell'inventore sfociarono nella creazione di un meccanismo più o meno complesso ed efficiente. Così, per esempio, fu necessario che il principio della Jenny venisse unito, [ associato ], con quello della filatura a rulli perché nascesse il mulo, e la rotaia di ferro, che da molto tempo era in uso nelle miniere di carbone, dovette essere associata alla locomotiva perché si avesse la ferrovia "   ( Ashton, 1972: 20 ).


            Che cosa significa inventare ? " Inventare significa mettere insieme utilmente alcune informazioni già acquisite. Una specie di operazione artigianale, più modesta della scoperta scientifica pura, ma più spesso sconvolgente. In fondo ha cambiato di più il mondo la radio messa insieme da un praticone come Marcone che non la scoperta delle leggi elettromagnetiche fatto da Marxwell, senza il quale tuttavia non potremmo comprendere i principi scientifici alla base della radio "     ( Amaldi, 1989 ).


      Bacone aveva coscienza, già agli inizi del XVII secolo, della verità di queste asserzioni quando affermò che " è bene rendersi conto della forza, della virtù e delle conseguenze delle invenzioni; e ciò si può vedere meglio in tre invenzioni che erano note agli antichi ... cioè la stampa, la polvere da sparo e la bussola. Queste tre invenzioni hanno cambiato e rivoluzionato lo stato delle cose in tutto il mondo; la prima nella letteratura, la seconda nell'arte della guerra e la terza nella navigazione. Da qui sono cambiate molte cose ... niente ha esercitato più potere ed ha avuto più influenza nello svolgimento della storia dell'uomo di queste tre invenzioni meccaniche " ( Bacone, 1978: 1 ).


     Le informazioni sono la fonte di tutte le invenzioni, le quali, a loro volta, " trovano la loro caratteristica distintiva nella costruttiva assimilazione di elementi preesistenti in una nuova sintesi, in un nuovo modello o in un nuovo comportamento. La loro finalità  può variare su una scala di valori: ad un estremo troviamo le creazioni che intendono gratificare un desiderio estetico, all'altro troviamo i congegni meccanici che rispondono alle necessità dei bisogni materiali. Le invenzioni in questo senso stabiliscono relazioni che prima non esistevano " ( Usher, 1929: 11 ).


      La miriade di invenzioni che si avranno al sorgere della Rivoluzione Industriale si dovranno alla miriade di informazioni che l'uomo aveva acquisito nei secoli e nei millenni precedenti e di cui gli inglesi andranno alla ricerca in tutto il mondo        ( programma di Bacone ) per portarle in patria. Questa miriade di informazioni farà loro acquisire un abito mentale più duttile e più aperto alle innovazioni e questo creerà le premesse della Rivoluzione Industriale.


         La Rivoluzione Industriale non è  il prodotto di un genio individuale, ma è  il prodotto dello " spirito dell'uomo " ( Nef, 1958: XII ), di cui gli inglesi rappresentavano, a  quell'epoca, la fase finale. Le sue origini non possono essere fatte risalire a questa o a quell'epoca storica. Non possono essere ricercati tra l'XI e il XIII secolo ( Cipolla, 1974: 324 ), né nelle condizioni climatiche o nella disponibilità delle materie prime.


      La Rivoluzione Industriale è figlia di un lungo processo storico in cui l'uomo prima ha costruito se stesso, la sua struttura mentale, e poi ha costruito il suo mondo economico-produttivo e sociale, rigettando il ciclo che la natura gli aveva imposto per la gestione della sua vita quotidiana, a cui tutti gli altri mammiferi sono tutt'ora legati, e stabilendo un proprio ciclo in cui la natura è solo un punto di riferimento. Egli mette da parte il ciclo naturale per adottare il ciclo sociale.


      Le origini della Rivoluzione Industriale vanno ricercate nella notte dei tempi ( Garraty-Gay, 1973: 791-92 ); vanno ricercati nella prima pietra levigata dell'uomo primitivo; vanno ricercati nella ruota dei Sumeri; vanno ricercati nella tecnica della fermentazione ( Lilley, 1976: 188 ); vanno ricercati nella fusione dei metalli e nella terracotta delle prime civiltà; vanno ricercati nel teorema di Pitagora e nella geometria di Euclide; vanno ricercati nella logica di Aristotele; vanno ricercati negli atomi di Democrito e nella fisica sperimentale di Archimede; vanno ricercati nell'invenzione della leva, della puleggia e della ruota dentata; vanno ricercati nel collare per buoi e cavalli e nel ferro degli zoccoli ( Cipolla, 1962: 44-46 ); vanno ricercati nell'invenzione della pompa e dei mulini idraulici ( Bowden-karpovich-Usher, 1937; 108 ); vanno ricercati nello spirito pragmatico dei romani; vanno ricercati nella ricettività culturale dei popoli germanici del primo medioevo; vanno ricercati nel Rinascimento; vanno ricercati nella polvere da sparo e nella bussola. La Rivoluzione Industriale, insomma, è il prodotto dell'uomo e non di un'epoca storica o di un popolo, anche se fu un popolo particolare che si trovò sul proscenio nell'atto finale e ricevette gli applausi di tutto il resto del mondo.


      Un processo, come quello della Rivoluzione Industriale, non è il frutto del genio individuale, ma è un frutto sociale.    " L' invenzione, come ha osservato un illustre scienziato moderno, Michael Polanyi, è un dramma che si recita su un palcoscenico pieno di gente; di solito l'applauso va a chi si trova sulla scena all'ultimo atto, ma il successo della rappresentazione dipende dalla stretta collaborazione di molti attori e di quelli che restano dietro le quinte. Gli uomini che, rivaleggiando e cooperando, crearono insieme la tecnica della Rivoluzione Industriale erano semplici inglesi e scozzesi che, per dirla con un filandiere del nostro tempo, Godfrey Armitage:

        Non erano nè semidei nè eroi

        ma ingegnosi laboriosi discendenti dell'homo sapiens

        ch'ebbero la fortuna di gettare il seme col bel tempo

        non col gelo o sotto la tempesta ma quando il lento

            maturare della stagione, il propizio intrecciarsi

            delle circostanze

        offrì impensati occasioni

        ch'essi seppero cogliere ... " ( Ashton, 1972: 20-21).


      Ma cosa avevano gli inglesi che, ad un certo punto della loro storia, si posero come candidati unici alla fase finale di un processo storico plurisecolare e produssero la Rivoluzione Industriale ? Avevano la loro esperienza storica, che era alquanto diversa da quella delle  altre nazioni europee e questa diversa esperienza storica produsse un tipo di mentalità non nuova nella storia, ma certamente particolare ed esclusiva in quel momento storico al popolo inglese e le cui caratteristiche possono essere così sintetizzate: era una mentalità pragmatica, utilitarista, ricettiva, affaristica, libertaria.


      " L'Inghilterra è la prima tra le nazioni moderne i cui abitanti hanno sviluppato una struttura mentale in cui la coscienza e gli istinti non sono fondamentalmente opposti gli  uni agli altri. Così essi hanno fatto fare un balzo in avanti allo sviluppo della mentalità rispetto all'epoca medievale "( Barbu, 1960: 209 ). " Per dire di più , si può affermare che ci sono le basi per affermare che la struttura mentale dell'individuo del mondo Occidentale moderno fu creata in Inghilterra. Dall'inizio dell' epoca moderna, la struttura della personalità degli inglesi è stata, per tanti aspetti, il prototipo della struttura della personalità della moderna civiltà Occidentale. Essa affonda le sue radici in un sistema di sicurezza secolare e in una personalità egocentrica caratteristica di un individuo che ha una forte consapevolezza di sè, che ha un alto grado  di autointegrazione e di autocontrollo; insomma, essa affonda le sue radici in una personalità che, in virtù di un ciclo psicosociale, emerge e conduce, allo stesso tempo,  ad un ordine sociale individualistico " ( Barbu,    1960:145-146 ).


      L'Inghilterra agli albori della sua storia era stata una terra di conquista e, fino al 1066, sarà il melting pot di tutte le genti d'Europa. "  La storia remota delle isole britanniche  si può leggere come una cronaca delle successive invasioni e dei conseguenti spostamenti di un numero sbalorditivo di gruppi culturali migranti: Celti, Angli, Sassoni, Pitti, Frisoni, Danesi e Normanni giunsero a queste isole in cerca di tributi o di terre dove stabilirsi " ( Hechter,1979: 51 ). E da questa mescolanza di popoli " nascerà, alla fine, il popolo inglese. Celti, Galli, Angli, Sassoni, Juti, Danesi e Normanni mescolarono il loro sangue, con matrimoni ed altre forme, per trasformare l'anonimo e apatico britanno nel buccaniero dei tempi di Elisabetta e nel silenzioso conquistatore del mondo dei secoli a venire " ( Durant,  1950, IV: 491.).


      Tutte queste popolazioni, a turno, sconvolsero la vita dell'isola e vi imposero il proprio sistema di organizzazione sociale e politica. I britanni spinsero gli aborigini, i druidi o Celti, nell'estremo nord dell'isola, la Scozia. I romani sottomisero i britanni, i quali sopravvissero a livello di servi e dovettero adottare la lingua, la cultura e l'organizzazione sociale dei conquistatori. Con l'arrivo delle tribù germaniche nel V secolo. dopo che i romani avevano abbandonato l'isola, le tribù britanniche furono spinte parte in Francia, dove fondarono la Bretagna, e parte sulle montagne della Cornivaglia e del Galles in generale e l'isola conobbe un nuovo cominciamento. Tutto fu sovvertito: lingua, cultura, organizzazione statale e sociale, religione. Era un nuovo popolo che si era impossessato del territorio più fertile dell'isola e vi imponeva il proprio ordine, spingendo gli abitanti nei territori meno ospitali: quelli montuosi. " Gran parte della storia britannica è stata la lotta per il controllo delle fertili low lands da parte dei gruppi in competizione " ( Hechter, 1979: 56 ).


      Con la venuta dei normanni, nell'XI secolo, queste tribù germaniche, che nel frattempo si erano unificate e avevano dato vita ad un regno unitario, furono ridotti a livello di servi e ancora una volta tutta l'organizzazione fu sconvolta, tranne che nel diritto, che i conquistatori scelsero di fare proprio. Ma la lingua, la cultura, l'organizzazione statale, con l'introduzione del feudalesimo, che nell'isola era sconosciuto, e sociale furono rinnovati ab imis sul modello imposto dagli invasori. La religione non subì alcun mutamento in quanto gli invasori erano anch'essi cristiani. La lingua sassone sopravvisse, come dialetto, tra la popolazione sottomessa, ma la lingua ufficiale era quella dei padroni: il francese.


      " I risultati della conquista normanna furono illimitati. Un nuovo popolo e una nuova classe si impose sui danesi, che avevano spodestato gli anglosassoni, i quali avevano conquistato i britanni romani, i quali, a loro volta, avevano sottomesso i Celti ... e sarebbero passati secoli prima che gli anglosassoni e gli elementi celti si riaffermassero come britannici nel sangue e nella lingua " (Durant, 1950: IV, 668-69 )


      Questa mescolanza di popoli di diversa provenienza diede origine al carattere originale e composito dell'inglese moderno:   uno spirito avventuroso e combattivo con un'estrema apertura verso le influenze esterne. La formazione della lingua inglese è forse la testimonianza più eclatante di questa mescolanza di popoli sul suolo inglese e della capacità degli inglesi di assorbire tutte le influenze e farne un blend originalissimo, i cui singoli elementi originari sono difficilmente importanti per se stessi. La lingua inglese è una lingua del gruppo germanico, ma presenta una fisionomia sua propria che  la caratterizza e la distingue dalle altre lingue di questo gruppo. Mentre le altre lingue hanno mantenuto la predominanza del ceppo germanico, nell'inglese, a seguito della forte influenza del latino, del francese, ecc., questo si è fortemente attutito, almeno nel lessico se non nella struttura,  per cui essa " è ora una mescolanza tra tedesco e francese " ( Durant, 1950, IV: 81 ).


       Questa disponibilità degli inglesi a recepire, ad accettare e a fare proprio tutto quello che prendevano da altri popoli o nazioni era forte e presente anche in tutti gli altri campi della struttura sociale, dalle istituzioni all'economia e alla scienza. L' inglese, in sostanza, fu aperto a tutte le influenze esterne e lo rimarrà fino alla Rivoluzione Industriale. Anzi la Rivoluzione Industriale sarà proprio il prodotto di questa capacità assimilativa e rielaborativa del popolo inglese, sarà il prodotto di questa capacità di fare proprio tutto ciò che era utile e vantaggioso per gli interessi individuali e quindi nazionali.     " Sin dai primi tempi dell'epoca moderna, l'inglese ha cominciato a credere che i suoi interessi corrispondevano a quelli della nazione. 'Chi aiuta se stesso, aiuta la nazione ' o ' la prosperità individuale porta alla prosperità della comunità ' erano - e lo sono tutt'ora - formule usate in questo senso "      ( Barbu,1960: 203 ).


      L'inglese rimarrà alunno che apprende da tutti gli altri fino alla Rivoluzione Industriale, quando la sua genialità verrà fuori e l'Inghilterra sarà riconosciuta da tutti come la nazione più potente del XIX secolo ( Barone-Ricossa, 1974: 111). Dopo aver raggiunto questo ambìto, ma non ricercato traguardo, essa svilupperà il suo concetto di arroganza e , come tutti gli altri grandi alunni della storia che crearono una svolta nel progresso della civiltà, si chiuderà alle influenze esterne, che rifiuterà perché proverranno dal ' barbaro '. Essa, come tutti gli altri grandi alunni, non saprà essere contemporaneamente alunna e maestra. Dimenticherà le parole di Newton, secondo il quale " la cosa più importante è apprendere non insegnare " (Landes,1969:33 ) e saprà essere, come tutti quelle nazioni che l'avevano preceduta nello sviluppo della civiltà, solo maestra e questo provocherà il suo declino e la sua uscita dal proscenio per diventare potenza di secondo rango. Il declino subentrerà quando essa si considererà 'arrivata ' come si considerarono arrivati i greci, i romani e l'Italia del Rinascimento, per cui perderà quella tensione ideale e quello spirito di apertura al rinnovamento e alle innovazioni, che avevano fatto le sue fortune. Il declino verrà fuori quando si svilupperà e si affermerà questa psicologia collettiva,per cui non sarà più pronta a recepire, ad accogliere gli stimoli che verranno da altre fonti, come aveva fatto nella sua fase di crescita, ma si arroccherà, con superbia, alla propria presunta superiorità e svilupperà quell'orgoglio arrogante, caratteristico di tutte le grandi civiltà che l'hanno preceduta (greci, romani,Rinascimento), che non la farà più essere alunna o " apprendista " ( Wilson, 1979: 8 ),  e considererà tutti gli altri 'barbari '. (Pollard, 1989 ).  La sua decadenza era inscritta nella storia, ma nessuno l'aveva ancora letta.


         La decadenza sarà la conseguenza della trasformazione della primitiva mentalità, quella mentalità che la rese in grado di rispondere a tutte le sfide che la storia le aveva posto, e le sue brillanti risposte le fecero sempre fare un balzo in avanti. Persa questa mentalità, essa non saprà rispondere alla nuova sfida che le porrà l'ultimo quarto del XIX secolo e il secolo XX: la sfida della scienza e della tecnologia avanzata ad essa legata. Essa sarà all'avanguardia fintanto che il miglioramento del know how dipenderà dall'artigiano-inventore, che inventava un nuovo congegno che migliorava la produzione, ma, quando il know how dipenderà dalla scienza, un settore in cui aveva perso il primato di cui aveva goduto nel quarantennio dell'età augustea, questo non sarà più vero ed essa perderà terreno rispetto alla altre nazioni del continente europeo ed extra europeo. In sostanza, essa         entrerà " nel XX secolo e nell'età della scienza e della tecnologia come un popolo spettacolarmente incolto " ( Hobsbawn, 1972: 128 ).    


         " Gli inglesi ebbero chiaramente coscienza di essere un'unità culturale e razziale per la prima volta ai tempi di Chaucer, quando le componenti razziali e linguistici furono fusi in un'unica razza e in un'unica lingua. In quest'epoca la classe dominante non è più francese e quella contadina non è più anglosassone, ma tutti sono inglesi. L'Inghilterra cessò di essere principalmente un'espressione geografica aperta a tutte le influenze. Da quest'epoca in poi, incomincia ad assumere una propria fisionomia. Ai tempi di Chaucer, di Wycliff, di Wat Tyler e dei bowmen, l'Inghilterra incomincia a creare le proprie forme originali nella letteratura, nella religione, nella società economica e nella conduzione della guerra. Le forze che forgiarono il destino dell'isola non sono più straniere, ma sono forze autoctone. L'Inghilterra non deve più il suo progresso agli amministratori e agli ecclesiastici stranieri, o alle idee normanne sulla organizzazione feudale, né lo deve ai re legislatori angioini, o alla cavalleria strutturata su modelli francesi, né ai frati che vengono dal mondo neolatino. D'ora in poi, l'Inghilterra si crea i propri caratteri e le proprie tradizioni " ( Trevelyan, 1960, I: 16 ).


        L'Inghilterra del XIV secolo era un paese sottosviluppato. In  " quanto a benessere e sviluppo si trovava in una posizione molto arretrata nei confronti di Parigi, di  Brusselle, di Venezia, di Milano, di Costantinopoli, di Palermo e di Roma "     ( Bosl,1975: 354 ). Ma in quanto ad istituzioni aveva dato vita a tre istituti ( corona, parlamento e diritto ) che, nella loro maturità, si dimostreranno la carta vincente nella creazione del clima favorevole allo sviluppo economico, prima, ed industriale, poi ( Hall, 1956: 712 ).


         A differenza degli altri paesi europei che si dibattevano nel frazionismo feudale, l'Inghilterra, sin dai tempi di Guglielmo il Conquistatore, fu sempre una monarchia centralizzata che aveva maggiore o minore potere a seconda che sul trono siedeva un re forte o un re debole. Ma fu proprio l' alternanza di questi due tipi di monarchi che contribuì a far sviluppare il secondo istituto, quello parlamentare. Il re forte era dominatore e , a volte, anche dispotico. Sotto di lui, nobili e parlamento, avevano poco voce in capitolo. E molto spesso dovevano resistergli con la forza per difendere i diritti feudali,  riconosciuti ed accettati, e strappargli nuove concessioni, che, per il sistema, la pratica e il diritto consolidato della forza giuridica dei precedenti, venivano acquisiti al patrimonio istituzionale della nazione e che verranno rivendicate, anche sul campo di battaglia, se necessario, tutte le volte che un sovrano tenterà o di fatto le disattenderà. Nella guerra civile del 1640-49, i ribelli si rifaranno proprio alla forza vincolante dei precedenti per limitare i poteri del sovrano. Sotto un re debole, che quasi sempre seguiva uno forte, quelle concessioni, codificate in atti parlamentari, avevano la possibilità di consolidarsi nella loro attuazione pratica. Altre volte, invece, era il sovrano stesso che associava il parlamento alle sue grandi imprese, facendo concessioni di natura politica-istituzionale in cambio di mezzi finanziari.


         Questo fu il processo attraverso il quale si formarono  i poteri del parlamento ed indirizzò  l'Inghilterra in una direzione diversa  rispetto agli altri stati europei nello sviluppo delle istituzioni parlamentari. Quasi tutti i sovrani, a partire da Edoardo I, creatore del model parliament del 1295, associarono la nazione, rappresentata dal parlamento, alla loro politica quando questa aveva un costo che difficilmente i sovrani potevano affrontare con i soli mezzi della corona o quando la lotta che stavano per ingaggiare era  titanica e avevano quindi bisogno di sentirsi tutto il popolo dietro di loro (Enrico VIII ). E la nazione non negò mai il suo appoggio, ma tutto questo aveva un prezzo: i mali della nazione andavano risolti prima della concessione dell'aiuto finanziario. Ed Edoardo I fu il primo a pagarlo, come del resto lo avevano pagato i suoi predecessori e come lo pagheranno tutti i suoi successori. La nazione fornì a Edoardo I i mezzi finanziari per condurre le sue guerre, ma egli si dovette impegnare, come si impegnò, a non imporre tasse e tributi, nel futuro, senza il consenso del parlamento e lo fece con un atto ufficiale del parlamento ( statute ). Questo atto poteva anche essere di scarsa utilità nel presente, ma la sua codificazione costituì il primo passo rivoluzionario nello sviluppo delle istituzioni e " creò le condizioni sotto le quali si doveva sviluppare la potenza commerciale ed industriale della nazione fino al laisser faire " ( Powicke, 1962: 619 ) .


      Il potere centrale in Inghilterra era forte, più forte che in qualsiasi altro stato europeo contemporaneo. Ma esso non fu mai assoluto, come divennero i sovrani continentali. I sovrani inglesi trovarono sempre una limitazione oggettiva nei poteri del parlamento ( Nef, 1954: 155-58 ) e nella legge, che " aveva una supremazia su tutti, anche sul re " ( Trevelyan, storia I: 121 ). Il sovrano inglese era assoluto solo nel senso " che il suo potere non era soggetto al papa o all'imperatore " ( Manning,1965: 247 ). In termini di scienza politica moderna potremmo dire che egli godeva della piena sovranità  esterna, ma non di quella interna, neanche negli affari religiosi. Nella sovranità interna era condizionato da altri soggetti e prima di tutto dal parlamento, il quale, proprio con Enrico VIII, il grande costruttore di parlamenti, si avvierà a diventare l'unico depositario di tutta la sovranità. Non ci saranno cose che il parlamento non potrà fare. Potrà fare tutto, ancora oggi, tranne, come è stato detto, cambiare un uomo in una donna.

    
          In Inghilterra non si accettò mai la teoria della origine divina dei re. Quando si tenterà di introdurla, nel XVII secolo, l'Inghilterra farà la prima rivoluzione moderna della storia. In Inghilterra si rimase sempre fedeli al principio medievale della elettività dei re. " Lo stato medievale era un governo misto di re, baroni, prelati. Il rapporto tra signore e vassallo, essenza del sistema politico feudale, si fondava su obblighi reciproci. La rottura del contratto da parte di uno dei due contraenti comportava determinate penalità, e, poiché la legge era male espressa e male amministrata, si era continuamente costretti a fare ricorso alla guerra per definire determinati elementi di diritto feudale. L'astenersi dall'opporre resistenza all'Unto del Signore era contrario alla forma di pensiero e alla pratica ricorrente nel Medioevo " ( Trevelyan, 1965, I: 121 ). Per questo motivo, gli inglesi sanzionarono, nella Magna Carta, il loro diritto a ribellarsi al sovrano con le armi se questo veniva meno al patto che si instaurava tra sudditi e corona. Anche se questo patto non menzionava il popolo, perché, a quell'epoca, questo non esisteva neppure come concetto, nel futuro esso sarà così interpretato . E " questo esempio di obbedienza costituzionale sopravvisse nella memoria del paese " ( Fisher, 1973: 325 ) e sarà esercitato per ben cinque volte tra il 1327, quando fu deposto Edoardo II, e il 1485, quando sarà deposto l'usurpatore Riccardo III. Anche se " per sanzionare la deposizione di un sovrano insoddisfacente e per giustificare il diritto dell'usurpatore, i giuristi - laici ed ecclesiastici - stilarono sempre delle apologie. Queste dichiarazioni giustificative, prese seriatim, crearono la dottrina della limitazione del potere regale e, nel futuro, divennero parte del diritto costituzionale inglese " ( Dunham-Werd, 1975: 738 ). E questo diritto alla ribellione sarà esercitato ancora due volte nell'epoca moderna. Verrà esercitato quando si deporrà e si manderà al patibolo Carlo I, sconfitto sui campi di battaglia, e lo si eserciterà pacificamente nel 1689, quando " si erigerà la monarchia moderna su basi medievali, che la Gloriosa Rivoluzione aveva rispolverate " ( Dunham-Werd, 1975: 739 ). Il sovrano, l'autorità centrale, era utile e necessaria, come dirà più tardi Hobbes, e per questo motivo essa veniva istituita, ma " l'inglese ha sempre creduto che la società non esiste per se stessa; essa esiste solo come astrazione, cioè, come convenzione che può essere cambiata in ogni momento per promuovere gli interessi dell'individuo " ( Barbu,1960: 203 ).


         Se lo stato unitario centralizzato, con una monarchia forte, ma non assoluta, come si svilupperà dopo la guerra civile delle Due Rose, garantirà, con la certezza della pace interna, la sicurezza del cittadino, massima aspirazione di ogni inglese in tutti i tempi, e lo sviluppo del parlamento sanzionerà, per sempre, la libertà come bisogno insopprimibile di ogni individuo, il terzo istituto, quello della Common Law, darà al cittadino la certezza della giustizia e della sua rapida applicazione.


         La Common Law è " una delle più significative creazioni giuridiche dopo quella romana " ( Bosl,1975: 352 ). Essa sarà uno strumento flessibile che camminerà di pari passo con l'evoluzione delle funzioni sociali senza l'intervento di legislatori. Mentre sul continente lo sviluppo del diritto non riuscirà ad adeguarsi immediatamente ai nuovi bisogni della società e sarà sempre tardivo o completamente assente, in Inghilterra ci sarà un immediato adeguatamente in quanto la produzione del diritto nella Common Law era di competenza dei giudici e non di competenza del parlamento, il quale, però, aveva una specifica attività legislativo nella statute law. " Il fatto che in Inghilterra la   [ la Common Law ] fosse creata dai precedenti [ nei tribunali ordinari ] e il fatto che gli inglesi hanno sempre dimostrato la loro ostilità al diritto scritto [ di produzione parlamentare ] la dice lunga. Questo significa che il diritto in se stesso - come la società - non ha una realtà assoluta, esso è una realtà empirica e quindi è suscettibile di cambiamento " ( Barbu,1960: 204 ).


         " L'Inghilterra fu l'unico importante paese d'Europa ad emergere dal medioevo con la sua Common Law, con tribunali  esplicitamente riconosciuti come luoghi di elaborazione delle leggi ... Mentre le legislazioni europee si svilupparono, spesso sotto forma di codici, come sistemi giuridici di vasto respiro, autosufficienti e coerenti, idealmente concepiti per le esigenze delle burocrazie centralizzate, la Common Law inglese si sviluppò per risolvere dei casi concreti piuttosto che per formulare dei concetti teorici...

   
       " L'approccio inglese alla problematica giuridica fu essenzialmente un approccio empirico, caratterizzato da un'avversione totale per le definizioni teoriche... Era perciò ben chiaro che nel diritto inglese, ancora prima dell' industrializzazione,  un prestito, un'azione, un brevetto, tanto per fare degli esempi, erano proprietà di una certa persona... Mentre, in Europa, i codici dovevano essere evidenti, e allo scopo dovettero poi essere create istituzioni completamente specializzate che trattassero i complessi problemi della proprietà, in Inghilterra nulla di tutto ciò era richiesto. L'accoglimento pronto e tempestivo di un punto di vista sulla proprietà basato sul senso comune dispensò da ogni riforma istituzionale e condusse a importanti progressi nella legislazione sui trust, sui titoli negoziabili, sulle società commerciali e sulle rappresentanze " ( Hartwell,1973: 241-42 ).


        Fino al 1485 si può dire che l'Inghilterra abbia conosciuto uno stato di guerra continuo. Quando non era impegnata in una guerra guerreggiata con nazioni straniere si rivolgeva contro se stessa ( Brailford, 1962 ). E questa è una storia che affonda le sue radici nel tempo. Le tribù germaniche che invasero l'isola nel V secolo furono sempre in lotta tra di loro per stabilire la supremazia nell'isola. Quando Alfredo il Grande, nel IX secolo, riuscì ad unificare il regno sotto le bandiere del Wessex, ci fu l'invasione dei danesi che portò l'Inghilterra al centro di un impero nordico. Ma la pace fu di breve durata. Nell'XI secolo, sotto Edoardo in Confessore, ci furono le lotte tra Goodwin e suo figlio Harold ( il povero sconfitto della battaglia di Hastings ). Sotto i normanni lo stato di guerra era endemico per la litigiosità dei membri della stessa casa reale. Solo dopo il 1485, dopo la guerra civile delle Due Rose, che devastò l'isola e le sue dinastie, l'Inghilterra ha conosciuto una stabilità politica.

 
         La mescolanza di razze guerriere che si riversarono nella Britannia delle origini fino al 1066, compreso i normanni stessi,  determinarono la tremenda energia del popolo inglese che nel medioevo si espresse attraverso la riottosità e la bellicosità e che nell'epoca moderna, con i Tudor, verrà incanalata in direzioni diverse, più pacifiche, anche se non meno aggressive ed espansionistiche. Le guerre non scompariranno dalla scenario inglese, ma saranno guerre di natura diversa e mireranno a fare dell'Inghilterra la regina dei mari e la regina del commercio mondiale.

         

     Fino al XV secolo, l'Inghilterra è sempre stata una terra di conquista. Se fino al 1066  era stata una terra di conquista politica, a partire da questa data è stata una terra di conquista  economica, un mercato fiorente per gli italiani, prima, e gli anseatici, poi. " I veneziani, che nel passato avevano controllato l'esportazione dei tessuti, lasciarono Londra nel 1533 e Southampton nel 1583 e la lega anseatica, l'ultimo potente gruppo di mercanti stranieri che godevano di privilegi extraterritoriali in Inghilterra, fu privata dei suoi privilegi nel 1552 e , alla fine, fu espulsa nel 1598. Quest'ultimo evento rappresenta simbolicamente il punto di svolta della posizione inglese nel commercio mondiale: dalla periferia si muoveva verso il centro del sistema" (Minchinton,1969:2). Ma, fino ai Tudor l'Inghilterra fu un paese sottosviluppato. Ancora nei primi decenni del XVI secolo " l'Inghilterra, infatti, era un paese relativamente povero ed i suoi standard di vita erano piuttosto bassi. Essa era indietro ai suoi più prossimi vicini continentali sia nella produzione della ricchezza che nel suo consumo, sia nelle tecniche industriali che nelle abilità scientifiche. Le sue industrie estrattive, con l'eccezione delle miniere di piombo e di stagno, erano così arretrate che fu necessario chiamare dei tedeschi a dirigere le miniere di rame di Keswick...Nè l'agricoltura si trovava in uno stato migliore. Solo un quarto del suo terreno era coltivato a grano " (Black, 1969: 236 ). " Nel 1530 la maggior parte degli inglesi viveva in famiglie rurali per lo più economicamente autosufficienti: vestivano di pelli, di tela di sacco, di cuoio e mangiavano pane nero su taglieri di legno " ( Hill, 1972: 13 ).

  

    I mercanti inglesi subirono l'iniziativa dei più agguerriti mercanti continentali, con italiani e fiamminghi in testa, fino al XV secolo,. Solo dalla seconda metà del secolo, essi incominciarono a mostrare una certa  intraprendenza, che era legata alla diversità del prodotto che avevano da offrire: non più lana grezza, come nei secoli precedenti, ma pannolana, anche se non rifinito. Questa intraprendenza diverrà vera e propria aggressività nel XVI secolo.

       L'Inglese non era nato mercante (Ashley, 1949: 69-77). Egli era sempre stato prima di tutto un guerriero. Egli divenne mercante quando capì, da ottimo alunno, che questo era il mezzo per produrre ricchezza. E quando capirà, prendendo esempio dalla fiorente industria laniera fiamminga, che quanto maggiore era  il valore aggiunto tanto maggiore era  la produzione di ricchezza    ( Ashley, 1969: 61 ), egli sarà così  agguerrito da competere, nel XVI e XVII secolo, con i più potenti mercanti d'Europa per la conquista dei mercati mondiali " e... nel XVIII secolo prenderà il posto dell'Olanda e diverrà il deposito di tutto il mondo "       ( Ashley, 1949: 69 ).

     In sostanza, l'Inghilterra era stata incudine, nel campo economico, per tutto il medioevo, quando era esportatrice di materia prima, ma diverrà martello nei tempi moderni, quando capirà che, per essere competitivi, bisognava fare meglio degli altri in tutti i campi. E se, per fare meglio degli altri, bisognava ricorrere all'imitazione e al saccheggio del know how degli altri, almeno nel primo periodo, l'inglese sarà pronto a farlo. Le energie, che nei secoli precedenti aveva disperso nelle guerre continentali o nelle lotte fratricide, saranno riversate a partire dal XVI secolo, nelle attività commerciali. Farà ancora guerre, ma esse avranno una finalità diversa: combatterà per la conquista dei mercati e per impadronirsi dei mari (Denis, 1973: 111 ),  il cui dominio avrebbe garantito la sua supremazia nelle nuove aree commerciali.

    
          I Tudor, con Enrico VII in testa, il fondatore della dinastia, fornirono le condizioni politiche-istituzionali affinchè si creasse il clima favorevole a questa rinata attività degli inglesi. La ritrovata stabilità politica, dopo secoli di guerre e di lotte intestine, e la pace, accompagnate da un atteggiamento libertario da parte della corona, hanno lasciato all'individuo la possibilità e la capacità di sviluppare le proprie aspirazioni convogliando le proprie energie non verso attività belliche, ma verso la produzione di ricchezza.


        Enrico VII aveva intuito che non erano le guerre che portavano la ricchezza, ma il commercio ed egli " si interessò più ai commerci che alla guerra" ( Hale, 1967: 402 ). La sua politica mirava a sollevare l'Inghilterra dallo stato di minorità in cui si trovava nel campo economico. La sua aggressività verso Venezia e verso la potente lega anseatica   serviva ad un duplice scopo: liberarsi dalla tutela commerciale degli stranieri e dare vigore alle forze commerciali della nazione , attraverso una maggiore consapevolezza ( Mackie, 1978: 220 ).

   
           E'  da questo periodo che parte la potenza e la grandezza del popolo inglese. E sotto Elisabetta conobbe la sua fase eroica, la sua fase creatrice e fece ricorso a tutte le energie di cui era capace. Queste energie latenti erano state sprigionate  da due fattori: da un governo che garantiva al singolo la libertà di autorealizzarsi in tutti i campi, escluso quello politico, e dalla riforma della chiesa, che cambiava i concetti stessi della vita economica dello stato e dell'individuo. " Il popolo di Elisabetta si distingueva per alcune qualità che oggi noi attribuiamo al Giappone " ( Cipolla, 1967: 67 ). Esso non aveva originalità in nessun campo. In tutti i campi non arrivava mai primo, ma una volta arrivatovi dimostrava le sue capacità di apportarvi modifiche che dimostravano  la sua genialità. " Il genio di un  popolo che prende dagli altri si  dimostra più chiaramente nella sua capacità di adattare ciò che prende in prestito che in qualsiasi presunzione di originalità  " ( Wilson, 1969: X ). Esso partiva ultimo, e tale era nel XVI secolo, ma aveva il grande desiderio di apprendere, aveva il grande desiderio di andare alla scuola del mondo per importare tutte quelle tecniche, tutte quelle conoscenze, tutte quelle strutture organizzative che avevano dimostrato la propria validità e mentre molto spesso queste tecniche, questi prodotti nella patria di origine non avevano uno sviluppo adeguato, in Inghilterra venivano modificate e migliorate fino a diventare un prodotto originalissimo inglese. " La mentalità in fermento di quest'epoca costituì una premessa indispensabile per la realizzazione di quelle scoperte scientifiche che hanno portato alla meccanizzazione del lavoro, dei trasporti e della comunicazione a partire dal 1800 " ( Nef, 1974: 63 ).

 

       Fino alla prima metà del XV secolo, l'Inghilterra cercò sempre di diventare una potenza continentale ( Stone, 1967: 15  ) perché questo era il mondo che contava. Sin dai tempi di Guglielmo il Conquistatore, tutti i sovrani inglesi avevano avuto lo spirito della volontà di potenza e avevano guardato al continente per saziarla. L'Inghilterra voleva essere una potenza continentale perché ancora non aveva scoperto quella verità " che avrebbe dovuto esserle chiara fin dal principio: per un popolo insulare non ci può essere niente di più importante della navigazione e della potenza sui mari " ( Berneck, 1970: 365 ). E non l'aveva ancora scoperta perché mancavano i suoi presupposti. Il continente americano non era stato ancora scoperto e l'unica realtà geopolitica era il continente europeo, di cui essa era un'estrema propaggine. Se voleva contare qualcosa doveva inserirsi nel gioco delle potenze europee e pensava di poterlo fare meglio se continuava a conservare i suoi possedimenti sul continente. Questo sogno fu ancora accarezzato da Enrico VIII. " Gli eserciti inglesi erano stati respinti dalla Francia nel secolo XV, ed Enrico VIII, nel vano tentativo di riportarveli, dilapidò una vera fortuna e...   il tentativo compiuto dal cardinale Wolsey, tra il 1522 e il 1529, di mettere l'Inghilterra sullo stesso piano diplomatico delle grandi potenze come la Francia, la Spagna e il Sacro Romano Impero era finito nell'umiliazione e nell'isolamento " ( Hill, 1977:19 ).

 

     Solo dopo Enrico VIII, quando si perse l'ultimo lembo di territorio che ancora conservava sul continente, essa fece di necessità virtù e prese coscienza che era un'isola e che il suo futuro stava sul mare ( Fisher, 1971, I: 234 ). Finiva un'epoca e se ne iniziava un'altra. " Nei tempi antichi il rapporto dell'Inghilterra col mare fu passivo e recettivo; nell'età moderna [ sarà ] attivo e dominatore " ( Trevelyan, 1965, I: 18 ). Nel frattempo, con la scoperta del nuovo continente americano posto ad occidente, essa si veniva a trovare, non più in una posizione marginale, ma al centro di due vaste aree geopolitiche: quella europea del vecchio mondo civilizzato, raffinato ed economicamente potente, e quella americana del nuovo mondo, selvaggio e vergine, le cui potenzialità erano ancora tutte da scoprire e che essa saprà sfruttare al massimo per il carattere migratorio del suo popolo.

    
          In un mondo che cambiava, che allargava i suoi confini ad occidente fino ad includervi terre mai conosciute, l' Inghilterra percepì che il suo avvenire stava sul mare, ma, quello che si doveva dimostrare uno splendido avvenire, fu la scelta del caso. Fu la risposta geniale ad una nuova sfida che la storia le imponeva. E questa è stata e sarà una costante nella storia inglese. Essa non ha mai fatto, nè farà mai progetti di indirizzo generale di sviluppo ( Stephen, 1900 ). Essa sarà sempre costretta da nuove sfide a dare delle risposte e queste risposte saranno sempre geniali e faranno la sua fortuna.

    
          L'Inghilterra sarà scacciata  dal continente due volte. Una prima volta sarà scacciata politicamente, quando, nel XVI secolo, perderà tutti i suoi possedimenti continentali e diverrà una potenza insulare tutta raccolta in se stessa a sanare le ferite che le lunghe guerre sul continente e la guerra civile delle Due Rose le avevano inflitto. La seconda volta sarà scacciata economicamente, quando sarà esclusa da quasi tutti i mercati continentali nel XVII secolo. Tutte e due queste sfide creeranno la sua fortuna. La prima la porterà a sviluppare una flotta che le consentirà di solcare liberamente i mari e ad affermarsi come potenza navale e commerciale. La seconda la costringerà a cercare nuovi mercati in sostituzione di quelli persi e li troverà, anzi li creerà nel nuovo mondo coloniale      ( Toynbee, 1884:78 ). Entrambe saranno risposte obbligate, ma saranno risposte che si dimostreranno vincenti.     

 

    L'Inghilterra non avrà una politica coloniale come l'ebbero la Spagna e il Portogallo che conquistavano in nome della corona. Gli inglesi vedranno  i nuovi territori di oltremare come terre di emigrazione per quei gruppi che non avevano trovato fortuna in patria o perché erano perseguitati per le loro idee religiose o, addirittura, come terre di deportazione, come fu il caso dell'Australia. Saranno questi uomini che creeranno le colonie, non lo stato inglese. " Le colonie americane sorsero ad opera dell'iniziativa privata, spintavi in primo luogo da considerazioni religiose, a volte commerciali  e a volte agricole" ( Trevelyan, 1970: 369 ) e dopo di loro arriverà il commercio e la bandiera, ma solo quando i porti dell'Europa continentale saranno chiusi alle sue navi.

   
          " L'inglese del periodo Tudor non era per natura o tradizione nè un esploratore, nè un conquistatore. Il culto della carta geografica e quello della bandiera gli era sconosciuto. Egli non aveva alcun desiderio di andare alla ricerca dei luoghi più distanti della terra o di scoprire una Nuova Inghilterra al di la del mare... Fu solo quando iniziò il magico movimento commerciale, dopo il 1550, quando l'espansione della produzione interna rese necessari mercati sempre più distanti e quando, sotto il regno di Elisabetta, divenne un dovere patriottico depredare i galeoni spagnoli, che l'Inghilterra si diede alle grandi imprese marittime e si presentò come interessata alle scoperte geografiche. In altre parole, furono il commercio e la pirateria che diedero la spinta iniziale a quello che doveva essere il più grande periodo delle imprese marittime dell'Inghilterra; non fu il richiamo dell'ignoto, nè la sete di conoscenze, nè la visione di un impero " ( Black, 1969: 235 ). Il salto avvenne non perché essa aveva coscienza che si era creato un mercato transoceanico a cui si doveva rispondere, ma perché essa era stata esclusa da quasi tutti i mercati continentali e quindi dovette inventare, dovette creare il commercio transoceanico per rispondere adeguatamente alla sfida che l'Europa continentale le aveva lanciato.

 

      Sotto Elisabetta l'Inghilterra subirà una trasformazione strutturale e  da stato agricolo diventerà uno stato mercantile. Il fenomeno era incominciato all'inizio del secolo e fu accelerato dallo scisma anglicano con la politica delle distribuzione delle terre.   Il cambiamento del fattore religioso fu molto importante. Esso sprigionò energie immense e introdusse nuovi elementi nell'atteggiamento dell'uomo verso la società e verso il soprannaturale. L'ideologia protestante, sebbene rifiutata e negata nell'isola nei primordi dello scisma, sarà portatrice di un diverso messaggio di salvezza. Nel medioevo l'uomo poteva solo identificarsi con la società-comunità; non poteva distinguersi, differenziarsi. Cioè, non poteva essere un individuo libero di fare le proprie scelte. Con la riforma protestante, e con il nuovo atteggiamento mentale laico, l'uomo acquistava questa libertà di scelta, questa libertà di essere individuo, libertà che in Inghilterra aveva una lunga storia anche se non riconosciuta formalmente ( Macfarlane, 1968: 196-97 ).

   
        L'Inghilterra, nel XVI secolo, faceva la stessa esperienza che l'Italia aveva fatto due secoli prima. Con l'affermarsi dell'umanesimo nell'isola (XVI secolo ), gli inglesi mettevano da parte la vecchia mentalità medievale che non vedeva l'individuo, ma vedeva il membro di una comunità, la comunità cristiana, che era regolata dal principio di carità e di fratellanza. L'umanesimo, invece, riportava alla luce l'individuo greco con tutti i suoi appetiti umani. L'uomo che veniva alla ribalta in questo periodo in Inghilterra non era nuovo. " L'individualismo, nella società inglese, aveva una tradizione che risaliva al sistema delle corporazioni. Tuttavia, per secoli, esso rimase nell'ombra e cercò di esprimersi all'interno della nicchia comunale e non al di fuori di essa " ( Lipson, 1947, II: VII). Nel XVI secolo, la novità consisteva nel fatto che adesso, in Inghilterra, quest'uomo nuovo non nasceva contro la chiesa o al di fuori di essa, come era successo nel Rinascimento italiano, ma nasceva dentro la chiesa, che, nel frattempo, aveva fatto propri i valori dell'esperienza individuale della fede e della salvezza, che non era più generalizzata, ma era riservata solo al prescelto, il quale doveva dimostrare questa sua condizione col successo nel mondo. Prima, nel medioevo, l'uomo doveva rifuggire dal mondo. Ora, nel XVI secolo inglese, egli vi si doveva tuffare e dimostrare, attraverso il successo, che egli era un prescelto (Merton, 1970: 62 ). In questo senso in Inghilterra nasceva un uomo nuovo. Ma quest'uomo, a livello spirituale, era nato con la Riforma protestante in Germania. Il protestantesimo giustificava il capitalismo, come il nascente capitalismo giustificava il protestantesimo. Era un incontro che era destinato a produrre dei frutti. " Poche autorità oggi ascriverebbero il capitalismo al trionfo del calvinismo, ma molte affermerebbero che il calvinismo e il capitalismo sono figli di questo attivo spirito di intraprendenza " ( Mackie,1978, 444 ).  Quest'uomo  in Inghilterra aveva dietro di sé uno stato che lo lasciava libero di perseguire il proprio interesse. E fu questa alleanza, nel reciproco interesse, tra il sovrano e il popolo, rappresentato dal parlamento, che porrà le basi del futuro successo dell'Inghilterra nel campo economico.  Quando ancora la struttura economica era tutta basata sul possesso della terra , questa alleanza fu tra la corona ed i proprietari terrieri; quando la struttura economica sarà basata principalmente sul commercio, questa alleanza sarà tra la corona e le classi mercantili e quando la struttura economica sarà rivoluzionata dall'industria, questa alleanza sarà tra la corona ed i nuovi  ceti emergenti. A partire dal periodo del Commonwealth ( XVII secolo ), il governo sarà sempre il comitato d'affari della borghesia, nel senso che le stesse persone che detenevano le leve del potere economico siedevano nelle stanze del potere politico. In questo Karl Marx aveva ragione.

  
          La convocazione del parlamento da parte di Enrico VIII fu un atto  di ingegno. Esso diventerà un instrumentum regni di cui il sovrano si servirà per combattere la sua battaglia contro un nemico più potente di lui, come quello della chiesa di Roma, ed avere tutto il popolo dietro di sè. " Il parlamento fu per Enrico VIII quello che l'esercito fu per il re di Francia " ( Hill, 1977:25 ).  Enrico sapeva che l'autorità papale era mal sopportata nell'isola. Era un sentimento che serpeggiava da secoli nello spirito inglese, a cui pesava solo l'autorità del papa sulla chiesa inglese a causa dei tributi ( decime ) che questa doveva versare al papato. E la lotta contro questa autorità era iniziata già nel XIV secolo con Wycliffe ed i lollardi. Se Enrico avesse toccato la dottrina difficilmente sarebbe riuscito ( Fisher, 1971, II: 99 ). Quella dello scisma anglicano fu una rivoluzione dei piccoli passi, ma passi importanti, in cui cambiava un solo fattore e tutti gli altri rimanevano uguali. Prima fu eliminata l'autorità del papa e tutto il resto rimase immutato. Enrico ruppe con Roma, ma non con la dottrina cattolica. Egli era stato e si sentiva ancora di essere il defensor fidei, il titolo papale che si era guadagnato sul campo nel difendere la fede cattolica contro l'avanzare del protestantesimo. Ma, nel distribuire le terre ecclesiastiche ai suoi sostenitori, egli liberò delle immense energie e creò degli interessi, che, successivamente, si sentiranno meglio tutelati dal protestantesimo. Lentamente si incomincerà a mutare anche la dottrina per darle una sterzata protestante che si addiceva di più allo sviluppo capitalistico verso cui si avviava l'isola ( Barbu,1960: 215 ).

  
          Il protestantesimo, nell'isola, sotto Enrico VIII non c'era; venne con Edoardo VI. E questo darà una svolta all'intraprendenza economica dell'isola. " Fino al 1558, l'Inghilterra era passata, nel giro di venticinque anni, attraverso una serie di cambiamenti religiosi che andavano dal cattolicesimo di Enrico al protestantesimo moderato e al protestantesimo radicale per ritornare, infine, alla piena comunione con Roma " ( Curtis, 1965: 300 ). Ma fino a Maria       ( 1516-1558 ) i giochi non erano ancora definitivamente fatti. Saranno fatti, e in modo irreversibile, con Elisabetta (1533-1603)  proprio a causa della politica sbagliata di Maria. Il sentimento anticattolico nell'isola non c'era. C'era il sentimento antiromano che affondava le sue radici nell'infeudazione del regno inglese al papato romano da parte di Giovanni Senza Terra nel 1214. Il sentimento anticattolico e filo protestante nacquero successivamente. Ecco i piccoli passi.

  
          Due furono le spinte che la riforma inglese impresse all'isola. La prima fu economica. Il governo aveva tutto l'interesse a creare un ceto medio mercantile che si identificasse con i nuovi assetti istituzionali. Con la dissoluzione dei monasteri e la distribuzione delle terre ecclesiastiche, aveva rimescolato le carte. La chiesa cattolica era uscita di scena e con essa uscivano anche i suoi principi sulla ricchezza e sul profitto. In effetti " la chiesa occidentale considerava peccaminoso il desiderio di ricchezza, di cui il mercante sembrava il rappresentante più tipico " ( Garraty-Gay, 1973,I: 29 ).  La seconda spinta fu quella istituzionale. Nell'associare il parlamento alla sua lotta, Enrico VIII si può giustamente definire come il grande costruttore di parlamenti, i quali sotto di lui saranno docili ed ossequienti, ma sotto gli Stuart dimostreranno tutta la potenza di cui erano stati investiti sotto i Tudor e manderanno al patibolo lo stesso re. Nel convocarlo, Enrico VIII lo aveva investito di poteri che tradizionalmente non aveva esercitato. Nel passato, esso veniva convocato solo raramente se il re poteva fare a meno di nuove imposte. La contesa tra la corona e il parlamento, che era andata avanti per tutto il medioevo, era stata vinta dai Tudor a favore della corona e il parlamento era stato messo quasi fuori gioco dalla politica accorta di Enrico VII, che aveva reso lo stato autosufficiente finanziariamente. Il parlamento ritornò nell'arena solo perché Enrico VIII aveva bisogno di tutta la nazione dietro di sè nella sua lotta titanica contro la chiesa di Roma e la nazione era rappresentata dal parlamento. Ma, nell'associarlo alla riforma, egli gli fece travalicare i limiti tradizionali e volle che esso votasse tutti gli atti che portarono allo scisma anglicano e alla dissoluzione dei monasteri. Tutto doveva passare attraverso il parlamento e questo costituì la grande forza di Enrico VIII. Il parlamento era il suo strumento e per questo egli non esitò a dilatare i suoi poteri e ad essere prodigo di riconoscimenti formali. Ma già sotto Elisabetta, il parlamento non era più così docile come nel passato e la sovrana molto spesso dovette cedere alle sue richieste, senza, per questo, perdere il suo assoluto controllo su di esso. Con sovrani più deboli, come saranno gli Stuart, quei riconoscimenti formali, e i poteri che stavano dietro di essi, giocheranno un altro ruolo e il parlamento lotterà per risolvere la contesa in suo favore.

  
         I Tudors avevano saputo trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dello stato e le libertà dell'individuo. La monarchia Tudor sarà una monarchia molto potente, forse la più potente in Europa nell'ambito del proprio territorio nazionale prima dell'affermazione dell' assolutismo. Ma essa non fu mai assoluta. Quando si parla di assolutismo dei Tudor si corre il rischio di fraintendimenti se non si specifica che questo assolutismo era più la capacità di poter fare tutto se si osservavano certe regole che quella di essere arbitri della propria volontà. Enrico VIII non avrebbe mai potuto  dire: l'état c'est moi. Egli era assoluto, ma non in senso continentale. Egli era in realtà soggetto a tutta una serie di strumenti istituzionali che lo avrebbero schiacciato.

  
           Non sarebbe stata la prima volta che gli inglesi prendevano le armi contro un proprio sovrano per difendere quello che consideravano il più grande valore dell'individuo: la libertà. Nel medioevo questa libertà fu rivendicata dai nobili contro la corona; successivamente venne rivendicata dai borghesi contro i nobili e contro la corona. Quando essa veniva minacciata, l'inglese insorgeva e combatteva per difenderla e garantire a se stesso ed ai suoi posteri il patrimonio più caro che i suoi avi medievali gli avevano lasciato. In questo senso,    L' Inghilterra aveva avuto una esperienza storica alquanto diversa da quella degli altri stati europei. Il sovrano non era mai stato il signore assoluto dei destini del suo popolo. Il popolo aveva sempre partecipato, con maggiore o minore potere, al governo della nazione e il suo punto di forza era sempre stato il parlamento. La potenza di Enrico VIII era fondata sul fatto che egli sapeva usare le leggi e le consuetudini della nazione a suo favore. Insomma, l'assolutismo dei Tudor era fondato sul consenso dei sudditi. " Monarchi senza esercito al centro e senza burocrazia retribuita in provincia non si potevano definire despoti, poiché non erano in grado di costringere con la forza i propri sudditi... La potenza dei Tudor, in breve, non era di natura materiale, ma metafisica. Si affidavano in qualche caso all'affetto e sempre, senza eccezione, alla lealtà e al libero ossequio dei loro sudditi "    ( Trevelyan, 1965: 316 ). Elisabetta, per esempio, aveva messo solo un freno alla libertà dei suoi sudditi: quella di stare lontani dai ' misteries ' dello stato. In questo campo non ammetteva ingerenze, ma in tutti gli altri campi, compreso quello economico, la libertà era ampia ed era pronta ad assecondare la loro sete di ricchezza.

 

     Elisabetta  aveva capito che "il commercio fiorisce nella libertà e fugge la costrizione" ( Lopez, 1975 116 ) e l'anarchia. E la sua politica fu sempre quella di creare le più grandi opportunità al suo popolo, partecipando essa stessa alle sue imprese o premiando quelle più ardimentose. " L'Inghilterra aveva trovato nei sovrani della famiglia Tudor l'espressione più rispondente del suo spirito e della sua politica " ( Trevelyan, 1965, II: 317 ).   Questa alleanza con le classi mercantili per i Tudor  fu  naturale perchè erano mercanti essi stessi e sapevano che il loro potere si innestava nelle tradizioni dell'isola che voleva il sovrano come espressione della volontà della nazione, anche se ancora non si poteva parlare di volontà popolare. Con gli Stuart ci sarà contrasto perchè essi si sentiranno al di fuori di questa tradizione: essi vorranno essere re per volontà di Dio.

   
           Questa fu una delle carte vincenti degli inglesi: lo stato garantiva loro la libertà di intraprendere qualsiasi iniziativa che non fosse diretta contro se stesso ( cioè, doveva stare lontano dagli affari di stato ) e la religione protestante giustificava questa loro intraprendenza anche nel campo economico perché essi  " rendevano un servizio alla comunità e a Dio " (Barbu,1960:190 ). " I mercanti non solo arricchivano la nazione, ma lasciavano anche dietro di loro la tangibile evidenza della loro munificenza istituendo scuole, collegi, case per i poveri e costruendo strade e ponti " ( Wright, 1935: 25 ).

   

          Lo spirito di iniziativa per esistere ha bisogno di libertà. " Con la libertà si accompagnano sia il trade che la vita scientifica e nè l'uno nè l'altro possono sussistere nei governi assoluti " ( Comparato, 1979: 858 ).   I sovrani Tudor, nel XVI secolo, seppero garantire questa libertà, pur non rinunciando alla loro forte presa sullo stato, e il paese fece un grosso balzo in avanti. Quando, nel XVII secolo, questa libertà sarà messa in pericolo dalle aspirazioni assolutistiche in senso continentale degli Stuarts  si farà una rivoluzione. La rivoluzione puritana si riallaccerà a questa grande tradizione storica e parlerà non più di classe, ma dell'individuo, dell'homo economicus ( Coleman, 1976: 27-41 ).

   
           La libertà è un fattore di crescita quando essa è regolamentata. La libertà nell'ordine. E non ci può   essere ordine senza razionalizzazione. Questo gli inglesi lo avevano capito per tempo. E " il processo di razionalizzazione a cui essi furono sottoposti, o essi stessi si sottomisero, durante la seconda parte del XVI secolo e agli inizi del XVII, fu unico per intensità e unico nei suoi risultati ( Barbu,1960: 193 ).

 
        Senz'ordine non c'è libertà; c'è anarchia e nell'anarchia non ci può essere crescita di alcun genere perché lo spirito di iniziativa o non sorge, o - se sorge - viene ucciso sul nascere. Di questo gli inglesi ne avevano fatto esperienza sulla propria pelle sia sul piano individuale che su quello economico-istituzionale. Durante la guerra civile delle Due Rose, l'anarchia era predominante e la vita dell'individuo era costantemente in pericolo. I poteri dello stato erano cosi in basso da non riuscire a difendere adeguatamente le ragioni dei propri commercianti contro lo strapotere della lega anseatica sul suolo inglese. Da qui nasceva il bisogno dell'inglese " di stabilire precise regole di condotta e di organizzare la vita nei minimi dettagli "        ( Barbu,1960: 195 ). L'inglese aveva bisogno di  un'istituzione in cui credere. L'anarchia nello stato e nella vita individuale lo avevano sconvolto . Egli non era psicologicamente capace di gestirsi da solo nella totalità della sua esperienza in un clima di anarchia, in un clima di libertà assoluta in cui la forza fa il diritto. Egli aveva sempre cercato la libertà, ma la libertà che cercava era quella regolamentata nell'ambito di uno stato forte che non lasciasse quella libertà all'arbitrio del più forte. Egli faceva una netta distinzione tra il pubblico e il privato. Il pubblico doveva essere organizzato, razionalizzato ed istituzionalizzato, non importava a quale livello. Questo gli dava sicurezza e certezza. E questo gli dava la molla per promuovere il suo privato. Ecco perché gli inglesi erano attaccati ai Tudor: essi avevano portato l'ordine e la pace dopo un lungo periodo di guerre e di anarchia interna. Lo stesso attaccamento gli inglesi lo avranno per l'istituto monarchico a partire dalla seconda metà del XVII secolo, perché, anche questa volta, la monarchia porterà ordine e  pace dopo un periodo di guerra e di dittatura militare.

   
      Nell'epoca dei Tudor vi fu una frenetica attività in tutti i campi. E, in effetti, " come razza gli elisabettiani riposero il loro più grande valore nella vita attiva " ( Black, 1969: 280 ).   Sembrava che il risveglio dal lungo ristagno medievale avesse portato con sè una gran voglia di vivere e di arricchirsi. Tutti erano consapevoli che questa era un'epoca di grandi opportunità e tutti ne volevano beneficiare. L'inglese era l'uomo nuovo della civiltà europea. Un uomo in formazione e dotato di energie immense. Ma che aveva perso le sue antiche certezze.  Quest'uomo viveva in un'epoca in cui il vecchio aveva perso la sua credibilità e il nuovo non l'aveva ancora acquistata. Egli era situato in questa zona di confine tra vecchio e nuovo. Come l'uomo del Rinascimento italiano, quest'uomo aveva una grande sete di sapere ( più tardi Bacone affermerà: il sapere è potere ),  aveva una grande voglia di apprendere e aveva l'umiltà di essere alunno. Però , al contrario dell'uomo del Rinascimento, la molla di tutto questo era la sete di guadagno. Solo più tardi verranno fuori i motivi ideali. Quest'uomo sapeva che la conoscenza stava altrove ed egli doveva cercarla, per questo motivo si prese il mondo come scena della sua ricerca . Dagli italiani prese lo spirito del primo rinascimento e non quello del secondo, sia nelle istituzioni che nella letteratura e nel campo economico e scientifico. E, in effetti, in Inghilterra, nel XVI secolo, c'erano le stesse condizioni ideali  e lo stesso clima che aleggiava nel primo Rinascimento italiano: era " un paese giovane, traboccante d'indomite energie, spinto da una febbre d'avventura, di ricchezza, di mondano godimento " ( Spini,1970: 345 ).

 
         Questo clima era sparito dall'Italia perché erano sparite le condizioni che lo avevano prodotto, primo fra tutti il sistema politico-istituzionale, che garantiva al singolo individuo le due condizioni essenziali per la sua intraprendenza: sicurezza e libertà. Quando l'Inghilterra, prima fra le nazioni europee, garantirà, a partire dal XVI secolo, queste condizioni e riuscirà a porsi come città-stato scritta in grande, lo spirito di iniziativa e di euforia del primo Rinascimento italiano si sposterà su quest'isola, nella quale si arricchirà di un nuovo elemento, che nel passato era stato frenante in tutta la cristianità: la giustificazione religiosa. Nell'Inghilterra del XVI secolo, l'individuo sarà spinto all' intraprendenza dall' avidità di guadagno, ma troverà una giustificazione nella religione protestante, la quale predicava che solo avendo successo nella vita si poteva dimostrare a se stessi e al mondo di essere un prescelto.


         L'Italia aveva perso il suo slancio innovativo dopo due secoli. Lo spirito di iniziativa e il merito non erano più promossi, nè c'erano più le condizioni politiche-istituzionali affinchè entrambi continuassero a sorgere spontanei. L'individuo aveva perso la sua antica libertà e l'amministrazione della cosa pubblica, in cui prima si identificava e a cui partecipava direttamente, gli divenne estranea. I suoi interessi non corrispondevano più agli interessi della città-stato che, nel frattempo, si era trasformata in Signoria. Questa era, ormai, diventata la protettrice di una oligarchia che perpetuava se stessa attraverso la gestione del potere e aveva sviluppato una mentalità aristocratica, triste acquisto dell'eredità dello studio della civiltà greca, per cui il lavoro artigianale e mercantile veniva vilipeso. Non era più il mercante il dominatore della scena politica e sociale; il nuovo soggetto era l'alta borghesia che si era aristocratizzata ( Cipolla, 1974: 291 ).


         In Inghilterra, il secolo XVI è un secolo di transizione in cui si buttano le basi della futura potenza dell'isola. In particolare, l'epoca elisabettiana  rappresenta il periodo eroico in cui si esce dal vecchio e si creano potenti energie individuali, che lottano e si indirizzano verso la formazione di una psicologia collettiva più connaturata al carattere inglese. Grandi avvenimenti contribuiranno a dare a quest'uomo una coscienza più magmatica: il consolidamento di una forte monarchia che mise fine allo stato di guerra continuo ( esterna ed interna), che l'Inghilterra aveva conosciuto per tutto il medioevo a partire dalle invasioni barbariche; la crescita della potenza navale inglese, che ebbe il suggello del suo valore con la sconfitta dell'Invincibile Armada nel 1588; la riforma religiosa, che aveva sprigionato energie immense, facendo cadere le antiche certezze di un mondo ben ordinato* e monolitico e aprendone uno pluralistico  ( Barbu,1960: 161 ) in cui le certezze sono indissolubilmente legate al valore individuale e  " di conseguenza, ogni individuo doveva pensare da solo al proprio inserimento sociale " ( Barbu, 1960: 182 ). Questi avvenimenti contribuiranno a creare l' effervescenza intellettuale ed imprenditoriale, che farà dell'Inghilterra l'erede diretta, unica ed universale di tutto il sapere economico e produttivo del mondo. L'Inghilterra non sarà interessata al sapere in generale, cioè alla filosofia ed ai massimi sistemi, ma sarà caparbiamente interessata al sapere economico e scientifico che servivano  per produrre un profitto e, indirettamente, per migliorare le condizioni dell'uomo. " Nel campo economico, i tratti distintivi di questo tipo di individuo erano il possesso privato dei mezzi di produzione , l'iniziativa privata e la libertà d'azione nella sfera economica " (Barbu,1960: 182 ).

 

       " Nella seconda metà del secolo XVI si nota chiaramente il sorgere di un nuovo clima psicologico e sociale che porterà alla formazione di un nuovo tipo di personalità " ( Barbu,1960: 146 ). Questo clima nuovo era stato creato da una serie di fattori negli ultimi tre quarti di secolo: la consapevolezza di essere liberi di perseguire il proprio benessere e la propria felicità; l'identificazione dell'individuo con lo stato: il bene dello stato era il  suo bene e viceversa; la consapevolezza di essere un popolo giovane che ha molto da apprendere da tutto il mondo; una innata aggressività ( Sharpe, 1987: 47), che nel medioevo era convogliata nelle lotte intestine e nelle guerre esterne e nell'epoca moderna sarà convogliata verso il commercio e le conquiste coloniali; un forte orgoglio nazionale basato sulle vittorie contro le grandi potenze dell'epoca (Invincibile Armada); uno stato che assicurava e garantiva l'individuo nella sua libertà; una religione vissuta come missione in cui l'individualità e il successo mondano giocavano un grande ruolo; la politica del governo che favoriva le attività economiche e commerciali; l'istituzione di grandi compagnie commerciali collettive organizzate come uno stato e a cui il governo dava i più ampi poteri nelle conquiste coloniali; la coscienza di partecipare al governo dello stato attraverso il parlamento       ( Sharpe, 1987: 8 ) e la sicurezza di un sistema giuridico flessibile pronto a garantirgli la giustizia in qualsiasi momento.


         Per l'Inghilterra era il momento eroico della crisalide della Rivoluzione  Industriale, ma prima di diventare farfalla aveva ancora  da percorrere un lungo cammino . Comunque, le energie e la mentalità collettiva che porteranno a quella conquista maturarono  in quest'epoca. In effetti,   " Il carattere inglese moderno può farsi risalire, nei suoi tratti fondamentali, alla fine del XVI secolo e oltre. E, per dire di più, ci sono le condizioni per affermare che la struttura mentale dell'individuo del mondo occidentale moderno fu creata in Inghilterra. Sin dall'inizio dell'epoca moderna, la struttura della personalità dell'inglese è stata, sotto alcuni aspetti importanti, il prototipo della personalità dell'uomo della moderna civiltà occidentale. Essa affonda le sue radici nella secolarizzazione; in una personalità egocentrica, caratteristica degli individui che hanno un alto grado di autocoscienza, un alto grado di autointegrazione e di autocontrollo; una personalità che emerge da e sfocia , in virtù di un ciclo psicologico e sociale, in un ordine sociale individualizzato " ( Barbu,   1960:45-46 ).

      
         La mentalità collettiva degli inglesi era una mentalità pragmatica ed utilitaristica. Essi non saranno mai " geni dell' invenzione " ( Plumb, 1979: 889 ) in alcun  settore, ma  applicheranno con metodicità e pazienza quello che altri avranno elaborato  o appena accennato e gli daranno la possibilità di svilupparsi fino alla forma matura, dopo averlo modificato, corretto, migliorato. Ecco dove si dimostrava la genialità pragmatica degli inglesi. Essi si diedero quel tipo di organizzazione che avrebbe garantito il successo negli affari e avrebbe portato un notevole cambiamento nella struttura sociale. Tutto sorgeva e veniva escogitato per necessità funzionali e non perché veniva elaborata una nuova teoria. Le teorie seguivano la prassi e la giustificavano. Se " lo stato agiva controllando e manipolando l'economia a proprio vantaggio, la teoria seguìva subito " ( Landes, 1969: 31-32 ). Quello che scriverà un Hobbes, quello che scriverà un Locke, quello che scriverà uno Smith o un Hales, o un Mun, era già presente nella prassi. Essi lo renderanno solo esplicito teorizzandolo. Ecco la genialità degli inglesi: dalla prassi la teoria e non viceversa.


         L'Inghilterra diventerà un laboratorio come lo era stato l'Italia del Rinascimento: vi si  sperimenterà una nuova forma di governo ( quella parlamentare rappresentativa ), una nuova forma di economia ( quella industriale ) e una nuova forma di società   ( quella della macchina ). Hales, Bacone, Mun, Hobbes, Locke e Smith non inventeranno nulla ( ecco perché ebbero successo al contrario della teoria utopica comunista del XIX secolo ). Essi sintetizzeranno quello che la società stava esprimendo o aveva già espresso da se stessa senza averne coscienza. Essi innalzeranno alla dignità di teoria quello che avveniva o era già avvenuto in una nazione che lasciava libero gioco alle forze umane, sociali e produttive. Gli inglesi teorizzavano l'esistente, il già collaudato ( Hales e Mun il mercantilismo; Bacone l'utilitarismo scientifico; Hobbes il potere assoluto secolarizzato; Locke la democrazia; Smith il liberismo ).

    
         Le utopie erano e sono delle esercitazioni intellettualistiche che descrivevano e descrivono una società ideale senza alcuna pretesa di realizzarla nella pratica. Quando nel XIX secolo si pretenderà di realizzare una di queste utopie   ( quella comunista ) si paleserà, anche se con la sofferenza di milioni di individui, che il libero gioco dell'individuo, la sua creatività, la sua voglia di distinguersi, di essere individuo non massificato, come lo era nelle civiltà dell'Antico Oriente e, mutatis mutandis, nell'Europa medievale cristiana, la sua voglia di essere padrone del proprio destino, la sua voglia di andare alla ricerca della propria felicità, non può essere preconizzata o progettata a tavolino da un'entità estranea, individuo o stato che sia. Il compito dello stato è quello, come dimostrerà la vincente società democratica parlamentare ad economia di mercato dei nostri giorni, di garantire il  fair play, di correggere le distorsioni del sistema per tutelare i più deboli in modo che la società non diventi quella dell'homo homini lupus di hobbesiana memoria.


       Gli inglesi teorizzavano il mutamento sociale a posteriore; cioè, essi sapevano fare una sintesi teorica del mutamento sociale solo quando   questo era in corso o era già avvenuto. Essi adottavano il metodo dell'induzione anche al mutamento sociale. Per gli inglesi, la società, il mutamento sociale andava descritto, analizzato e spiegato come esso avveniva sotto l'impulso delle forze genuine della società che esprimevano se stesse senza un piano razionale o una visione d'insieme. Esso andava teorizzato nel suo facimento per capirlo ed, eventualmente, correggerlo o indirizzarlo su un binario più razionale e cosciente, come farà Bacone con la Grande Instaurazione. Esso non andava teorizzato a priori come farà Marx nel XIX secolo. Cioè, per gli inglesi,  la società si muove su tendenze sue proprie, che non possono essere impostate a priori, nè arrestate se non con la violenza delle leggi. Per esempio, Hales , nel XVI secolo sosteneva, che il movimento delle recinzioni , che si era fatto più acuto nella sua epoca, ma che aveva origini medievali e avrà grossi sviluppi nei secoli successivi, non poteva essere arrestato con leggi antirecinzioni. Esso era un fenomeno sociale spontaneo e necessario, con tutti i suoi difetti e le sue storture, allo sviluppo della società stessa, se è vero, ed era vero per lui e per la mentalità collettiva inglese delle età future, che " il vero fine della vita umana è l'arricchimento e ... che la ricchezza di ciascuno è propizia all'arricchimento degli altri    ( Denis,1973: 121 ). Però, per Hales, questa tendenza spontanea poteva e doveva essere corretta e razionalizzata per fare in modo che i costi maggiori non fossero pagati dai più deboli, ed egli si batteva per questo.


           Si può dire che Hales abbia aggiunto un terzo elemento al dettame del Vecchio Testamento: crescete e moltiplicatevi e arricchitevi. Questo terzo elemento doveva essere fatto proprio dai puritani di là a non molto. Certo, era una nuova filosofia di vita, ma non era nuova nella pratica ( Denis, 1973:122 ) o nella coscienza individuale. Quello che fece Hales fu di acquisirla alla coscienza collettiva per giustificarla e renderla legittima affinchè tra gli interessi dello stato, quelli dell'individuo e quelli della religione non ci fossero conflitti, ma convergenze ed è quello che avverrà con i puritani. La ricchezza dell'individuo rendeva lo stato più forte e, sul piano religioso, dimostrava che egli era un eletto e quindi era il più alto riconoscimento per la chiesa.


         Per Hales " l'uomo si volge sempre da quella parte in cui si trova il maggior profitto, e che quindi, ad esempio, le leggi contro la trasformazione dei campi coltivati in pascoli rimarranno inapplicate e impotenti sino a quando una simile trasformazione risulterà vantaggiosa per i proprietari terrieri " (Denis, 1973: 122). Se ci si voleva muovere con la storia, il fenomeno delle recinzioni poteva solo essere spiegato e regolamentato. Ecco come la teoria empirista degli inglesi spiegava il mutamento sociale. Quella idealista di Marx, invece, voleva crearlo ( il mondo finora è stato interpretato, dirà Marx, ora è tempo di cambiarlo ) e questo porterà ai grandi fallimenti delle società del capitalismo di stato nei nostri giorni.


         Questo sarà l'indirizzo in cui si muoveranno tutti i grandi uomini di cultura inglesi. Essi teorizzeranno quello che si verificherà o che si era verificato nella società. Essi saranno tutti prodotti del loro tempo, come lo era stato Machiavelli: " le tecniche che egli valutava [ e teorizzava ] in modo così clinico erano ampiamente praticate "( Garraty-Gay,1973: 580 ) nella sua epoca.

    
         Gli inglesi sapranno teorizzare i fatti politici, sociali ed economici della loro epoca e gli stati di psicologia collettiva che quei fatti suscitavano. Francesco Bacone fu il teorizzatore del pragmatismo e dell'utilitarismo scientifico come risposta a quello che accadeva intorno a lui e come risposta alla molla individuale che spingeva l'uomo  ad agire. Thomas Hobbes, che scrisse in un'epoca di conflitti e di interessi rivendicati, fu il teorizzatore dello stato forte, del Leviatano, ma non dello stato assoluto per diritto divino, come risposta all'anarchia  politica del suo tempo e come risposta all'anarchia interiore dell' individuo che aveva perso le antiche certezze, che gli forniva una società monolitica e onnicomprensiva ( come quella medievale ), e ancora non aveva elaborato i nuovi valori che dovevano  essergli da guida nella sua condotta quotidiana. " Egli scrisse durante e contro le guerre civili; trent'anni dopo... Locke avrebbe scritto durante e contro una diversa minaccia: la possibilità di una successine cattolica in un paese protestante, o quanto meno anglicano " ( Garraty-Gay,1973: 182 ). Locke fu il teorizzatore dell'evoluzione storico-istituzionale in senso democratico, le cui idee dovettero essere difese sui campi di battaglia per ben due volte. Una prima volta in modo cruente ( rivoluzione puritana del 1648-9 ) e una seconda volta senza spargimento di sangue ( la Gloriosa Rivoluzione del 1688 ). Adam Smith fu il teorizzatore di  una prassi  economica, che aveva visto  nascere e crescere sotto i suoi occhi e a cui egli stesso aveva partecipato come funzionario di dogana: il liberismo, in cui l'individuo è libero di perseguire il proprio interesse economico e l'interesse del singolo sarà l'interesse della collettività.


         Adam Smith è l'esempio più chiaro, nel campo economico, come Shakespeare lo era stato in quello letterario, del genio inglese di operare  rielaborazioni e fare delle grandi sintesi di tutte le conoscenze prodotte in un dato campo fino a quell'epoca. ." Nessuna delle sue principali caratteristiche è originale ... Egli amalgamò le diverse correnti di pensiero e in questo processo riuscì a trasformare il loro significato. E, almeno in un punto - quello essenziale - la sua opera costituì una rivoluzione nel pensiero economico " ( Roll, 1974: 138-140 ). L'inglese non era originale. Non lo era mai stato nella storia. Ma egli fu sempre geniale. Bacone non fu originale. Shakespeare stesso non fu originale, ma tutte queste persone furono geniali. Anche se non vi era nulla di originale, quella di Adam Smith fu una sintesi geniale del pensiero precedente e della prassi quotidiana. I singoli elementi che egli assorbì verranno trasformati in qualcosa di diverso. E questo era in linea con quello che si è sempre verificato nella storia dell'uomo: prima si formano i singoli elementi di conoscenza; poi si organizzano e della loro organizzazione nasce una nuova conoscenza che, pur essendo insita nelle singole conoscenze acquisite, è diversa qualitativamente da esse. Insomma, la società, tutte le società, prima sono analitiche ( nel produrre le conoscenze ), poi diventano imitative e, infine, diventano sintetiche . Ma nessuna società del passato è stata contemporaneamente analitica e sintetica. In questo senso le civiltà dell'Antico Oriente furono analitiche. La Grecia classica fu sintetica ( utilizzò le conoscenze prodotte dalle civiltà che la precedettero per fare la sua sintesi ). La civiltà medievale fu analitica. Solo quella moderna e contemporanea è analitica e sintetica nello stesso tempo; cioè, essa è produttrice delle conoscenze di base ed elabora, nello stesso tempo, la propria sintesi, grazie alla specializzazione delle branche del sapere.


          l'Inghilterra aveva scoperto la sua vera vocazione nel commercio marittimo nel XVI secolo. Ma, in primis, passò attraverso l'esperienza della pirateria, una forma di commercio atipico in cui il    " conto assai salato dovevano pagarlo gli spagnoli, ai quali i Britannici, invece di una merce qualsiasi, fornivano  un paio di bordate, in cambio delle quali pretendevano non un determinato prezzo, ma praticamente tutto quanto la nave spagnola aveva a bordo" ( Berneck, 1970:367 ). Era così che l'Inghilterra partecipava alla spartizione dell'oro del nuovo mondo. E il profitto per i singoli investitori, in quanto la pirateria era finanziata come qualsiasi altra impresa commerciale, in questo tipo di commercio fu enorme, " non solo un ricavo del venti o trenta per cento come altre fruttuose spedizioni commerciali, ma importi oscillanti fra il tre o l'ottomila per cento " ( Berneck, 1970: 367 ).

    
         Con la pirateria, l'Inghilterra fece il suo primo tirocinio in grande stile sul mare e acquisì, grazie ad uomini di talento come Drake e Hawkins, quella padronanza che le consentirà, nel breve periodo, di sconfiggere l'Invincibile Armada di Filippo II ( 1588 )  e di diventare, nel lungo periodo, la signora dei mari, dando, così, corpo alla clairvoyance di Sir Walter Raleigh, secondo il quale " chi [ controllava] i mari avrebbe controllato il commercio; chi [ controllava ] il commercio del mondo ne avrebbe controllato le ricchezze e di conseguenza avrebbe controllato il mondo stesso " ( Raleigh, 1976: 119 ).

    
         " Quando Francis Drake e i suoi compagni ebbero terminata la loro parte, cominciarono a sorgere solide compagnie commerciali. Naturalmente era più difficile dare vita a quelle compagnie che alle piccole consorterie di finanziatori segreti delle scorrerie dei pirati nei paesi dell'oro spagnoli. Ma alla fine lo spirito di iniziativa ebbe il sopravvento sulla parsimonia e le nuove compagnie cominciarono a crescere come tanti germogli della terra " ( Berneck,1970: 370 ).


          La formazione di queste compagnie commerciali stava a testimoniare, una volta per tutte, che l'Inghilterra aveva definitivamente trovato la sua vera vocazione, che non era quella del possesso delle terre continentali, di cui era stata ossessionata per secoli, ma era quella del commercio estero marittimo. Essa non combatterà più per contare di più nella politica del continente o per inserirsi nel gioco delle grandi potenze dell'epoca, come aveva fatto in tutta la sua storia, ma combatterà per la conquista dei mercati. E lo farà con questo strumento agile e poderoso, che, pur avendo una configurazione e una struttura privata, sarà organizzato come un piccolo stato con  propri ufficiali,  proprie truppe, " proprie ambasciate e... propri fortalizi " (Lipson, 1947: LXI).

 

        Queste compagnie monopolistiche, cariche di privilegi, le apriranno il mercato del mondo, quando le sarà chiuso il mercato "  della costa di fronte "  ( Trevelyan, 1964, II: 121 ), e  faranno la sua fortuna, fornendole su un piatto d'argento le colonie. Se, dopo che era stata scacciata dal continente, la pirateria era stata la  risposta vincente nel breve periodo (Rich, 1967: 658 ) le compagnie monopolistiche saranno la risposta vincente nel medio termine.  Tuttavia, esse non potevano considerarsi una risposta definitiva. " Il monopolio  era la forma di commercio inevitabile in un periodo in cui sia  il desiderio di avventura che di rischio erano grandi "  ( Roll, 1971: 47 ), ma nel lungo termine, quando le condizioni socio-politiche cambieranno e si acquisirà una certa stabilità nei rapporti internazionali, esso  rappresenterà una grossa strozzatura per l'ulteriore sviluppo delle attività commerciali. Nel XVII e nel XVIII secolo le compagnie monopolistiche diventeranno un problema  ( Coornaert, 1967: 272 ) che richiederà una nuova risposta e, ancora una volta, la risposta che gli inglesi sapranno dare sarà geniale: il laisser faire.


          L'Inghilterra aveva istituito il monopolio quando questa era l'unica risposta che consentiva di sviluppare un commercio estero di dimensioni mondiali molto rischioso in quanto non c'erano regolamenti internazionali che ne garantissero la sicurezza; distruggerà i monopoli quando il commercio diverrà relativamente sicuro, aprendo a tutti le opportunità di benessere e di ricchezza. Ma, nel XVI secolo,  senza queste compagnie monopolistiche, cariche di privilegi e di poteri, il commercio d'oltremare sarebbe stato impossibile. Elisabetta lo aveva capito e " incoraggiò l'espansione del commercio a largo raggio, e protesse l'industria indigena " ( Hechter,1979: 98 ). Ma, a dire il vero, tutti i Tudor erano stati favorevoli al commercio d'oltremare ( Mackie,1978: 464 ).


        Nel XVI secolo, l'Inghilterra aveva sviluppato un dinamico spirito innovatore in tutti i campi, pur rimanendo, nell'essenziale, uno spirito preminentemente conservatore. Conservatori gli inglesi lo erano sempre stati e lo rimarranno sempre.  Ma il loro conservatorismo non è stato sempre uguale nella storia. Prima della conquista normanna  essi erano immersi in un " pigro spirito conservatore che era una caratteristica nazionale " ( Fisher, 1971, I: 228)  e che ritornerà ad esserlo dopo la felice conclusione della Rivoluzione Industriale. Ma tra queste due epoche storiche, l'Inghilterra conobbe un dinamico ed attivo spirito conservatore che la porterà ad innovare conservando. Dopo la guerra dei Cent'Anni " possiamo individuare i primi elementi di uno spirito nazionale ben definito, infinitamente più ricco del vecchio spirito sassone, composto da molti elementi diversi per razza, temperamento e cultura che il flusso e riflusso di varie epoche aveva portato alle rive inglesi e che il clima dell'isola aveva smussato e maturato armonizzandoli " ( Trevelyan, 1965, I:10 ). Questa mescolanza di culture, che può essere riscontrata nella lingua, creò un tipo psicologico meno creativo, ma più tenace, più innovativo e, per un periodo di due secoli, più intraprendente.


          Conservatori, a dire il vero, gli inglesi lo furono anche in questi due secoli, ma conservatori attivi e dinamici. Anzi, si può dire che questa fu una delle carti vincenti che condurranno alla Rivoluzione Industriale. Essi avevano sempre conservato quello che ritenevano valido e l'avevano sempre adattato alle esigenze del momento. Si può dire che essi avevano innovato tutti gli organismi e tutte le istituzioni da conservatori.


         " La riforma protestante fu vittoriosa in Inghilterra perché attuata gradatamente e perché il primo mutamento sostanziale si presentò come un ritorno al buon tempo antico      ( evidentemente mitico ) in cui il re era il vero capo della chiesa. Anche in questo Enrico dimostrò la sua accortezza: poiché nulla convince un inglese della necessità di un mutamento radicale quanto la convinzione ch'esso sia sostanzialmente conservatore "  ( Fisher,1971,II:100 ).


         Questo conservatorismo e questa fedeltà alle vecchie tradizioni, che essi seppero adattare alle mutate circostanze, fu un carattere di distinzione degli inglesi dagli altri popoli d'Europa, anche  di origine germanica. Gli inglesi furono originali perché, pur non producendo nulla di originale in proprio, tranne che nel diritto , ebbero la genialità di prendere  dappertutto, ebbero la genialità " di avventurarsi nel grande oceano della conoscenza " ( Whibley, 1950: 1), ebbero la genialità  di rimanere attaccati a quello che prendevano   ( spirito conservatore ), di svilupparlo, perfezionarlo e farne un  prodotto tipicamente ed esclusivamente inglese. La genialità degli inglesi si vedeva proprio in questa capacità: essi avevano  tenacia, spirito pragmatico e riuscivano ad applicare, apportandovi le modifiche necessarie, tutti i meccanismi, tutte le tecniche e tutte le idee che in altri paesi, dotati di più fantasia e meno tenaci, sarebbero stati abbandonati perché malfunzionanti e non applicabili, o perché passavano di moda. L'inglese non aveva e non ha immaginazione; ecco perché egli rimaneva attaccato ad un oggetto, ad una istituzione, e ci lavorava sopra migliorandola con l'uso. Gli oggetti, le tecniche, gli istituti si evolvevano, ma nell'ambito della continuità, nell'ambito della conservazione. L'inglese rifuggiva e rifugge dall'"immaginazione, dalla teorizzazione e dalla speculazione " ( Barbu,1960: 192 ). Ma, invece di essere dei punti deboli, questi si dimostreranno il suo punto di forza. Mentre nelle altre nazioni, dotate di più immaginazione, come quelle neolatine, per esempio, gli istituti nascevano e morivano in un ciclo incessante, in Inghilterra si sviluppavano fino a raggiungere la loro qualità ottimale e poi venivano riesportati come prodotti originali ed esclusivi inglesi.


      " Passa quasi per un assioma proverbiale sul carattere degli inglesi, quello che dice essere gli inglesi più bravi nel perfezionare che nell'inventare, più bravi nel procedere sulle orme e le fondamenta che altri popoli hanno lasciato che nel tracciare piani e progetti in proprio. Ma quello che più conta, pare che le cose stiano praticamente così e che l'osservazione sopra riferita sia giusta.


      " Non vale la pena indagare se tale rimprovero fatto loro si fondi su giudizi di osservatori stranieri oppure se si fondi su un giudizio che diamo di noi stessi; certo pare che non ci sia da parte nostra alcuna renitenza ad ammettere la cosa.


      " Persino la nostra industria laniera, con tutti quei miglioramenti che vi sono stati apportati degli inglesi dal momento in cui è divenuto una loro attività, altro non è se non qualcosa di eretto su fondamento altrui e pare che i miglioramenti in essa realizzati si fondino su innovazioni fiammimghi; infatti, la lana era inglese, ma l'ingegno era tutto fiammimgo...


      " Avevamo la lana, ma non sapevamo come pettinarla nè come cardarla, nè come filarla o tesserla ...


      " Parimenti si è detto che abbiamo appreso l'arte delle costruzioni navali dai genovesi e dai francesi " ( De Foe, 1976: 91-92 ).


         Anche il sistema dei colleges, uno degli elementi più caratterizzanti della cultura inglese, fu eretto su fondamenta altrui. I colleges, in effetti, " nacquero in Francia "     (Trevelyan, 1964,II: 116 ). Essi erano stati importati per mettere un freno al carattere dello studente inglese medievale che " era riottoso, inosservante delle leggi e licenzioso " ( Trevelyan, 1964,  II: 116 ),  un po' come tutto il carattere nazionale inglese. Ma, mentre nel paese d'origine questo sistema moriva, gli inglesi lo fecero crescere, modificandolo secondo le esigenze dell'isola, fino a farlo diventare qualcosa di diverso da quello che avevano preso:  ne fecero la fonte della cultura inglese e lo esportarono come un tipico prodotto del mondo anglosassone. Così sarà anche per la navetta volante di Kay nella Rivoluzione Industriale. Essa era stata anticipata in Francia ( Watson, 1964: 160 ), ma i francesi l'abbandonarono perché così come era stata congegnata funzionava male. Gli inglesi, invece, avranno la pazienza e il genio di vedere l'utilità del congegno e vi apporteranno tutte quelle modifiche che la renderanno effettivamente funzionante e rivoluzionaria. E così sarà anche per la filatrice del lino nel XIX secolo. " Messa a punto verso il 1810 in Francia da un francese ( il De Girard ), questa macchina non incontrò alcun successo " ( Bairoch,1967: 13 ) in patria, ma lo ebbe in Inghilterra, dopo essere stata modificata e perfezionata, tanto che, dopo venticinque anni, essa fu rintrodotta di frodo in Francia. " C'era una credenza popolare , quasi proverbiale, che i continentali, specialmente i francesi, eccellevano nelle invenzioni, mentre gli inglesi erano superiori nello sviluppo e nelle applicazioni industriali delle invenzioni " ( Bowden-Karpovich-Usher,1937: 110 ). In altri termini, mentre nei  paesi continentali, se un congegno funzionava male o dava scarsi risultati veniva abbandonato, gli inglesi gli davano la possibilità di crescere e svilupparsi con successive modifiche. Così nasceranno e si svilupperanno tutti quei congegni, compresa la macchina a vapore, la cui origine risale ancora alla Francia, che renderanno possibile la Rivoluzione Industriale. E questa era una genialità che avevano solo gli inglesi in quell'epoca. La loro superiorità rispetto agli altri popoli si dimostrava solo " nella applicazione delle idee e nel superare le difficoltà pratiche "   ( Watson, 1964 : 160 ).


         Questi non sono che alcuni dei tanti esempi che si potrebbero portare in questo senso. Gli inglesi della Rivoluzione Industriale, nella loro capacità di trasformare tutto in un tipico prodotto nazionale, somigliano ai greci del mondo classico, che di tutto quello che presero dalle civiltà dell'Antico Oriente ne fecero un tipico ed inconfondibile prodotto greco, e ai giapponesi del mondo contemporaneo, che tutto il know how che prendono dal mondo occidentale lo trasformano in prodotti tipici giapponesi, così, mentre " nella tecnologia di base, il Giappone si appoggia su altri Paesi, nella sue applicazioni è il numero uno " ( Morita, 1991 ).

      Questa fu la grandezza e la potenza del genio inglese: saper apprendere, essere aperto a tutte le influenze, saper essere alunno, saper riconoscere i maestri, imitarli e riprodurli prima in forma passiva ( Cipolla, 1967: 67 ), poi come imitazione creatrice e, infine, come creazione originale (Cipolla, 1967:69 ). Questo è stato vero per i greci, è stato vero per gli uomini del Rinascimento italiano, sarà vero per gli inglesi ed è vero per i giapponesi dei nostri giorni. Gli inglesi importeranno tutte le idee, tutte le tecniche, tutti i prodotti di base in tutti i campi, da quello della agricoltura  a quello degli orologi, da quello tessile a quello della ceramica, da quello della cultura a quello letterario, e di essi faranno il punto di partenza per produrre il proprio sistema, le proprie tecniche, i propri prodotti, che saranno diversi e migliori di quelli che avevano importato. Gli inglesi faranno nel campo economico quello che gli altri popoli avevano fatto nel campo intellettuale ( Grecia classica ) e scientifico ( Rinascimento ). Così l'uomo si approprierà della sua terza dimensione: quella economica, che costituirà anche la sua terza rivoluzione. Aveva fatto la prima   ( quella intellettuale ) ad opera dei greci; aveva fatto la seconda ( quella scientifica ) ad opera degli italiani; la terza sarà ad opera degli inglesi, ma anche gli inglesi dovranno passare dalle stesse fasi , anche se in un campo diverso, da cui erano passati greci ed italiani ( apprendimento, imitazione, imitazione creatrice, creazione originale ) .


          L'inglese aveva coscienza di essere un popolo giovane, a cui la storia aveva dato una grande energia propulsiva nel campo economioco-produttivo ed era consapevole di  vivere ai margini di un'area  politico-culturale ( quella continentale ) che aveva creato imperi e aveva dato al mondo splendori unici e , forse, irripetibili. L'atteggiamento dell'inglese verso questa vasta area culturale fu dapprima di ammirazione ( Nef, 1974: 135 ), quando   " i suoi vicini continentali - specialmente gli italiani ed i francesi - lo consideravano rozzo e barbaro " ( Nef, 1974: 135 ), successivamente sarà di arroganza ed i termini si invertiranno: sarà il resto del mondo ad essere rozzo e barbaro, compresi  i continentali.


         L'Europa è stata più ricettiva di ogni altra regione o popolo del mondo. Ma nell'Europa stessa questa ricettività conobbe diverse fasi. Nella prima fu tutta l'Europa cristiano-germanica che fu ricettiva; nella seconda furono gli italiani che si posero all'avanguardia; nella terza, infine, saranno gli inglesi         ( Cipolla, 1974: 234 ), ultimi arrivati nello sviluppo culturale e socioeconomico, proprio come lo era stata l'Europa nei confronti del mondo islamico fino al XIII secolo ( Cipolla, 1976: 10 ). Essi saranno ricettivi verso gli altri stati d'Europa e verso il mondo intero e sapranno organizzare, sistematizzare, così bene le lezioni apprese che, alla fine, il prodotto sarà superiore alle sue parti e qualitativamente diverso: una  società nuova nella storia , la società industriale, che cambierà i destini dell'uomo. Per due secoli ( dalla seconda metà del XVI secolo alla prima metà del XVIII ), l'Inghilterra divenne la saccheggiatrice di tutto ciò che di utile si era prodotto nel mondo e divenne il crogiolo di tutte le tecniche, di tutte le conquiste economiche , scientifiche, culturali e tecniche che si erano prodotte nel mondo, proprio come aveva fatto l'Europa a partire dall'XI secolo e fino al XIV, quando gli italiani si misero alla testa del movimento. Se l'inglese viaggerà non viaggerà solo per diporto "  (  Plumb, 1978: 122 )  , ma sarà un esploratore, un ricercatore, un attento osservatore di tutte le novità in cui si imbatteva per poi riferire in patria o per applicare egli stesso le nuove tecniche.


         " I cambiamenti nella tecnologia, la scoperta di nuovi mercati in terre lontane. l'introduzione di nuove piante non furono il prodotto del caso: essi furono il frutto di un disegno preciso " ( Plumb, 1978: 122 ). Ci doveva essere un popolo che raccogliesse tutte le conoscenze prodotte dalle civiltà dell'Antico Oriente, dai greci, dal mondo orientale ed islamico, dal Rinascimento, per metterle in un unico crogiolo e creare con esse la dimensione che ancora mancava all'uomo: quella economica, non quella produttiva*. E questo popolo fu quello inglese. Esso fece sorgere un nuovo e diverso uomo: l'homo economicus. I greci avevano creato il filosofo, il Rinascimento aveva creato lo scienziato, gli inglesi creeranno l'homo economicus. Era una figura che mancava. Una figura che completava tutte le figure dell'uomo. L'umanità aveva conosciuto, sin dal neolitico, l'uomo produttore, ma solo adesso conosceva l'homo economicus. Era       " comparso, nella storia e nella cultura dell'uomo, il concetto di una ' repubblica ', in cui il legame fondamentale tra gli individui non è più un vincolo di natura politica o religiosa, bensì un interesse esclusivamente economico. Che questa concezione sia affatto nuova ( non in pratica, ovviamente, ma sul piano filosofico ), è testimoniato, ci sembra, propria da quella tesi di Hales, la quale afferma che la società economica, almeno sino ad un certo punto, è al di sopra delle regole morali valide per gli individui " ( Denis,1973:122 ).


         Questa è stata la molla di tutte le invenzioni, la molla di tutte le innovazioni: la capacità ricettiva, la capacità di apprendimento, la capacità di saper essere alunno, la capacità assimilativa del popolo europeo. Questa capacità portò gli italiani a creare, dopo aver assimilato e fatto proprio tutta la cultura della Grecia classica, il loro Rinascimento e quello del mondo. E sarà questa capacità, " unita a un sano empirismo innovatore di abile gente di mestiere " ( Hill, 1976: 99 ), che porterà gli inglesi, quando gli italiani la persero, a creare la loro Rivoluzione Industriale e quella del mondo.

 

      Il Rinascimento non aveva rotto la continuità con il passato. Aveva cambiato molte cose, ma il passato viveva nel presente ed i concetti fondamentali erano rimasti immutati: il concetto di tempo, di produzione, ecc., erano quelli tradizionali. Con la Rivoluzione Industriale la continuità col passato si romperà e nascerà una nuova società, una nuova organizzazione sociale, che elabora nuovi concetti. Il concetto di tempo non sarà più statico: il lento fluire delle cose legato al mondo della produzione agricola, ma diventerà dinamico: il veloce scorrere delle cose legato al mondo della produzione industriale. Il concetto di produzione non sarà più assimilabile alla crescita lenta del mondo della natura, ma diventerà trasformazione rapida e creazione istantanea di un nuovo prodotto. E con questo muta anche la psicologia dell'individuo, che elabora nuovi valori per vecchi concetti per cui il tempo non sarà più quello che non manca mai, ma diventerà: il tempo è denaro e il " denaro era potere - anzi era più che potere, era la nuova divinità nazionale " ( Black, 1969:259 ) a cui l'Inghilterra si era votata sin dal secolo XVI, quando scopri le immense opportunità di guadagno che la nuova epoca offriva attraverso il commercio estero.


         Il genio inglese si era dimostrato e si doveva continuare a dimostrare nel fatto che l'Inghilterra seppe e saprà sempre dare una risposta efficace a tutte le sfide  che le si presentavano nel corso della storia. Per cui, quasi sempre, le sue crisi si risolsero e si  risolveranno in un ulteriore passo avanti nello sviluppo. Insomma. gli inglesi seppero " fare di necessità virtù " ( Bindoff, 1967: 61 ). Seppero dare una risposta valida nel medioevo, e il primo a darla fu Guglielmo il Conquistatore, quando decise che il feudalesimo inglese, che egli stesso aveva introdotto  nell'isola, non doveva riprodurre i difetti di quello continentale; la seppe dare Enrico II, quando mise fine all'anarchia della giustizia e unificò il diritto, creando l'unico vero gioiello originale della storia inglese: la Common Law, che avrà un ruolo preponderante in tutte le conquiste inglesi, sia nel campo istituzionale che in quello commerciale e industriale; la seppero dare i proprietari terrieri del XIV secolo, quando, per far fronte alla scarsità di manodopera, dopo la Pesta Nera, convertirono le loro terre in pascolo, incrementando, così, la produzione di lana, di cui c'era una forte richiesta sia all'interno che all'estero; la seppe dare Edoardo III, quando, chiamando tessitori fiamminghi nell'isola, decise di convertire le esportazioni inglesi da materia prima   ( lana ) a  manufatti ( di lana );   la seppero dare nell'epoca moderna, ed i  primi a darla furono i sovrani Tudor, quando, dopo che l'Inghilterra era uscita dal tunnel della guerra civile delle Due Rose,  istituirono le corti speciali  per frenare la riottosità dei nobili e della  gentry e pacificare il paese; la seppero dare, sempre con i Tudor, quando persero tutti i possedimenti continentali e, invece di rinchiudersi in se stessi nella periferia d'Europa, presero coscienza che il loro futuro stava sul mare ed incominciarono a costruire la loro potenza navale; la seppero dare con Elisabetta, quando, esclusi dai mercati tradizionali continentali, risposero prima con la pirateria, facendo il loro tirocinio sui mari aperti contro una potenza come la Spagna, e poi risposero con la formazione delle grandi compagnie monopolistiche, che si avventurarono in mercati sempre più lontani, del nord Africa, del Medio Oriente e della Russia; la sapranno dare nel XVII secolo, quando quasi tutti i mercati europei di una certa importanza saranno chiusi alle loro merci ed essi si prenderanno il mondo per mercato. Saranno le Circostanze che la faranno diventare una potenza globale. Le sfide serviranno ad ingigantire le sue possibilità.


         " In termini toynbiani si può dire che ai numerosi challenges, che la storia le impose ripetutamente, l'Inghilterra del tempo seppe continuamente dare responses positive e innovatrici allo stesso modo che un organismo sano reagisce agli insulti naturali e ne emerge rafforzato. L'episodio della battaglia contro l'Invincibile Armada è l'esempio classico di come gli inglesi seppero trarre profitto da pochi elementi a loro favorevoli e trasformare una situazione fondamentalmente di svantaggio in un completo trionfo " ( Cipolla, 1974: 314 ).

 
        Alla fine dell'ultimo quarto del secolo XVI, l'Inghilterra conobbe una febbrile attività in tutti i campi. Era una società in fermento che cercava il proprio posto al sole. Il suo non era un disegno prefigurato. Era un sentire diffuso in tutti gli strati della popolazione. Era una psicologia collettiva. Ognuno era alla ricerca del proprio avanzamento sociale. Ognuno cercava l'affermazione nel campo economico, cercava il guadagno e la ricchezza . L'inghilterra aveva scoperto che il commercio arricchiva, ma aveva anche scoperto, nel vero o nel falso, che il commercio estero arricchiva anche la nazione. Ognuno aveva la consapevolezza che l'avanzamento del singolo, la ricchezza del singolo, avrebbe fatto avanzare la società nel suo insieme e l'avrebbe resa più ricca. Tra il singolo e la società c'era una perfetta identificazione, c'era una perfetta simbiosi. Gli interessi del singolo erano gli interessi della società e viceversa. Era una società che si muoveva collettivamente. Il singolo poteva partecipare a facili guadagni solo unito all'altro singolo. Da solo non avrebbe mai avuto successo. La sua partecipazione, come finanziatore occulto, alle imprese piratesche gli consentirono di incamerare guadagni astronomici. La sua partecipazione, come finanziatore dichiarato, alle grandi compagnie monopolistiche gli garantirono lauti guadagni. Egli rischiava in proprio, ma era un rischio che divideva con altri. La forma associativa, la forma partecipativa era congeniale alla natura inglese. La stessa corona partecipava a queste imprese, anche a quelle piratesche, e la potenza dello stato, che stava dietro le loro spalle, dava una certa assicurazione. E la potenza dello stato stava sul mare come sul mare si svolgeva il commercio. La sconfitta dell'Invincibile Armada aveva dato un chiaro segno di questa potenza e aveva contribuito a creare nell'inglese la psicologia collettiva di essere destinato a compiere grandi imprese. Di essere destinato a raggiungere grandi traguardi. Non traguardi teorici, che erano lontani dalla sua natura, ma traguardi concreti nel campo dell'economia, dell'organizzazione sociale e delle istituzioni. Con la sua mentalità pragmatica, utilitaristica ,  conservatrice e innovativa nello stesso tempo, l'inglese si presentava sulla scena del mondo per imprimervi il proprio segno.

   
          " In questo rispetto, le decadi che vanno dal 1580 al 1640 costituiscono un punto di svolta. Fu in quest'epoca che, nell'Europa del nord e in particolare in Inghilterra in cui si forma una psicologia che vede nell'utilità il fine della vita industriale e vede la produttività come un fine che trova in se stessa la propria giustificazione " ( Nef, 1974: 60 ). Il pragmatismo e l'utilitarismo erano i cardini della mentalità inglese. Nell'epoca elisabettiana, la nascente scienza matematica non era scienza astratta, ma era una scienza legata alla risoluzione dei problemi pratici della navigazione. " I successi della marineria inglese spinsero i matematici e i fabbricanti di strumenti dell'isola alla ricerca di nuovi modi per aiutare i coraggiosi navigatori ad attraversare mari sconosciuti ... Nell'ultimo decennio del Cinquecento la determinazione della longitudine in mare fu resa più facile da tre fatti: l'invenzione del solcometro a barchetta, l'analisi della variazione magnetica e il perfezionamento delle carte di navigazione " ( Hall A.R., 1967: 600-601 ).


         La scienza teorica era lontana dalla mentalità inglese, come per i romani era stata lontana la filosofia alla maniera dei greci. Nel mondo classico, i romani  erano attaccati ai problemi concreti della società e non alle elucubrazioni intellettuali di persone che vivevano nell'ozio e creavano sistemi di conoscenze di scarsa utilità nella vita quotidiana . Tutti potevano vivere senza conoscere il pensiero di Aristotele, ma tutti avrebbero vissuto peggio senza una rete di acquedotti. Gli inglesi, come i romani,  erano interessati ai problemi pratici, vivi e concreti della società palpitante e non alle speculazioni intellettuali di gruppi ristretti che producevano conoscenze che nell'immediato non trovavano alcuna applicazione nel campo della economia o della società in generale per migliorare le condizioni di vita dei cittadini. Queste speculazioni non erano portatrici di benessere, almeno nell'immediato. La sistematicità a priori non era nel carattere inglese. Essi erano sempre stati degli empiristi. Dopo l' esperienza empirista, però, sapranno trarre le dovute conclusioni e teorizzare l'esperienza, come dovranno dimostrare Bacone, Hobbes, Locke, Smith, ecc.


         Questo sarà il segreto del loro successo: essi non andranno alla ricerca di sistemi, come faranno i grandi del continente. " Da molto tempo ", dirà Boyle, " è mia opinione che tra gli ostacoli non minori che si oppongono al reale progresso delle vera filosofia naturale sia il fatto che gli uomini sono stati troppo pronti a creare dei sistemi " ( Boyle, 1967: 151). Gli inglesi, con Bacone in testa, si dedicheranno ad un programma molto più limitato, ma molto più utile al benessere dell'uomo. Essi andranno alla ricerca del regno dell'abbondanza come l'aveva avuta Adamo prima della Caduta. E questo sarà il loro obiettivo, che sarà fissato coscientemente, per la prima volta nella storia dell'uomo, da Francesco Bacone e sarà perseguito con grande dedizione da tutti gli inglesi dopo il 1640. Per gli inglesi, che  avevano una mentalità pragmatica ed utilitaristica, una cosa era buona se serviva a qualcosa, se era utile. Le grandi idee, i grandi sistemi, anche se avevano una fondamentale importanza come quadro-cornice dell'indirizzo generale della ricerca, erano lontani dalla loro mentalità, che era una mentalità mercantilistica. I loro obiettivi erano più immediati. Erano, in fondo, gli stessi obiettivi che aveva avuto l'artista-ingegnere del primo Rinascimento italiano e non quelli del grande studioso continentale della seconda metà del XVI secolo e la prima metà del XVII.


         Proprio per questa loro natura, nel XVIII secolo, finita la breve fase di lavoro teorico e di leadership nelle scienze in Europa, gli inglesi ritorneranno all'utile, al pragmatico, e allora in Europa si assisterà ad una spartizione. La leadership culturale sistemica passerà alla Francia, che cercava la potenza politico-militare ( Thompson, 1931: 492 )  e l'ebbe , mentre gli inglesi, che cercavano la potenza commerciale, riterranno quella della scienza applicata e della tecnologia. La prima avrà una grande influenza sul movimento delle idee; la seconda l'avrà in quello economico-produttivo. La prima arriverà, come sbocco finale, alla Rivoluzione Francese del 1789, una rivoluzione cruenta che sconvolgerà gli assetti istituzionali di tutte le società organizzate; la seconda arriverà, come sbocco finale, alla Rivoluzione Industriale, una rivoluzione pacifica che sconvolgerà la struttura economica e produttiva di tutte le società organizzate. La prima sarà sconfitta nella sua utopia di fondo    ( quella di instaurare una perfetta uguaglianza politica, economica, sociale e la fratellanza tra le genti e tra i popoli ), ma fu vincente nel suo programma minimo: l'instaurazione della democrazia; la seconda sarà vincente su tutto il fronte, anche quello istituzionale, che risolse pacificamente, e porterà il benessere al mondo col suo nuovo sistema di produzione industriale. Saranno due indirizzi diversi. La Francia non avrebbe mai potuto produrre una Rivoluzione Industriale. Le mancava la mentalità utilitaristica-pragmatica ( Nef, 1954: 160-163 ) e le mancava la massa degli artigiani-inventori che si occupavano di problemi pratici nel mondo dell'economia. La scienza, in Francia, sarà un affare di élites. In questo senso in Inghilterra, nel XVIII secolo, non ci sarà scienza, proprio come a Roma non ci fu scienza e filosofia: ci sarà scientismo. Ma non ci sarà perchè non interesserà a nessuno, proprio come a Roma . Tutti saranno interessati a migliorare le tecniche di produzione, a migliorare gli strumenti della produzione per produrre di più e produrre, a costi sempre più bassi, un prodotto che allargasse il mercato in senso verticale. La produzione nel mondo rinascimentale italiano era stata una produzione artigianale di alta qualità ed era diretta alle élites, alle classi dei ceti abbienti. In effetti, se in Italia " il XIII secolo può essere chiamato il secolo della industria della lana, il XV fu indubbiamente il secolo dell' industria della seta " ( Cipolla, 1964: 521 ). E " la Francia, più tardi, seguirà la stessa politica [ dell'Italia ]: è ben noto come Colbert ( 1614-84 ) incoraggiasse la sua industria di lusso, quale la tessitura della seta e la tessitura degli arazzi " ( Hall, 1956: 712 ). La produzione in Inghilterra sarà una produzione industriale, di qualità inferiore a quella rinascimentale, ma che era diretta ad un mercato più vasto: al colono del nuovo mondo, al contadino del vasto impero e alle classi meno abbienti del vecchio continente.


      Questa mentalità pragmatica-utilitaristica gli inglesi l'avevano sempre avuta nella storia, ma senza averne coscienza. Alla fine del XVI secolo, essa divenne motivo di riflessione come filosofia di vita e questo è stato il grande merito di Francesco Bacone, che la  innalzò alla considerazione scientifica. Questa mentalità non nacque a cavallo del XVI-XVII secolo, quando apparvero le opere di Bacone che la teorizzavano. Essa era sempre stata un patrimonio dell'inglese singolo che non pensò mai ai sistemi, ma pensò sempre ai problemi pratici del vivere quotidiano nella organizzazione sociale di cui faceva parte. La stessa common law non fu il frutto di un disegno teorico. Essa fu il frutto casuale, ma geniale, di un problema concreto da risolvere: quello della certezza del diritto, che, con il sistema della local law, allora vigente nei vari territori dello stato, non era garantita, per cui il suddito incorreva in pene diverse, per lo stesso reato, a seconda della località in cui lo commetteva.


         Bacone, in questo senso, non era un innovatore. Egli non inventava nulla. Egli esprimeva, con forza e con coerenza filosofica, quello che era " lo spirito dell'epoca " ( Roll, 1974: 82 ). Egli era l'espressione di un pensiero collettivo che non era mai stato espresso come filosofia di vita, ma che era stato il patrimonio della mentalità collettiva del popolo inglese da sempre. Egli, come più tardi faranno Hobbes, Locke, Smith ed altri, teorizzava l'esistente, il già vissuto nella pratica, ma non nella dignità teorica. In questo egli era grande. Egli fu capace di sintetizzare un sentire largamente diffuso nella psicologia collettiva della nazione e ne fece, in forma cosciente, una filosofia di vita, che era sempre appartenuta al carattere inglese e che nell'epoca elisabettiana esplose fino ad investirne il mondo.


         " Ancor prima che Bacone si mettesse a scrivere era già in atto una rivoluzione intellettuale. Infatti, già si esaltava il valore pratico della scienza, vedendo in essa un mezzo per migliorare sulla terra la condizione dell'uomo, e taluni già accettavano l'idea che la scienza fosse promotrice di progresso, nonchè quella della collaborazione tra gli uomini di scienza e i più umili esperti in qualche mestiere " ( Hill, 1976: 95 ).


         Il programma di Bacone era quello di una scienza neutra dal punto di vista politico e religioso. Per questo motivo esso poté essere fatta proprio dai puritani. " La separazione stabilita da Bacone tra la scienza e le teologia consentiva di accogliere il pensiero senza rischio per le loro convinzioni dogmatiche, così come il suo utilitarismo umanitario appariva solidale a un movimento sostenuto per la maggior parte da cittadini, artigiani e mercanti. 'Servi Dio e diventa ricco ', servilo leggendo la bibbia non contaminata dal pensiero secolare e arricchisci seguendo la filosofia sperimentale che ti promette beni materiali " Foster Jones,1980: 12 ).


         Con questo atteggiamento ideologico, che univa, per  la prima volta nella storia della civiltà cristiana, gli obiettivi religiosi e secolari, non si poteva non ottenere risultati sconvolgenti. L'individuo riceveva la sanzione ufficiale e consacrata che si poteva servire Dio e arricchirsi. Le due cose non erano più incompatibili come lo erano state per tutto il medioevo. Anzi si serviva meglio Dio quanto più ci si arricchiva perchè questo dimostrava che l'individuo era un prescelto. Però, di questa ricchezza doveva partecipare la società e, in effetti, una parte andava investita in opere sociali senza profitto e a fondo perduto.


         Il cambiamento che auspicava Bacone era quello delle condizioni di vita dell'uomo attraverso un migliore sfruttamento della natura, che poteva avvenire solo se l'uomo riusciva a stabilire il suo pieno dominio su di essa. Per Bacone, l'obiettivo della scienza doveva essere quello di creare le condizioni per affermare la supremazia dell'uomo sulla natura. Doveva essere una scienza utile alla vita. " Questa idea oggi è un luogo comune, in parte è stata realizzata; in parte è stata contagiata dal tarlo e in parte è ancora fraintesa, ma a quell'epoca era una novità " Farrington, 1951: 1 ). Per Bacone si dovevano migliorare le condizioni dell'uomo attraverso il sapere. "... Più importante ancora della cultura scientifica fu forse l'idea ... che il sapere fosse una forza in svolgimento, e che con l'osservazione e l'esperimento si potessero scoprire nuove verità. Destatosi, lo spirito di curiosità si volse inevitabilmente a ciò che maggiormente preoccupava il popolo britannico: non più la religione, come nell'epoca puritana, ma la conquista della ricchezza attraverso l'industria e il commercio " ( Fisher, 1971, II: 386 ).  Questo era l'obiettivo baconiano a cui tendevano tutti gli inglesi. Questo sarà l'obiettivo che si porrà la Royal Society. E questo obiettivo sarà realizzato nel XVIII-XIX secolo dagli inglesi perchè essi  seppero conservare, correggendolo, lo spirito del Rinascimento italiano, dove lo studioso interessato alla scienza e il tecnico, l'artigiano superiore e l'artista, lavoravano gomito a gomito e spesso i loro ruoli si interscambiavano o coincidevano nella stessa persona. In effetti,   " l'accostamento tra artisti e pratici da un lato e studiosi interessati alla scienza dall'altro, quale era esistito in Italia a partire dal XV secolo, venne copiato in altre parti d'Europa nel XVI secolo " (Ben David,1975:17 ) e prima di tutto in Inghilterra.


         In Inghilterra, per tutto il tempo della Rivoluzione Industriale, si conserverà questo atteggiamento mentale di intergioco tra scienza e tecnica, tra scienziato e artigiano superiore, tra scienziato e mondo economico (Ben David,1975: 113-14 ) e il progresso sarà garantito . Sul continente, invece, questo intergioco cessò e si formarono due classi separate: quella degli scienziati puri, di cui la Francia ne sarà la più alta espressione, e quella degli scienziati applicati e degli artigiani superiori, di cui l'Inghilterra ne farà proprio lo spirito. Questo stato di cose sarà sanzionato nelle istituzioni ufficiali, che sorsero in quell'epoca, quale quella della Accademie des Science, in Francia, e la Royal Socuety, in Inghilterra. Nell'Accademie des Science, istituita nel 1666,  si raccoglieranno le più eminenti autorità in fatto di scienza. L'artigiano-inventore ne sarà lasciato fuori. Egli apparteneva ad un altro ordine. In Inghilterra, invece, la Royal Society, istituzione privata anche se con sanzione regia, conserverà quell'intergioco tra scienza e tecnica, tra scienziato e artigiano superiore. Accanto  a Newton troviamo l'artigiano-inventore; accanto a Boyle troviamo l'artigiano intelligente e sagace ( Bairoch,1967: 17 ), colui che era capace di migliorare il funzionamento di una macchina per migliorarne l'efficienza. Lo scienziato puro, se si eccettua Newton, ma non Boyle, era assente. Non c'era un interesse per la scienza pura perchè non si intravvedeva in essa alcuna utilità immediata e l'utilità era la molla che spingeva l'artigiano-inventore- ad operare. " E' il concetto di utilità che innalza la filosofia sperimentale al di sopra di quella meccanica. Boyle osserva che molti 'artigiani', che ignorano quest'ultima, hanno dato al mondo molte più invenzioni utili, come la bussola, dei 'pensatori speculativi' " (Foster Jones,1980: 267 ). E sarà questa amalgama che ne garantirà il successo.


         La filosofia del miglioramento della società non è mai  stata la preoccupazione degli italiani del Rinascimento. " Il fine che Galileo si proponeva era quello di convertire la chiesa ad una visione cosmologica corretta e di modernizzare la vita intellettuale italiana e non quello di migliorare la società "    ( Ben David,1975: 118 ). Un Francesco Bacone, in Italia, non avrebbe avuto alcun ruolo da svolgere. La psicologia collettiva, la mentalità generale, non era quella pragmatica-utilitaristica, come in Inghilterra. Bacone fu espressione di questa psicologia, di questa mentalità. Egli espresse in forma programmatica quello che la psicologia collettiva aveva maturato nei secoli della storia inglese. In Italia lo scienziato, l'artista-ingegnere, non si preoccupava delle condizioni del popolo. La molla che lo muoveva non era l'utilità o la sete di guadagno, ma era una forza interiore che lo spingeva ad esprimere se stesso, di esprimere quello che aveva dentro. Si pensi ad un Leonardo, che pur anticipò tante idee del mondo moderno e fu un precursore della scienza applicata ( Ubbelohde, 1956: 667 ). La fama era più importante del guadagno. Cimentarsi con i grandi del passato, o del presente, era per lui la fonte della vera gratificazione. Il vile denaro era un mezzo, che spesso dilapidava, e non un fine. I potenti lo utilizzavano per costruire opere di ingegneria o per abbellire le città. I problemi pratici legati alle attività mercantili o produttivi gli erano sconosciuti.

 

 L'Italia perse le condizioni che la resero grande nel mondo e incominciò il suo declino economico nel XVI secolo, se si eccettua          " l'estate di S. Martino " ( Cipolla, 1974: 293 ), anche perché perseverava in un metodo di produzione, quello artigianale, che, anche se garantiva un prodotto migliore, era ormai superato da quello semi-industriale degli stati emergenti. La stessa cosa accadrà all'Inghilterra dell'ultimo quarto del XIX secolo. Essa diventerà incapace di rinnovarsi e continuerà a produrre con gli stessi metodi che, nel passato, avevano fatto la sua fortuna, ma che ormai erano absoleti rispetto ai metodi  di produzione di quei paesi che avevano importato da essa la Rivoluzione Industriale.


         Il programma di Bacone faceva perno sulla collaborazione tra la scienza e la tecnica, tra gli intellettuali ed i pratici.  " Egli credeva che l'uomo, con l'esercizio della ragione, e con uno sforzo intenso, avrebbe potuto costruire una nuova società sulla terra, che avrebbe ricreato l'abbondanza dell'Eden, che avrebbe eliminato se non tutte almeno la maggior parte dell'iniquità umana " ( Hill, 1977: 228 ). E   questo traguardo si poteva raggiungere solo se la scienza si metteva al servizio dell'uomo e della società. Essa doveva contribuire a liberare l'uomo dal bisogno e dalla penuria e gli doveva dare benessere e ricchezza. Ma come poteva l'uomo aspirare a tanto ? " Se l'uomo,per aver seguito la conoscenza, aveva trasgredito i comandi di Dio, ed era caduto, come può  cercare ancora il sapere, senza cadere ancora dalla grazia divina ? Bacone rispondeva ricostruendo la storia della caduta di Adamo dal punto di vista di Dio e  di quello dell'uomo. Bacone era convinto che la conoscenza è nel numero di quelle cose che si devono accettare con cautela e discernimento, e concludeva: ' tutto il sapere deve avere i suoi limiti nella religione e deve essere indirizzato all'uso e all'azione '. Questa conclusione si adattava perfettamente alla posizione puritana; della ricerca condotta sulle cause seconde, e, a volte, a fini utilitaristici, non avrebbero mai corso il rischio di trasgredire il comando divino, ma avrebbe al contrario glorificato e restaurato il dominio dell'uomo sulla natura. Mosè e Salomone avevano seguito con successo questa strada, e venivano considerati da Bacone come fonti di ispirazione per le età future. Seguendo il loro esempio, si sarebbe scoperto che ' molte e nobili sono le operazioni inferiori e secondarie che sono alla portata dell'uomo'" ( Webster,1975: 38 ). 


         Il programma operativo che Bacone proponeva era quello di scrivere, a più mani, una storia della natura, cioè, una storia di tutte le arti, di tutte le tecniche  e di tutte le scienze che si occupavano della natura. In termini moderni, si sarebbe detto che egli era dell'idea che nulla si poteva creare di concreto e di nuovo se prima non si raccoglievano tutte le informazioni che erano state acquisite dall'umanità nei secoli e nei millenni. Raccogliere tutte le informazioni su tutti i campi: questa era la sua storia della natura. Le leggi, le generalizzazioni sarebbero venute dopo, quando tutti i dati sarebbero stati disponibili.


         Bacone sosteneva che il dominio dell'uomo sulla natura non poteva essere l'impresa di un solo uomo. Esso doveva venir fuori dallo sforzo collettivo di una miriade di uomini, dallo sforzo di " molte teste e molte mani " ( Glanvill, 1983: 20 ), specialmente in un'epoca in cui non c'erano giganti del calibro di Aristotele, ma c'erano solo uomini mediocri. L'uomo moderno, però, per Bacone, poteva superare il valore individuale degli antichi con uno sforzo collettivo e con la sistematicità della ricerca, che doveva essere condotta con esperimenti sulla natura,  e  sui testi, con l'acquisizione di dati prodotti da altri. Essa non  doveva essere la ricerca di un singolo individuo, ma doveva essere la ricerca di un popolo  .  Questo il grande messaggio di Bacone: una ricerca collettiva su due fronti: quello della raccolta delle informazioni e quello della produzione di nuove conoscenze che sarebbero state inferite da quei nuovi dati. In pratica egli proponeva agli inglesi il suo metodo di lavoro con la certezza che esso avrebbe dato i suoi frutti nel lungo periodo ed è quello che avvenne. Questo programma creò una tensione ideale fortissima e tutti si sentivano in esso coinvolti, il tecnico, il marinaio, il gentleman, l'artigiano, lo scienziato, l'agricoltore, ecc.


         In questo messaggio gli inglesi ci credettero e ritennero che la società del benessere fosse a portata di mano, anche se Bacone aveva detto che la ricerca non poteva esaurirsi in una sola generazione, ma doveva essere il compito di molte generazioni. Solo alla fine sarebbero arrivati gli effetti e la sintesi. Egli non pensava certo alla Rivoluzione Industriale e alla nuova società industriale. Ma lo spirito che egli impresse a tutto il popolo condurrà a questo risultato.

 

           L'eredità di Bacone, il suo merito, fu quello di lasciare ai suoi connazionali un messaggio chiaro ed efficace sull'uso della conoscenza scientifica. Essa doveva servire ad aumentare il benessere del popolo. Se falliva questo obiettivo, essa non era utile, era pura accademia, come era stata nel medioevo. L'uomo doveva andare alla ricerca della conoscenza e del sapere, ma doveva cercare quel sapere che avesse un'utilità pratica. Insomma, il sapere doveva essere potere sulle cose e sulla natura a beneficio dell'uomo. Naturalmente, Bacone non esprimeva che un sentimento diffuso nella società della sua epoca ( Zilsel, 1945: 346 ). Più che un genio solitario, egli fu l'espressione di una mentalità e di una cultura: quella pragmatica-utilitaristica del mondo inglese. In questo senso gli inglesi possono definirsi i veri eredi del genio pratico dei romani. La teoria per loro era inconcepibile, era senza senso se non applicata alla realtà della natura a beneficio dell'uomo.


         " La concezione della storia naturale di Bacone influenzò il XVII secolo  più di ogni altro elemento della sua filosofia ... la motivazione di gran lunga prevalente che animò gli scienziati nel terzo quarto del secolo fu il desiderio di fornire dati per tale storia. Boyle lo afferma ripetutamente " ( Foster Jones,1980: 117 ).


       Questo programma divenne il credo di ogni inglese e la Royal Society lo fece proprio sin dalla sua fondazione. Essa si pose al centro di questa ricerca a tutto campo, investendo tutte le persone che si interessavano ai problemi scientifici, tecnici, tecnologici, ma anche più semplicemente produttivi. Tra i suoi membri c'era chi era mosso da interessi puramente scientifici e chi era mosso da un interesse economico. E fu questo carattere composito che ne fece qualcosa di unico e di diverso.


         Il modello su cui era costruita la Royal
 Society era quello dell'accademia come veniva dall'Italia, che sin dal XVI secolo aveva dato vita ad una serie di accademie, ma la finalità, lo scopo, l'organizzazione erano tutte inglesi: erano baconiane. L'Inghilterra, come sempre, anche in questo imitò, ma con proprie innovazioni, per cui, alla fine, fu capace di esportare un modello inconfondibilmente inglese e la Royal Society diverrà il modello di molte organizzazioni similari in tutto il mondo, tra cui l'Italia, dove fu presa a modello dall'Istituto e Accademia delle Scienze di Bologna ( Quaderni storici, 1981:760 ).


         La Royal Society, in effetti, sorgeva con una filosofia diversa dalle accademie italiane: essa era fortemente interessata a due obiettivi, quello di scrivere una storia della scienza della natura a più mani, come aveva suggerito bacone, e quello dell'utilità della ricerca scientifica, che doveva servire a migliorare le condizioni dell'uomo, ad aumentare il suo benessere, come aveva suggerito Bacone. Le accademie italiane non si sono mai poste questi obiettivi. " più che precisi e omogenei progetti scientifici, determinarono la nascita e scandirono la vita, spesso breve, di queste accademie ragioni di carattere 'morale' ( la riforma dell'uomo e del sapere perseguita dal Cesi [ accademia dei Lincei], 'celebrativo' ( le finalità apologetiche imposte da Leopoldo al Cimento ) e 'professionali' ( la lotta per rinnovare e qualificare la pratica del medicare nel caso degli Investiganti) " ( Quaderni storici, 1981: 760 ).


         La Royal Society sarà il centro motore ed organizzatore del programma di ricerca baconiano, inteso come raccolta di informazioni. Tutto il popolo doveva fornire dati e ogni viaggiatore inglese all'estero  si mantenne fedele  a questo programma. Era un programma di lavoro e di studio. Gli inglesi divennero alunni che volevano apprendere tutto quello che c'era da apprendere. La loro genialità consisteva nel fatto che essi istituzionalizzarono la ricerca e la convogliarono in un'unica direzione. Nella Grecia classica, nel mondo islamico e nel Rinascimento italiano,le tre grandi civiltà che possono dirsi antenate di quella inglese, era il singolo che apprendeva, assimilava e diffondeva, se diffondeva. In Inghilterra avvenne il contrario: il singolo venne organizzato da un'istituzione ufficiale ( Frantz, 1934: 15 ), anche se privata, che raccoglieva tutte le informazioni e le faceva circolare con lo scopo prefisso di ricavare da esse nuove conoscenze. Il 'fellow' della Royal Society sarà un alunno che ha capito che bisogna prima apprendere per poi produrre in proprio. Conoscere per capire, capire per agire: questa potrebbe essere la sintesi del programma baconiano della Royal Society. " Era un passo rivoluzionario che veniva compiuto coscientemente " ( Farrington, 1951: 17 ). Non c'erano da elaborare sistemi o teorie alla maniera dei greci, ma più semplicemente si andava alla ricerca della conoscenza empirica.   

         La ricerca era una ricerca istituzionalizzata collettiva di tutta una nazione, che inviava i propri ricercatori in tutte le parti del mondo conosciuto. E questi ricercatori erano il nobile, che  intraprendeva il suo Grand Tour (Plumb, 1978: 28); il marinaio, che solcava i mari; il mercante che si avventurava in terre lontane e sconosciute. Tutti contribuivano, con i loro diari ed i loro resoconti, a far pervenire le informazioni a quella istituzione che aveva dato vita al programma di apprendimento collettivo e che lo gestiva con la più grande apertura. Oggi possiamo dire che essa era una banca dati a disposizione di tutti. Glanvill dirà " dobbiamo cercare, raccogliere, osservare ed esaminare, ed accumulare in banca per le epoche che verranno "    ( Foster Jones,1980: 369 ).


         I componenti di questa istituzione erano di varia cultura e non tutti erano titolati; molti erano dei semplici amatori delle scienze e della tecnologia. Quello che si chiedeva loro era l'adesione a questo lavoro collettivo e l'adesione al metodo sperimentale, cioè, l'adesione alle procedure corrette per arrivare alle scoperte. " I nomi degli ingegneri, dei metallurgici, dei chimici industriali e dei fabbricanti di utensili che figurano nell'albo dei soci della Royal Society mostrano quanto fossero stretti i rapporti tra scienza e pratica in quell'epoca " ( Ashton: 1972: 29 ). Forse fu proprio questa apertura che garanti la circolazione delle idee scientifiche in larghi strati della popolazione e a fare dell'esperimento, della ricerca, uno dei punti più qualificanti di ogni artigiano, tecnico o intellettuale che fosse. Se non si fosse affermato, sin dalle origini, che la scienza non era appannaggio esclusivo di una nuova casta, forse non avremmo avuto quello spirito di intraprendenza nel piccolo inventore, nel produttore, nell'artigiano, che, alla fine, porteranno alla Rivoluzione Industriale. Il metodo scientifico era alla portata di tutti e tutti si potevano cimentare nella ricerca, senza aver bisogno di un patentino particolare. E con questa coscienza, il produttore, quello che aveva un problema particolare da risolvere, che di solito era sempre legato al mondo della produzione, si rivolse alla conoscenza scientifica applicata. Era una nuova mentalità che affermava se stessa: una mentalità industriale.


        Nel Rinascimento la ricerca fu programmata, in Inghilterra verrà istituzionalizzata. Era un forte passo in avanti. Nel primo caso era il singolo che si muoveva per proprio conto ed egli era, nello stesso tempo, fruitore e gestore della ricerca. " nella letteratura umanistica del Rinascimento non sembra ci siano casi in cui l'autore affermi che egli pubblica i suoi trattati per dare agli altri la possibilità di proseguire nella ricerca " ( Zilsel, 1945; 330 ). Nel secondo caso è la collettività che agisce per la realizzazione di un programma i cui fruitori non saranno solo i ricercatori o gli appartenenti alla comunità chiusa di cui fanno parte, ma sarà la comunità allargata, cioè la società nella sua interezza. Questo era il compito della Casa di Salomone che Bacone aveva prefigurato nella Nuova Atlantide. E questo sarà il compito della Royal Society: raccogliere le invenzioni, le esperienze e le idee sparse in tutto il mondo e metterle a disposizione di tutti. La raccolta di questa massa enorme di informazioni in tutti i campi creava le condizioni per il futuro progresso. " Era l'idea di progresso che veniva istituzionalizzata per la prima volta "   ( Buckle, 1872,I: 372 ). E  Bacone diventerà il vate del progresso umano, non per il suo metodo scientifico, che era sterile, ma per la sua idea-programma che le informazioni stavano alla base di qualsiasi attività scientifica. Era il dato che veniva messo al centro della ricerca.


         La differenza tra la ricerca programmata rinascimentale e quella istituzionalizzata inglese consiste proprio in questo: la prima non era finalizzata; essa serviva solo ad arricchire culturalmente la personalità che la conduceva; cioè, essa non era finalizzata ad un'utilità immediata. Il fine di uno sfruttamento utilitario dei risultati della ricerca non si poneva perchè non c'era una mentalità che andasse in questa direzione; cioè, non c'era la visione di uno sfruttamento delle nuove conoscenze prodotte; l'artista-ingegnere, attraverso la sua ricerca, acquisiva un proprio potere personale che gestiva per proprio conto, ma non in una prospettiva economica. In Inghilterra questa visione c'era e la scienza doveva essere utile altrimenti non serviva. Le conoscenze che raggiungeva dovevano servire per migliorare le condizioni dell'uomo.


         Con questo non si vuol dire che tra scienza e Rivoluzione Industriale ci sia un rapporto diretto e meccanico. Questo rapporto diretto  non c'è perchè si doveva ancora realizzare tutta una serie di condizioni che  dovevano renderlo possibile, tra cui il sistema e l'organizzazione della fabbrica. L'esperienza storica aveva dimostrato che l'organizzazione segue sempre il nuovo modo di produzione, non lo precede. Nei secoli precedenti, quando il modo di produzione cambiò con l'utilizzazione dell'energia idrica ( Whyte, 1978: 82 ), la produzione abbandonò le città per spostarsi nelle campagne. Ritornerà nelle città, dove si organizzeranno le fabbriche, quando la fonte di energia sarà diversa e la tecnica di produzione richiederà la concentrazione delle materie prime, della forza lavoro e degli strumenti tecnici.


          La Royal Society ha saputo fornire il quadro unitario di riferimento e di organizzazione della ricerca con degli scopi finali ben individuati. Essa, con le sue germinazioni provinciali, ebbe una vita lunghissima, però," non attuò l'utopia sognata da Bacone ... Furono le accademie fondate dai dissenzienti, più che la Royal Society, a proseguire la tradizione baconiana fino alla Rivoluzione Industriale, che Bacone aveva in un certo senso presagito " ( Hill, 1976: 178 ).


          Nella seconda metà del XVII secolo, l'Inghilterra era pronta per fare il suo grande balzo in avanti come potenza commerciale di primo rango. La Rivoluzione Industriale non era nella mente degli uomini. Nessuno la perseguirà coscientemente come, invece, si era perseguita coscientemente la rivoluzione commerciale. L'Inghilterra già dal XVI secolo aveva capito che la ricchezza stava nelle attività commerciali, specialmente nel commercio estero. La Rivoluzione Industriale  verrà non come conseguenza di un disegno prefigurato e cosciente, ma verrà come conseguenza di tutta una serie di presupposti che si creeranno nei due secoli che vanno dalla seconda metà del XVI secolo alla prima metà del XVIII secolo.

    
          Questi presupposti, o " fatti necessari e concomitanti " ( Garraty-Gay,1973,II  : 792 ), furono: la rivoluzione commerciale in senso mercalistica che produsse " una notevole (per quei tempi) cumulazione  di ricchezza " ( Cipolla, 1974: 276 )  ed ebbe come conseguenza la formazione di una grande flotta mercantile prima e da guerra poi; l'acquisizione del metodo scientifico quantitativo anche ai fatti economici e agricoli in particolare; la rivoluzione agricola, che aumentò la disponibilità di derrate alimentari e ebbe come conseguenza un notevole incremento della popolazione; l'adozione di un sistema finanziario che garantiva la disponibilità di denaro a basso costo e facilitava  le transazioni economiche; la costituzione delle colonie americane che dilatarono i mercati ed ebbero come conseguenza un forte aumento della produzione e, infine, l'adozione di un programma scientista che mirava  al miglioramento delle tecniche e all'invenzione utile nel campo della produzione.


         La rivoluzione industriale verrà solo quando tutti questi presupposti saranno acquisiti ed assimilati. E tutti questi presupposti saranno creati in Inghilterra, anche se gli inglesi non saranno originatori di nulla, o quasi, ma di tutto saranno i migliori innovatori. Nel campo commerciale essi presero a piene mani dalla Repubblica olandese: dalla costruzione delle navi alle istituzioni finanziari e, purtuttavia,  creeranno, in entrambi i campi, qualcosa di tipicamente inglese; nel campo dell'agricoltura presero a piene mani dall'Olanda e dal resto d'Europa, ma produssero un sistema agricolo unico ed originale, dimostrando genialità; nel campo delle tecniche di produzione presero a piene mani da tutti, ma produssero un sistema di fabbrica unico e mai visto,dimostrando genialità. Questo fu il genio inglese: il prodotto di base lo presero da altri, ma quello che presero, migliorandolo e perfezionandolo, lo resero tipicamente inglese. E questo avvenne in tutti i campi. In questo gli inglesi somigliavano ai greci dell'età classica: quello che i greci avevano preso dalle civiltà dell'Antico Oriente  fu rielaborato e trasformato da diventare un prodotto tipicamente ed inconfondibilmente greco. Questa era l'originalità dei due popoli ( non sul piano intellettuale, però ). Ed è anche quello che avviene nel mondo contemporaneo con il Giappone. Tutto quello che prende dagli altri, e principalmente dagli americani, lo rende tipicamente giapponese. Questi tre popoli, nella trasformazione dei prodotti, si somigliano. Nessun altro popolo, nella storia, ha avuto questa caratteristica.


         A partire dal XVI secolo, l'Inghilterra ha letteralmente saccheggiato, in forma sistematica diretta , o indirettamente tramite l'importazione di artigiani stranieri o rifugiati politici, il resto del mondo nelle idee, nelle tecniche di produzione e nella novità dei prodotti. " Tutto o quasi tutto venne importato dall'estero " ( Clark, 1937: 39 ). Nel campo dell'agricoltura prese quasi tutto dall'Olanda e quello che non prese da quest'ultima lo prese, tramite essa, dall'Italia settentrionale ( Wilson, 1958:) o altre nazioni dell'Europa: la tecnica di foraggiamento, l'aratro e le tecniche della rotazione delle colture, le tecniche delle concimazione della terra, le tecniche della coltivazione intensiva. Prima saccheggiò l'Olanda e tutte le nazioni dell'Europa di tutte le innovazioni e di tutte le tecniche che esse avevano elaborato nel corso dei secoli, poi vi impose il marchio del proprio genio attraverso miglioramenti e perfezionamenti attenuti ricorrendo alla sperimentazione, in cui dimostrerà un genio particolare, e all'applicazione del metodo quantitativo proprio delle scienze fisiche e, infine, esporterà il nuovo prodotto come ' agricoltura all'inglese ' o " sistema di Norfolk " ( Van Bath,1972: 348 ). Nel campo dell'organizzazione finanziaria, che doveva costituire la spina dorsale della Rivoluzione Industriale prese quasi tutto dall'Olanda, " la cui organizzazione sociale le sembrava tanta intelligente e dinamica quanto quella americana sarebbe sembrata a parecchie nazioni europee del XX secolo " ( Dickson, 1967: 4 ). Nel campo della manifattura dei tessili prese a piene mani dall'Olanda e dal resto d'Europa: le tecniche della cardatura, della tinteggiatura e delle New Drapery, e dall'India prese le tecniche di produzione e lavorazione del cotone. Nel campo delle tecniche industriali prese da tutti: dall'Italia non prese, ma addirittura rubò*, ad opera di John Lombe, nel XVIII secolo, i piani del mulino da seta, di cui Bologna custodiva il segreto , e questo furto " sembra segnò il vero inizio del sistema di fabbrica in Inghilterra " ( Mantoux, 1983: 194 ); dalla Francia prese la filatrice del lino, l'arte della lavorazione del vetro e della fabbricazione degli orologi; dalla Svezia prese le tecniche della produzione del ferro; dalla Cina prese le tecniche della lavorazione della porcellana; ancora dall'Olanda prese la tecnica del drenaggio dei terreni e della realizzazione di canali navigabili.


         La metodicità, si potrebbe dire la scientificità, con cui gli inglesi si applicavano, in tutti i campi, originava dalla prospettiva di maggiori guadagni. La molla che muoveva tutto era sempre l'interesse, come aveva detto Hales nel XVI secolo.


         Nel XVIII secolo, l'Inghilterra divenne il deposito di tutte le informazioni che riguardavano il mondo economico. Solo nelle istituzioni essa ebbe una crescita autonoma, dopo aver prese a piene mani dal continente nel medioevo. Essa seppe essere alunna, e per il lungo periodo di due secoli,  dalla seconda metà del XVI alla prima metà del XVIII, prima di diventare maestra. Anche i greci dell'antichità classica e gli italiani del Rinascimento dovettero essere alunni per due secoli prima di diventare maestri.

    
         Gli inglesi seppero diventare l'emporio di tutto ciò che il mondo aveva prodotto nel campo della scienza applicata, delle tecniche, della tecnologia, dei sistemi di produzione e delle loro tecniche. Essi furono i soggetti di una ricerca mastodontica, una ricerca in cui era interessato tutto il popolo, a qualsiasi ceto sociale esso appartenesse. " Del resto, è caratteristico degli inglesi vissuti nel periodo considerato il fatto che, nella loro operosità per conseguire un miglioramento e un guadagno di natura materiale, non furono nè troppo sfrontati nè troppo schizzinosi quando si trattava di rubare idee e procedimenti; essi li prendevano da chiunque fosse in grado di favorire le loro mire ambiziose. Così, come palesa lo stesso esempio di John Lombe, non si trattò di copiare passivamente gli altri. Infatti, l'imprenditore inglese del Seicento e del Settecento copiava per compiere un adattamento , soprattutto, per apportare perfezionamenti " ( Wilson, 1979: 8 ).

 
         Il genio degli inglesi non stava nell'abilità di valersi delle invenzioni straniere così come essi le acquisivano. La loro genialità stava nel saper accogliere queste invenzioni, modificarle, perfezionarle, secondo le proprie esigenze, e renderle idonee al processo produttivo. E questo era nel carattere del popolo inglese: era dotato di scarsa fantasia, ma di molto senso pratico; era un conservatore per cui non facilmente si liberava di qualcosa senza prima averla sperimentata fino in fondo; era un empirista e non un teorico; si rivolgeva sempre verso le cose che avevano un'utilità e in cima ai suoi pensieri ci stava l'interesse, il guadagno materiale.

  
       Nella prima metà del secolo XVIII, la fase di apprendimento e di imitazione era finita. Essa aveva creato un'intelaiatura commerciale e produttiva che, ormai, aveva un'esigenza sua propria, una vita sua propria, una serie di problemi suoi propri che non potevano essere risolti dall'esterno. Essi dovevano ricevere una risposta dall'interno, una risposta sul campo e questa era la specialità degli inglesi. Se essi avessero avuto da risolvere dei problemi di natura teorica forse avrebbero trovato delle difficoltà, ma risolvere problemi pratici, così come essi si presentavano, era sempre stato il loro genio.


         Il loro problema di fondo, quello che li aveva spinti, nel passato, a ricorrere anche allo spionaggio industriale, era quello della produzione di beni per un mercato in fortissima espansione in senso orizzontale e verticale. Orizzontalmente si espandeva a causa dei nuovi mercati transoceanici che gli inglesi stessi avevano creato nel secolo precedente, quando i mercati tradizionali continentali vennero quasi tutti chiusi alle sue merci. Ed era un mercato in fortissima espansione a causa dell'aumento della popolazione , ma anche a causa della politica della madrepatria che proibiva la produzione di beni in loco. Quello verticale, invece, affondava le sue radici nel tempo e gli inglesi lo avevamo  preso dagli olandesi: l'estensione dei mercati tradizionali a classi sempre più numerose, che erano state escluse prima a causa degli alti prezzi, come quelli, per esempio, della produzione artigianale pregiata del Rinascimento italiano. Nel XVI e nel XVII secolo, in effetti, " i londinesi provocarono un grande danno ai veneziani ... essi non solo imitavano i loro colori, ma vendevano anche a prezzi più bassi facendo così entrare nel mercato le classi medie e quelle inferiori " ( Davis, 1961: 123 ).


         Il nuovo modo di produzione, inventato dagli olandesi e fatto proprio dagli inglesi ( New Drapery ), abbassava i costi, a scapito della qualità, ed estendeva il mercato. L'abbassamento dei costi faceva parte dell'aggressività commerciale dell'Olanda e dell'Inghilterra che andavano deliberatamente alla conquista di nuovi mercati, cioè, per creare nuova domanda. In sostanza, questa domanda fu indotta e non spontanea. Il nuovo modo di produzione invadeva quella sfera di consumi che prima venivano soddisfatti nell'ambito familiare.              


         La Rivoluzione Industrialesarà il frutto di questa corsa verso il profitto. Essa non sarà un obiettivo prefissato. Nessuno coscientemente si indirizzò verso di essa, come, invece, ci si era indirizzati coscientemente verso le attività commerciali. Tutti, in Inghilterra, non altrove, saranno protesi a migliorare le tecniche di produzione e la produttività che facevano raggiungere un duplice obiettivo, molto allettante per il produttore: davano la possibilità di soddisfare la crescente domanda e facevano aumentare i profitti, pur abbassando i prezzi. Ma l'abbassamento dei prezzi espandeva il mercato e il ciclo ricominciava. Il mercato diventava elastico perchè non si estendeva in senso orizzontale, ma in senso verticale man mano che nuove classi venivano toccati dal benessere per l'abbassamento dei prezzi e l'aumento dei salari. I prezzi alti, come quelli della produzione artigianale, tenevano fuori dal mercato tutta una serie di classi a basso reddito. E' quello che capì anche Henry Ford, , nell'epoca contemporanea, quando aumento la produzione e ridusse i prezzi per consentire ai propri operai di comprarsi l'autovettura che essi stessi producevano e che prima era diretta solo alle classi sociali con redditi più elevati. La politica dei consumi di massa si può dire che ebbe inizio durante la Rivoluzione Industriale e che nel ventesimo secolo raggiungerà la sua maturità. Nell'Inghilterra del XVIII secolo, invece di produrre una scarpa di ottima qualità  per pochi, il fabbricante andava alla ricerca di congegni tecnici che gli permettessero di produrre una scarpa per tutti, certamente meno pregiata di quella artigianale, ma sicuramente più utile al consumatore, che poteva mettere al posto degli zoccoli, e a lui stesso che aumentava i suoi profitti.


         Mentre il continente sarà ancora legato alla produzione artigianale di grande valore diretta ad un mercato ristretto, al di là della manica si entrerà nel mondo della produzione industriale diretta ad un mercato senza limiti. La stessa produzione in serie del prodotto farà abbassare i costi e quindi i prezzi. Si può dire che gli inglesi saranno i promotori della società dei consumi di massa. Gli italiani del Rinascimento erano stati i promotori di un consumo di  èlite. Tranne le spezie, che interessavano larghi strati della popolazione per la conservazione della carne, gli altri prodotti erano troppo costosi per la massa, anche gli stessi pannilani. Gli italiani, anche quando, nel XVIII secolo, avranno in mano uno strumento meccanico qual era il mulino per la lavorazione della seta di Bologna, " la prima forma di sistema di fabbrica, almeno fin dal Cinquecento " ( Poni, 1990: ), si serviranno di questo meccanismo per produrre merce di lusso e quindi per un mercato ristretto. Ben altro uso ne faranno gli inglesi, che, dopo averlo rubato agli italiani, ne adattarono la tecnologia alle proprie esigenze e lo utilizzeranno per produrre a bassi prezzi per un mercato più vasto.

    
           Gli italiani producevano tenendo presente la qualità, gli inglesi, invece, badavano alla quantità e all'utilità. La quantità e l'utilità sulla qualità  fu una politica che diede i suoi frutti nello sviluppo industriale, anche se portò con sè un mancato affinamento del gusto, che è tuttora una caratteristica del popolo anglosassone. La differenza tra le due politiche stava nel fatto che gli italiani lavoravano per un mercato che, per quanto esteso esso fosse, era sempre limitato a classi ristrette. Gli inglesi, invece, lavoravano per un mercato di massa e non potevano anche pensare alla qualità, almeno in quel periodo di industrialismo nascente. L'Olanda e l'Inghilterra conquistarono i tradizionali mercati italiani proprio producendo merce di qualità inferiore, ma di più basso prezzo e varietà di colori. Gli stessi olandesi pur di non alzare i prezzi, quando non potevano comprimere il costo del lavoro, incidevano sulla qualità del prodotto. Gli olandesi avevano capito tutto questo e fecero sempre una politica di bassi prezzi, ma essi erano interessati di più alla intermediazione commerciale che alla produzione. Fu l'Inghilterra che capì, per tempo, che se nel passato il commercio aveva reso la nazione ricca e potente, il futuro stava nella produzione dei beni e dei beni che andassero bene per il colono del nuovo mondo e per le classi meno abbienti del vecchio continente. Ecco perchè andarono sempre alla ricerca di congegni tecnici che potessero far abbassare i costi di produzione e quindi raggiungere un doppio effetto: allargare i mercati e massimizzare i profitti. Il profitto era la molla di tutto.


         In questa frenetica corsa verso la produzione di massa, gli inglesi escogitarono i due pilastri della moderna società industriale: la divisione del lavoro, che fece aumentare di molto la produttività, e l'introduzione delle macchine, che resero possibile la produzione di serie. Lo spirito della produzione fu una molla molto importante. Un'altra molla importante fu la politica del governo, che fu sempre attento al mondo della produzione e della iniziativa privata. Quando Carl Marx coniò l'espressione che il ' governo era il comitato d'affari del mondo imprenditoriale ' non aveva tutti i torti. Ma egli vide in questo un aspetto negativo e di sfruttamento, ma la storia gli ha dato torto perchè fu proprio questa politica che accrebbe, pur con tutti i guasti che provocò, la ricchezza della nazione.     


         Tutte le conquiste e tutti i tasselli della Rivoluzione Industriale saranno creati per rispondere a questa esigenza di aumentare la produzione. Tutti vi potevano concorrere. Quello che si richiedeva non erano conoscenze scientifiche, ma conoscenze tecniche , acume e tanta voglia di fare. Non era la scienza che generava la tecnica e questa, a sua volta, generava il progresso nel sistema di produzione. Era la tecnica che veniva generata dal sistema di produzione.

   
          Tutte, o quasi, le creazioni originali degli inglesi, nel campo della tecnica, vennero dalla seconda metà del XVIII secolo in poi, quando era terminata quella della fase di apprendimento e di imitazione. E tutte queste innovazioni tecniche furono la risposta a problemi che si ponevano nel campo della produzione e della economia in generale. La tecnica nasceva dalla risoluzione del problema. La crescita dell'Inghilterra, nel campo industriale, fu dovuta al fatto che ad ogni problema pratico, che si verificava nella produzione, essa seppe dare una risposta adeguata. " La maggior parte delle innovazioni non fu il risultato di una formale applicazione della scienza, nè il prodotto del sistema educativo ufficiale del paese ... la maggior parte degli innovatori erano dilettanti ispirati o brillanti artigiani ... dalla preparazione empirica " ( Mathias,Hartwell, 1973: 287 ). Questi artigiani e dilettanti erano mossi non da interessi generali ed astratti, ma da interessi particolari e concreti. Erano i problemi che sorgevano man mano che si espandeva la produzione che essi dovevano risolvere e spesso le loro risposte furono geniali. Essi costruirono tutto per piccoli passi e ogni passo era necessario ed indispensabile al passo successivo. La sintesi, il nuovo prodotto, la nuova tecnica, veniva alla luce alla fine del processo. Il problema delle fonti di energia portò alle tecniche per l'utilizzo del carbon fossile; il problema delle inondazioni delle miniere portò alla macchina a vapore; il problema del trasferimento della meccanizzazione dalla seta al cotone e alla lana portò alla navetta volante di Kay; il problema del filato, che non riusciva a tenere il passo con la tessitura portò alla filatoio ad acqua e alla 'gianetta ' di Harkgreaves.

    
         Gli inglesi non si resero mai conto di aver prodotto una Rivoluzione Industriale. Essi ci si trovarono dentro senza saperlo. La Rivoluzione Industriale fu inventata o scoperta, se si vuole, dagli storici. Gli inglesi avevano solo coscienza di aver dato vita ad un nuovo modo di produrre, ad un nuovo modo di organizzazione produttiva che rendeva di più. La Rivoluzione Industriale fu come la rivoluzione del neolitico. I suoi attori la produssero, ma senza averne coscienza. Fu così anche per gli inglesi ( Trevelyan, 1964 III: 18 ). Essi la produssero come momento evolutivo, lento e graduale, di un processo che era iniziato nel XVI secolo, quando l'Inghilterra incominciò a muovere i primi passi come potenza commerciale. Solo quando tutti i fattori furono sviluppati il cambiamento fu totale. Ma questo avvenne almeno due generazioni dopo il famoso taking off, di cui gli inglesi non si resero mai conto.


         I  " fattori necessari e concomitanti " ( Garraty-Gay,1973, II: 792 ) che la resero possibile furono: La rivoluzione commerciale ( XVI secolo ), che contribuì a creare una notevole massa di capitale che sarà poi investito nelle attività manifatturiere della Rivoluzione Industriale; la rivoluzione agricola ( XVIII secolo ), in cui l'incremento della produttività condusse ad una vera e propria esplosione demografica, che incrementò la richiesta di beni di consumo e portò allo sviluppo dell'industria del ferro; la rivoluzione dei trasporti ( XVIII secolo ), che consentì una più efficiente circolazione dei beni. Questi fattori o stadi  si verificarono nell'ordine descritto, come se il primo richiedesse il secondo e il secondo il terzo e tutti insieme produssero il quarto. La realtà dei fatti era che la rivoluzione commerciale consentì un notevole accumulo di capitale, che, in buona parte, veniva investito nella terra, l'unica vera fonte di prestigio e di considerazione sociale prima della Rivoluzione Industriale.


          Non fu  la disponibilità delle fonti di energia che provocò la Rivoluzione Industriale( Hobsbaum, 1972: 31 ). L' Inghilterra sarebbe arrivata alla Rivoluzione Industriale anche senza carbon fossile o minerale di ferro, che , d'altronde, importava già dalla Svezia e dal Belgio. La stessa invenzione della macchina a vapore era la dimostrazione del genio inglese. Essa non dimostrava una superiorità intellettuale degli inglesi. Essa dimostrava, con grande evidenza, che la pratica dei piccoli passi era vincente, come ha scoperto la scienza contemporanea. L'inventore non era altro che colui il quale aveva avuto la sagacia, il genio, di aggiungere l'anello finale alla catena che era, magari, iniziata secoli prima ( Whyte, 1978: 80 ) e quella della macchina a vapore è una lunga storia iniziata addirittura con Herone di Alessandria nel 120 d. C.. (Cardwell, 1963 ). Questa è stata la grande capacità degli inglesi: hanno saputo essere gli anelli finali di molte catene e per questo produssero la Rivoluzione Industriale. Per questo essi andarono alla scuola del mondo. Appresero, come nessuno aveva fatto mai, in maniera organizzata, sistematica ed istituzionalizzata, tutto ciò che c'era da apprendere da ogni catena. Appresero gli anelli uno per uno e, alla fine, aggiungendovi il proprio, quello finale, produssero un prodotto che non aveva nulla in comune con quello che avevano appreso.

    
          Non fu una questione di fonti di energia o di superiorità intellettuale. Fu un atteggiamento mentale che aveva avuto il suo massimo esponente in Francesco Bacone e nello spirito puritano, secondo il quale la scienza era valida quando era utile all'uomo ed era utile all'uomo quando produceva degli effetti che miglioravano le condizioni di vita del popolo ( Bacone ) e l'uomo diventava positivo, cioè dimostrava di essere un eletto, quando, con la sua operosità, creava il suo successo e quello della società nel suo insieme.


         " L'Inghilterra arrivò prima alla Rivoluzione Industriale non perchè fu favorita dalle circostanze, ma perchè aveva una personalità differente... La Rivoluzione Industriale si verificò per prima in Inghilterra e nel Galles... perchè gli inglesi erano psicologicamente differenti dai loro contemporanei continentali " ( Hagen, 1967: 37 ).


       Con la Rivoluzione Industriale iniziava una nuova epoca per l'uomo, l'ultima in ordine di tempo, ma non quella definitiva. Egli aveva iniziato la sua storia completamente nudo, ma dotato di un'organo ( il cervello ) che era in grado di memorizzare tutte le informazioni che riceveva dall'ambiente e dal suo interagire con esso. Lentamente imparò a cogliere nessi e relazioni tra queste informazioni e a manipolarle  per produrre delle conoscenze che travalicavano il suo mondo esperienziale per inoltrarsi verso una conoscenza che poteva solo essere inferita e che, quindi, andava verificata con l' esperimento.   L'enorme massa di nuove conoscenze che si accumulò durante la Rivoluzione Industriale portò ad una più avanzata specializzazione della struttura mentale dell'uomo, per cui fu in grado di cogliere nessi e relazioni che prima non sospettava nemmeno. " L'epoca che ebbe inizio con l'invenzione della macchina a vapore e con la scoperta della corrente elettrica che proseguì con la costruzione della ferrovia, delle centrali elettriche, della radio, dell'aeroplano e che oggi è caratterizzata dai trasporti supersonici e dell'impiego dell'energia atomica, non rappresenta solo una marcia trionfale delle forze industriali, ma altresì un'età di rapido incremento della potenza del pensiero astratto. Ne sono emerse costruzioni teoriche della più alta perfezione, come la teoria dell'evoluzione biologica di Darwin o la teoria della relatività di Einstein, e la mente umana è giunta a chiarire relazioni logiche che sarebbero apparse incomprensibili all'uomo colto dei secoli precedenti "    ( Reichenbach,1974: 128 ).

   
         Quale sarà il futuro sviluppo del pensiero dell'uomo e quale mondo egli riuscirà a creare è impossibile predire. Quello che sappiamo per certo è che egli sta ora uscendo dalla società industriale e che l'elaborazione di nuove conoscenze porta ad una maggiore specializzazione della massa cerebrale e sappiamo per certo che egli attualmente ne usa solo il tre per cento, ma con un vantaggio rispetto al passato: egli non è più costretto ad usare questa massa come deposito ( storage ) delle conoscenze prodotte nella storia dell'uomo. Per questa funzione ha inventato i computers, che sono in grado di immagazzinare tutte le conoscenze esistenti in tutti i campi e tenerli lì pronti a disposizione dell'uomo per le sue manipolazioni. Quello che l'uomo deve saper fare è cogliere nessi e relazioni tra le informazioni manipolandole attraverso il mezzo tecnico che egli ha inventato, senza preoccuparsi della loro elaborazione tecnica, che richiederebbe troppo tempo se fatto dall'uomo. A questo pensa la macchina che egli ha inventato, la quale ha una velocità di elaborazione del dato certamente superiore a quella dell'uomo.

 

 

       

 

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



* La dottrina del potere assoluto, infatti, venne elaborata a Bologna .

* " Il cattolicesimo aveva creato una filosofia coerente della vita, foggiata dal genio latino e perfezionata nel secolo tredicesimo. Da questa dottrina limitata l'umanesimo, il libero studio della bibbia e l'avventura marittima venivano ora allontanando la parte migliore della nazione " (Fisher,1973: 235).

*  Questa l'aveva sempre esercitata sin dal neolitico.

* Questo è il primo esempio di spionaggio industriale della storia.

 
 
Indice
Prefazione
Introduzione
Capitoli
1) Il cammino dell'uomo
2) La scoperta dell’individuo
3) La scoperta dell’uomo
4) Il ritorno dell’individuo
5) La nuova dimensione dell’uomo
6) Il genio di un popolo
 

Nessuna parte di questi lavori può essere riprodotta in nessun modo o forma senza il permesso dell' Autore.
Contattando l'Autore, i manuali di storia potranno essere disponibili per farne testi per le scuole.

   
 

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